“Una volta aver provato l’ebrezza del volo,
quando sarai di nuovo coi piedi per terra,
continuerai a guardare il cielo.”

Leonardo da Vinci

                                                                                                   

In un precedente articolo ho avuto occasione di raccontare, almeno in parte, la storia della straordinaria immagine-simbolo della colomba della pace, dai mosaici bizantini di Galla Placidia a Ravenna, alla street art di Banksy, passando attraverso Giotto, Rubens, Picasso…Vorrei riprendere ora il filo di questo racconto soffermandomi su una splendida installazione scultorea di grandi dimensioni, site-specific, presente nella Repubblica di San Marino: Come un  volo di colombe, di Luigi Poiaghi.
Nel 2005, per celebrare il cinquantesimo dell’Istituto di Sicurezza Sociale, il Governo della Repubblica di San Marino aveva indetto un concorso per un’opera d’arte ispirata ai valori fondativi dell’Istituto e alla sua storia. Il 12 luglio dello stesso anno fu decretato vincitore del concorso l’artista Luigi Poiaghi, per il suo progetto di un’opera dedicata ai temi della libertà, della solidarietà e della pace: Come un volo di colombe. Uno stormo di cinquanta colombe va via via innalzandosi in volo sull’orizzonte, verso le tre Torri di San Marino. Cinquanta colombe bianche – una per ogni anno dei cinquanta compiuti dall’istituzione sanmarinese – realizzate in terra bianca di gres e sostenute da sottili aste di acciaio. L’opera sembra sviluppare l’idea comparsa in nuce, già nel 1989, nel dipinto Albero della felicità.

Luigi Poiaghi, Albero della Felicità, 1989

In un bel testo di presentazione dell’opera, Girolamo Geri – oggi custode dell’opera di Luigi Poiaghi e responsabile dell’Archivio dell’artista – scriveva: “L’insieme non vuole essere semplicemente la finzione di un volo, ma esprimerne, con consapevolezza formale e leggerezza, la volontà, la vocazione. L’opera disegna una figura geometrica in leggera torsione verso il centro del prato, si solleva, si comprime, curva, fino ad elevarsi decisamente dal suolo. (…) Respiro libero, materia felice che transita e tende a superare la chiusura di un cerchio elevandosi in volo; quasi ad indicare una direzione, più che di luogo, di un tempo, forse, che aspira al futuro.”

Luigi Poiaghi, Come un volo di colombe (2005-2011) Repubblica di San Marino, visione d’insieme

Come di consueto, Poiaghi fa delle sue sculture immagini corporee e palpitanti, “oggetti” di straordinario impatto percettivo, fatti anche di pause, intervalli, vuoti, transiti. Vogliono dialogare con la presenza umana, eppure sembrano nutrirsi anche della sua assenza, del silenzio che è all’origine di ogni linguaggio. In questo stormo solidale di creature alate in tensione vibrante verso il volo, l’artista sembra individuare un punto di insorgenza di un’unità in mezzo alla disseminazione generale, eternamente fluida, della molteplicità sensibile. L’immagine di questo volo sincrono, che dalla potenza si sta traducendo in atto, ci appare come segno prodigioso di una presenza improbabile sorta in seno alla caoticità del reale. Una forza-segno dunque, che rinvia all’unità, alla solidarietà tra esseri viventi. Comprendiamo poi, grazie a questa immagine, che l’immaginazione non è la facoltà di rappresentare qualcosa nella sua assenza, ma è la forza che trae dall’assenza la forma della presenza.    

