
In altri numeri della rivista ho cercato di porre qualche traccia di due figure femminili di grandissimo rilievo che si sono presentate alla ribalta della storia tra la fine dell’Ottocento e il Novecento: Anna Kuliscioff e Rosa Genoni. La loro attività ha avuto come centro principale la città di Milano e, lavorando su di esse, si incrociano molteplici altre figure che nello stesso spazio hanno vissuto, ponendosi in relazione tra loro e con il mondo intorno, superando i confini nazionali e confrontandosi con idee nuove e un nuovo modo di intendere e praticare politica.
Di questo universo parla un libro, pubblicato il settembre scorso da Ponte alle Grazie: Ersilia e le altre. Storia straordinaria di donne e bambine all’alba del femminismo. Lo ha scritto Lucia Tancredi.
La vita di Ersilia Bronzini Majno (1859-1933) è il filo che guida in questo universo di donne in movimento. Movimento è parola che piace all’autrice perché “non dice lo stare in un’idea, ma il metterla in cammino, il predisporla all’incontro, il renderla come una febbre di contagio”.
Ersilia Bronzini nasce a Oleggio, vicino al lago che è per lei luogo memorabile e incantato, da una famiglia medioborghese che, dopo essersi trasferita a Milano, le permette di studiare al collegio delle sorelle Biraghi, il migliore, quello in cui le alunne non sono educate per diventare ‘madamine’, ma seguendo le idee di Anna Maria Mozzoni, per essere “donne libere, cittadine di uno stato moderno”. Ancora piccola, Ersilia, camminando per la città, vede l’innumerevole presenza di bambine che da un luogo all’altro portano involti, scatole, pesi che le fanno traballare: sono le piscinine, hanno sei, otto, dieci, dodici anni e costituiscono un universo di cui nessuno sembra curarsi. Sono al servizio delle case di moda, delle sarte, degli opifici; tutti le usano e nessuno si accorge di loro, sono il substrato mobile della città, uno sfondo necessario ma di poco conto. Non si sa da dove vengano e, appena un po’ più grandi, spariscono nelle case di correzione o nei bordelli.
Arriva il tempo in cui Ersilia non può più vivere nel collegio: il padre ha avuto un tracollo finanziario, un fallimento nel lavoro e la madre Carolina sta morendo. Arriva il tempo della povertà, deve lasciare il collegio in cui ha imparato molto e non solo perché le piacciono tutte le materie e riceve lodi e menzioni d’onore, ma “per certe ore, quando si sta l’una in presenza delle altre, per esempio a lavarsi, a cambiarsi per la cena, a leggere un romanzo ad alta voce, a uscire in fila per vedere i carri del Carnevale. Assieme ci si sente fortissime”. I due fratelli maschi, Arturo ed Edgardo, possono continuare a studiare, lei e la sorella Virginia devono interrompere. Tuttavia Ersilia, incapace di stare inoperosa, decide di andare ad aiutare nell’Asilo di Laura Solera Mantegazza, in via del Matarel. Laura, che si era distinta per la cura dei feriti nelle cinque giornate di Milano, aveva fondato ricoveri per i bambini e la prima scuola professionale femminile pubblica e laica, era morta l’anno prima dell’arrivo di Ersilia. Ora a dirigere l’istituto c’è Alessandrina Ravizza, di origini russe, poliglotta, particolarmente attenta alle questioni delle madri. Lo stato moderno prevede che le donne lavorino nelle fabbriche; sono più docili e sottopagate. Quando poi restano incinte, la fabbrica non se ne occupa, non devono perdere ore di lavoro. Capita così che portino i loro figli dai preti o da dame di carità, guadagnandosi gli epiteti di degenerate, delinquenti, puttane. All’Asilo di Alessandrina non vengono giudicate, vengono invece offerte indicazioni per l’igiene, aggiornamenti sul diritto, sull’economia domestica e sulla cura dei bimbi. A questo si dedica Ersilia, accompagnata dal fratello che nel frattempo è diventato avvocato e ha aperto, nel palazzo della contessa Maffei, uno studio legale con Luigi Majno, compagno di università. Di Clara Maffei, della sua eleganza, del salotto in cui riceve le personalità più in vista della politica, della letteratura, dell’arte, della sua dedizione alla causa di un’Italia appena nata, tutti parlano con deferenza. È lì, sulle scale del suo palazzo, che Luigi ed Ersilia si vedono la prima volta; poi in un breve giro di tempo si fidanzano e si sposano.
