La prima inquadratura è un rettangolo nero suddiviso in quattro rettangoli più piccoli disegnati da due linee bianco-metalliche che si incrociano con precisione geometrica. Capisco subito che si tratta della bocca di una cassa acustica, ne ho maneggiate alcune nell’allestimento dei miei spettacoli teatrali. Da lì non usciranno parole, ma una successione instancabile di colpi che non sono musica ma base ritmica indispensabile per melodie che restano chiuse nelle menti di chi sa abbandonare il proprio corpo a una danza tribale solitaria e collettiva. Tanti piccoli mondi di un universo indefinito, il cui unico confine è lo spazio dove il suono si attenua.

Poi la macchina da presa filma altri altoparlanti e le inquadrature si allargano sempre più. Non siamo in un teatro ma all’aperto, ai margini della civiltà, un po’ lontani dal mondo. Siamo nel bel mezzo di un rave. Un raduno giovanile convocato chissà come e partecipato chissà perché.

Ne è stato fatto uno anche a pochi chilometri dalla mia città. Se non era per l’insofferenza del potere, non se ne sarebbe accorto nessuno. Il luogo era un capannone industriale abbandonato da anni. Bisognerebbe ringraziare quei giovani che ridanno nuova vita a luoghi spenti e dimenticati.

Un potere che non tollera un evento assolutamente pacifico è un potere illiberale che andrebbe messo in condizioni di non nuocere. Invece, non contento dello sgombero poliziesco, legifera anche un decreto per impedire che l’evento si ripeta. E la cosa tragica è che non c’è stata opposizione.

Ma torniamo al film. In mezzo a quella folla danzante si aggira smarrito un corpulento signore con bambino al seguito. Si vede il suo disagio sul volto sofferente e nello sguardo spento ma ansioso di risposte. Sta cercando la figlia. Chissà se qualcuno può aiutarlo a cercare una ragazza che forse è scappata o si è smarrita. Per ora un aiuto arriva agli spettatori che vengono informati che Sirat (il titolo del film), in qualche piega dell’islam, indica la strada dritta e sottile che conduce al paradiso ma anche un insidioso ponte affilato come una lama, sottile come un capello, teso sull’inferno nel giorno del giudizio. Informazione che mi lascia un po’ sgomento. D’ora in poi anch’io mi aggiro tra la folla con la stessa ansia di quel padre senza una figlia. Il film mi trascina in una esperienza che in gioventù ho solo sfiorato, perché allora non c’erano i rave, ma gli affollati concerti rock erano comunque eventi un po’ border-line, di cui andare fieri. Qualcosa che creava un’identità. Non bastava essere giovani, occorreva anche sentirsi parte della comunità che si creava attraverso la musica, intorno a una rock-star che finalmente attraversava l’oceano e veniva ad esibirsi alla periferia dell’impero. E io-noi, sudditi inconsapevoli, avevamo finalmente l’occasione di ascoltare il verbo, sparato a tutto volume in stadi o pala-sport trasformati in templi in cui consumare un rito salvifico dal conformismo. Bei tempi.

Riconosco Sergi Lopez, l’attore che interpreta il padre.  È ingrassato terribilmente, il suo corpo è trasformato, un po’ come quelli di Gerard Depardieu e forse anche di Diego Abatantuono. Però devo ammettere che così corpulento ha il perfetto physique du rôle. Un corpo un po’ disfatto, sproporzionato, come sproporzionato è il desiderio di trovare la figlia. Vederlo camminare stravolto con a fianco il bambino, per un attimo mi ha fatto pensare a Ladri di bicilette. Anche quella coppia era alla ricerca di qualcosa di molto importante. Ma il parallelismo si spegne subito. Lo vedo chiedere in giro e qualcuno lo ascolta e lo invita a proseguire la ricerca in un altro rave che si svolgerà nel deserto della Mauritania. Inizia un road-movie disperato, metafora di una fuga dalla civiltà che non ti lascia urlare e non concede scampo. Chissà se nel deserto quegli altoparlanti sapranno richiamare chi si è smarrito o si è volontariamente eclissato. Un padre è disposto a tutto, anche all’imprevedibile, pur di riallacciare il suo legame famigliare. Il film non risparmia sorprese e fa capire che per noi “civilizzati” non c’è salvezza nemmeno nel deserto. Quelle casse acustiche grideranno alla sabbia e alle pietre ma rimarranno inascoltate, se non peggio: verranno ammutolite. Mi sorprendo a pensare a un altro film dove un gruppetto di quattro amici tenta una fuga dalla modernità sperando in un tranquillo tuffo nella natura selvaggia, lungo un fiume dove poter pescare indisturbato e si ritrova invece a subire un fatale week-end di paura. Sirat ti mette alla prova, dopo averti catturato al ritmo battente di una non-musica ti costringe a non rassegnarti alla non-speranza.

  1. Avatar Beatrice
    Beatrice

    Ho visto questo film come una metafora della nostra attuale condizione di umani alle soglie dell’apocalisse. I ragazzi che nella rave dell’inizio ballano a un suono ritmico ripetitivo che lo spettatore non sente come musica e che fa sembrare i ragazzi come persi ( proprio come la figlia cercata dal oadre non a caso tra loro), ipnotizzati da un rumore tambureggiante che li fa muovere come burattini, questi ragazzi siamo noi tirati su e giù di qua di là da continue notizie che devastano i valori i diritti la pace la giustizia la battuta ka storia il mondo stesso. E che devastano le mistre menti i sensi le prospettive le speranze. Non posso accennare al seguito, perché si gioca proprio sull’inaspettato, ma tutto quanto c’è dopo continua a dire di questo. Ma ringrazio il regista per non avere scelto un troppo consueto – e facile- finale assoluto. Il possibile ci fa uscire dalla sala con occhi asciutti, nonostante tutto. Ho trovato opportune e interessanti le riflessioni di Andreoli.

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