                                                                                                             

Nutrito di silenzio e meditazione, ma nello stesso tempo fortemente teso a inserirsi nel tessuto relazionale di una comunità, tutto il lavoro di Poiaghi si pone come elemento spaesante e dis-automatizzante dei normali processi percettivi, sclerotizzati dalla quotidianità, come interlocutore che sollecita con forza una diversa percezione del luogo fisico, dello spazio sociale, dell’ambiente culturale. Un intervento indotto da una passione morale, e rivolto all’attuazione di un mutamento, di una metamorfosi.
Nell’intenso e tormentato rapporto con lo spazio circostante, con il luogo, che è uno dei punti cardine della sua scultura, e di tutta la sua arte, sembra sviluppare e intrecciare con grande efficacia il concetto di utopia e quello di eterotopia, dando luogo a un evento illimitato che trasforma l’intera immagine dello spazio reale, dunque del mondo, proponendone immagini alternative. La grande scultura-ambiente Come un volo di colombe è un grande esempio di ciò, e di come Poiaghi sappia cogliere con grande intensità e fare coincidere la dimensione spaziale-fisica con quella mentale-immaginativa: l’opera abbraccia con la sua materialità lo spazio, lo possiede e invita noi a ri-possederlo. Collocando la materia nello spazio, questo intenso poeta plastico lavora anche il vuoto che la circonda e la compenetra, e stringe i nodi di un sottile gioco di equilibri precari e di magnetismi. Lo spazio dovrà così sconfessare le sue abituali proporzioni e accettare di specchiarsi in una nuova dimensione.

Luigi Poiaghi lavora all’installazione di Come un volo di colombe, 2011.

Dunque è fondamentale, per questo artista, il binomio scultura/ambiente, cherinvia alla necessità, per la scultura, di essere pensata per un luogo, per interagire con lo spazio fisico della sua destinazione. Come un volo di colombe, al pari di altre opere e progetti di Luigi Poiaghi, intende affrontare non solo i problemi dello spazio fisico, ma anche quelli dello spazio sociale, in senso lato politico, dunque condiviso, dunque interattivo, implicante cioè una circolarità di relazioni: non solo tra uomo e ambiente, ma anche tra uomo e uomo, con tutte le complesse implicazioni simbolico-concettuali che ciò comporta. E certo quello della colomba come simbolo di pace nella storia e nella storia dell’arte, dai mosaici bizantini a Picasso, è un elemento fondamentale nella genesi di quest’opera, che interpreta in modo estremamente personale ed incisivo la questione del site-specific. Con questo lavoro, Poiaghi sembra voler aprire nuovi orizzonti di senso che consentano agli uomini di abitare autenticamente i luoghi del mondo. Il latino habitare è il frequentativo (o intensivo) di habere (avere). Significa, innanzitutto, avere continuamente o ripetutamente. “Abitare” rimanda quindi all’avere con continuità. L’abitante, allora, “ha” il luogo in cui abita. Non nel senso che lo possiede, o che ne ha proprietà, quanto nel senso che ne dispone, lo conosce, ne ha confidenza. L’abitante “ha” la casa in cui abita. Il cittadino “ha” la città di cui è abitante. Ogni abitante del nostro pianeta (e non solo il nomade assoluto che non abita mai nello stesso luogo) “ha” il mondo. Su tutto questo ci fa intensamente riflettere questo lavoro di Poiaghi. E ci ricorda che abitare significa anche – già Heidegger lo aveva ricordato – costruire. L’essere al mondo come abitare significa quindi costruire un mondo. La costruzione di un mondo è sempre, tuttavia, ri-costruzione del mondo già dato. Il mondo già dato che ci circonda e ci attraversa è sia la natura, l’ambiente naturale, sia l’ambiente culturale (urbanistico, architettonico). L’abitare come costruzione può facilmente trasformarsi – e si è spesso trasformato – in distruzione del mondo naturale. L’abitare si colloca sempre in questo equilibrio precario tra costruzione-ricostruzione-distruzione. L’arte di Poiaghi si es-pone allora come esperienza del senso, dell’infinita libertà del senso che, a sua volta, es-ponenendosi nella materia plasmata e formata, tende all’equilibrio solidale tra l’umano habitare e l’ambiente naturale.                                              
Nell’uso dei simboli come veicoli verso il raggiungimento di questo equilibrio, è in questione la memoria, non intesa come facoltà di un individuo di incamerare dati e fabbricare ricordi, ma come struttura stessa dell’essere umano: noi non abbiamo memoria, ma siamo memoria. Freud ha definito lo stesso inconscio come una forma di memoria, dove si accumulano i ricordi rimossi. Quindi la psicanalisi, in fondo, non è altro che un’operazione sulla memoria o sull’oblio.                                                                                    
Le avanguardie artistiche – con le quali Poiaghi ha dialogato sin dagli anni ’60 vissuti nella sua Milano – si definiscono in opposizione al passato, ma proprio per questo il passato è un loro elemento costitutivo. Definendosi in rapporto ad esso, lo hanno fatto inevitabilmente entrare nella propria struttura esistenziale. Così, la stessa ricerca di Poiaghi, nel tempo, è in gran parte un’operazione sulle figure del passato, che vengono intensamente riattivate e rese espressive e cariche di senso nel presente. Così anche le sue colombe, che dialogano con tante storiche colombe della pace. Rifacendomi a uno dei concetti-cardine del pensiero di Giorgio Agamben, vorrei dire che quella che compie Poiaghi è un’operazione che consiste nel cogliere una temporalità della memoria che non è cronologica, ma cairologica, dal greco antico kairòs (καιρός), che indica il momento giusto o opportuno, il “tempo di qualità” da cogliere, in contrapposizione al tempo misurabile di chronos. Un concetto filosofico e retorico che indica un momento cruciale, un attimo decisivo in cui agire per creare innovazione o valore. Così Poiaghi coglie l’attimo, l’impulso al volo sincronico delle sue colombe, per cogliere simultaneamente tutti i richiami dal passato di altre colombe, di altri voli.  