Ersilia Bronzini Majno avvia così i molteplici, importantissimi incontri che segnano la sua vita, da sempre alla ricerca di una rete di relazioni in cui affermare e promuovere idee. Luigi, il marito, è socialista, come il fratello Edgardo, e apre a quel mondo in fermento che vede il lavoro intellettuale e pratico di figure di straordinario rilievo come l’insigne dottor Luigi Mangiagalli, Filippo Turati e Anna Kuliscioff, Rosa Genoni, Ada Negri, Amalia Moretti Foggia (la prima donna pediatra in Italia), Maria Antonietta Zuccari (in arte Neera), Matilde Serao, Anna e Angelo Celli (infermiera e medico operativi contro la malaria nell’Agro Pontino), Eleonora Duse, Sibilla Aleramo, Maria Montessori e altre e altri ancora. Ma, accanto ai nomi noti, importanti, c’è uno stuolo di figure, soprattutto femminili che aiutano, si prestano, risolvono, trovano strategie: sono le donne che preparano il cibo in cucina, che seguono i parti, custodiscono i figli e portano la saggezza elementare e fondamentale che guida le scelte: Nana, Pina, Edvige, Pierina, Jole, Giannina…
Ecco Giannina, ossia Giovanna Lombardi. Ha quattordici anni e guida lo sciopero delle piscinine nel 1902. Cinquecento bambine dai sei ai quattordici anni sfilano per le strade di Milano e chiedono migliorie nel lavoro che quotidianamente svolgono: la riduzione a dieci ore giornaliere, la domenica libera e un carico limitato di pesi da portare. Le deridono i giornali, non le considera la Camera del lavoro che ha altro da fare, i borghesi in abiti eleganti augurano l’arrivo dei gendarmi, ma le bambine resistono.
Scrive Ersilia sul giornale dell’Unione Femminile:
Una notizia singolare corre per la città: le piscinine sono in sciopero, girano a frotte per le contrade, e risolute aggrediscono le crumire. Le piccole scioperanti non sapendo nulla delle disposizioni della legge sul lavoro delle donne e dei fanciulli sancita anche dal Senato, hanno chiesto quello che più premeva, data la loro condizione di piccole schiave… Questo sciopero ha avuto il merito di attirare l’attenzione su uno stato di cose mai abbastanza deplorato, e che doveva proprio giungere al punto di indurre alla ribellione le coscienze infantili, perché se ne accorgessero anche quelli che son ciechi e sordi per elezione.
Giannina, nel racconto di Lucia Tancredi che ha passato in rassegna tutti documenti, conservati nella sede dell’UFN in corso di Porta Nuova 32, verrà accolta all’Asilo Mariuccia e studierà fino a diventare maestra.
L’Asilo è una delle realtà volute da Ersilia: intitolato a Mariuccia la figlia morta di difterite nel 1901, si propone “il progetto di dar vita a una iniziativa per l’addestramento all’emancipazione di quei soggetti per storia, condizione e cultura, esclusi da ogni reale possibilità di riscatto” e ha il sostegno dell’altra opera fortemente voluta da Ersilia, l’Unione Femminile Nazionale, nata nel 1899.
La grande differenza che caratterizza questa istituzione e l’Asilo Mariuccia, rispetto ai centri filantropici allora esistenti e legati alla chiesa o alle opere pie, è la sua laicità, l’ispirazione socialista che prevede l’accoglienza senza distinzioni.
L’Unione femminile si è costituita per l’elevazione ed istruzione della donna, per la difesa dell’infanzia e della maternità, per dare studi ed opera alle varie istituzioni di utilità sociale, per riunire in una sola sede le Associazioni ed Istituzioni Femminili, con il vantaggio per le socie: a) di avere una Sede decorosa; b) una Biblioteca in comune; c) una sala di lettura; d) conferenze, corsi di lezioni, trattenimenti.
È l’idea di un confronto aperto, anche da posizioni divergenti, tra persone che abbiano a cuore la vicenda umana delle donne. Fonda per questo il periodico “Unione Femminile” che avvia inchieste sulla condizione delle lavoratrici, tesse legami con le organizzazioni straniere, informa su leggi e diritti e non perde di vista il suo minimo breviario pedagogico: “non cambia nulla senza il paziente amore, quello ostinato e strepitoso che ci fa andare incontro a chi è perduto, a chi è con le spalle al muro”.
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