Luigi Poiaghi, colomba di tipo 2, con disegno progettuale.
Luigi Poiaghi, colomba di tipo 3, bozzetto in creta.

                                                                                                                                                                   

La sincronicità d’impulso al volo, pur nelle differenti forme e movimenti delle cinquanta colombe in gres, è fondamentale, e fa pensare a quello che nella meccanica quantistica è definito “entanglement”, ovvero “intreccio”. È un termine coniato dal fisico Erwin Schrödinger nel 1935, per indicare il fenomeno più curioso che si verifica in ambito quantistico, un fenomeno che sembra sfuggire ad ogni logica, per entrare quasi nel dominio della magia: il legame fra particelle, che vanno a interagire come fossero parti di un unico oggetto, anche quando si trovano a grande distanza le une dalle altre. Queste colombe sono forse in entanglement? Quel che è certo, è che la figura fluida e metamorfica di questo stormo che si accinge al volo, non è estranea a una sorta di ritualità magico-sacrale, e che questo “intreccio” quantico – entanglement – di elementi visivi, può dialogare con il reperto magico e sacrale della colomba mitica e storica.                                        
Secondo un verso diMandel’stam, caro ad Agamben, “Ieri non è ancora sorto, non è ancora veramente stato”. Poiaghi guarda al passato e alle immagini in cui si è con-figurato, non come a qualcosa che è stato, che si è compiuto, ma come a qualcosa che continua ad avvenire: tempo che non è ancora stato, perché è in divenire. Per lui, dunque, è la memoria a custodire la possibilità.Possiamo vederlo come una sorta di profeta che parla in nome di una parola/figura che lo precede – in questo caso la millenaria colomba della pace – e fa da mediatore tra quella parola/figura del passato e noi, ma nello stesso tempo la trasforma, realizzando il suo progetto su di essa (“io faccio progetti solo per il passato”, scriveva Ennio Flaiano…). Del resto, questa costellazione di colombe fa pensare anche a Walter Benjamin, secondo il quale “L’immagine è ciò in cui quel che è stato si unisce fulmineamente con l’ora, l’adesso, in una costellazione”. È nella prospettiva di questa speciale temporalità che si deve intendere il termine figura, e specificamente quella della colomba ri-trattata da Luigi Poiaghi. Essa si contrappone al simbolo, che è atemporale, per la storicità che la caratterizza, poiché mette in relazione un’immagine del passato con il presente: in quest’opera d’arte convivono dunque, dialetticamente, questi due momenti. E questa tensione dialettica si esprime meravigliosamente nella tensione dei corpi alati verso il cielo, in quel magico entanglement del volo. Meglio di chiunque lo esprime lo stesso artista, nel suo Prologo poetico alla relazione del progetto, Come un volo di colombe:

Il compasso chiude il cerchio ed io
per un impulso che ancora mi sorprende
traccio in quello spazio chiuso un segno
e lo osservo procedere lento

il tempo di assorbirne il senso
di infondergli il proprio dando luogo
a un ritmo Segno composto da segni
agglomerato di punti e svirgole

piccoli strappi graffi sbuffi aloni
minimi sedimenti del suo vagare
perfino oltre il confine quasi
varcando il limite lui così incerto

tentando un orientamento potesse
indicarmi la direzione del tutto
E poi un battito piumato d’ali
rifrangenze di luce negli occhiali

rivelano latenze parallele
il segno s’impenna abbandona nel cerchio
la sua ombra sdoppiato si scompone
in una forma aperta e viva

d’infinite relazioni armoniche
che si elevano libere e condivise
Sì proprio come un volo di colombe
chiaro nell’aria in direzione del tempo

     

Luigi Poiaghi, Come un volo di colombe (2005-2011) Repubblica di San Marino, visione panoramica.

                                                                           

Nota biografica

Luigi Poiaghi, nasce a Corsico (Milano) nel 1947. La sua formazione si situa in un ambito vocato all’arte già a partire dal contesto familiare. La frequenza dell’Accademia di Brera lo colloca, giovanissimo, nel cuore delle vicende artistiche di una Milano carica di esperienze figurative centrali nell’Italia degli anni settanta. A Milano vive ed opera fino al 1978, esponendo il suo lavoro in numerose gallerie pubbliche e private. In particolare la collaborazione con lo Studio Gastaldelli, la Eros galleria, la Galleria De Marco gli consentono di accostare il proprio lavoro a quello dei grandi artisti del momento, di conoscere lo scultore Fausto Melotti e di frequentarne lo studio. Nel 1978, a seguito di un concorso nazionale, è a Bellaria (RN) per la realizzazione di Passatopresente, una scultura monumetale dedicata ai caduti della Resistenza. Da allora le sue frequentazioni in Romagna si intensificano, e nel 1981 si trasferisce definitivamente a Verucchio, in Valmarecchia. Anche se la vita di provincia induce Poiaghi a riflessioni più intime, i rapporti si mantengono numerosi. Infatti nel 1988 espone a Firenze a Palazzo Strozzi e successivamente a Tokyo e New York, e negli anni successivi partecipa a numerosi progetti espositivi, in musei e gallerie. Nel 1991 inizia un’intensa collaborazione col poeta e sceneggiatore Tonino Guerra. Vince nel 2005 – con il progetto per la grande installazione scultorea Come un volo di colombe – un concorso bandito dalla Repubblica di San Marino. Il progetto sarà portato a compimento nel 2011.  Negli ultimi anni assume un ruolo importante nella sua ricerca anche la fotografia: il suo libro fotografico Ritratto per assenza vince il concorso Face Photo News di Sassoferrato. Nel 2013 tiene presso i Musei Comunali di Rimini – dove nel 2010 aveva già tenuto un’importante personale – una personale di opere fotografiche. Nel 2015 il suo progetto Ombre è fra i dieci finalisti di Visibile White (Premio Celeste per la Fotografia) esposti presso lo Studio Marangoni di Firenze.               
Luigi Poiaghi si è spento a Rimini nel 2017.

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