
dal sito www.leggerepernondimenticare.it
Ho trasportato sul tavolo tutti i libri di Luisa Muraro; si è creato un lungo vuoto sullo scaffale, ma vederli insieme, un po’ alla rinfusa, rigenera una lunga storia di pensieri, discussioni, incontri. Non ci sono solo i libri, ma cassette registrate, appunti, quaderni pieni di note, articoli di giornale: il percorso della riflessione sul pensiero della differenza che ha attraversato la vita.
Prima vivevo in città e seguivo il movimento femminista paradossalmente da sola, un po’ isolata per la recente maternità e il lavoro alla scuola serale. Non distinguevo l’emancipazionismo, che mi sembrava una necessità primaria, dalla rivendicazione dei diritti e mettevo insieme le diverse anime del femminismo che si mostravano in quel periodo di fine anni settanta. Tutto mi sembrava nuovo e giusto.
Poi mi sono trasferita a vivere in campagna e ho cominciato a frequentare amiche già abituate a incontri in cui lo scambio delle opinioni era ricchezza e alimento. Ci si incontrava il martedì sera, nelle nostre case, parlavamo e ascoltavamo quanto scaturiva dalle meditazioni su temi offerti da quelle di noi più abituate a sostare nella riflessione; cercavamo argomenti che riguardassero le donne e spesso erano di natura religiosa e fornissero occasione di interpretazioni approfondite, versanti inattesi, indicazioni di vita. Insieme conquistavamo sicurezza e forza nella volontà di affermare un modo diverso di pensare e agire come donne. Elisabeth Schüssler Fiorenza pubblicava in quegli anni In memoria di lei e avviava all’elaborazione della teologia femminista.
Da lì approdammo all’Ordine simbolico della madre, un libro che, prima ancora di conoscerne il contenuto, ci conduceva su un preciso versante del femminismo, quello della differenza sessuale.*1
Uscito nel 1991, entra in profonda analisi della relazione primaria madre-figlia e considera la lingua materna il fondamento culturale dell’umanità. Riconoscere questa autorità femminile originaria sposta l’asse della sottomissione al modello patriarcale che ha estromesso la figura materna da ogni ruolo e ha impedito che il continuum materno, il legame che si perpetra tra figlia e madre, rimandi ai primordi della vita, in un circolo di corpo e parola, di ri-creazione della vita.*2
Si tratta certo di un libro complesso, a volte frainteso che a volte è stato letto come fosse una insistenza sul modello materno e sulle sue qualità. Ma, come scrive su “Doppiozero” del 23 giugno Laura Colombo, “è il contrario: non un ordine parallelo a quello del padre, verticale come quello, ma la contiguità tra corpo e linguaggio, già pensata in Maglia e uncinetto, portata dentro la relazione con la madre, dove taglia l’astrazione della legge del padre invece di imitarla”.
L’ultimo decennio dello scorso secolo vedeva, proprio qui nel nostro territorio, esperienze politiche, come quella di Graziella Borsatti, sindaca di Ostiglia che, per prima, grazie anche all’incontro con la comunità filosofica di Diotima, affermò la volontà di una gestione ‘femminile’ delle scelte del consiglio comunale (“Sono qui per amore e per passione”). Muraro stessa venne a incontrare sindaca e vicesindaca proprio qui nella nostra campagna per parlare di pratica politica femminile.
La comunità filosofica di Diotima, nata nell’università di Verona nel 1984 su proposta di Luisa Muraro, con Chiara Zamboni e altre, raccoglieva donne dell’università, ma anche docenti di scuola superiore o altre interessate ad approfondimenti di tipo filosofico. La scelta di essere comunità si ispirava ai modelli medievali di comunità femminili, come quelle delle Beghine, e il dibattito tra le donne che la costituivano, portava annualmente al Grande Seminario, aperto a tutte e partecipato da un gran numero di persone.
Per molti anni, tra ottobre e novembre ogni venerdì, ci recammo a Verona per far tesoro di quello straordinario deposito di idee che veniva aperto di volta in volta e di cui Luisa Muraro era custode. Con il suo pensiero, come dice Ida Dominijanni, nel suo articolo sul “Manifesto” del 14 giugno,
siamo infatti fuori dal perimetro di un pensiero di e sul genere fermo alla critica della costruzione patriarcale del femminile. Ed entriamo in un territorio in cui se il genere è l’effetto della continuità storica del dominio maschile, la differenza sessuale è l’evento simbolico, epistemico e politico che spezza questa continuità inaugurando per le donne una storia di libertà, la libertà di pensarsi e di agire indipendentemente dalle destinazioni prescritte. Un territorio in cui le donne non sono costrutti del linguaggio maschile bensì soggetti pensanti e parlanti, la differenza sessuale non è il nome di un’identità stereotipata bensì un significante aperto e perciò stesso radicalmente anti-identitario, l’autorità della madre non è una figura del comando bensì dell’autorizzazione, e la lingua materna, mantenendo a contatto corpo e parola, esperienza e significazione, è portatrice di verità soggettive credibili e fa luce su pezzi di realtà altrimenti invisibili. Un territorio, infine, in cui la politica del simbolico è una scommessa continua, e aperta a chiunque ne condivida le pratiche, sulla trasformazione del regime della dicibilità e della produzione del senso.
I tentativi di vivere davvero (“esserci davvero”, dice Luisa Muraro nella conversazione con Clara Jourdan del 2003 e raccolta nel quaderno di Via Dogana) nella esperienza quotidiana le sollecitazioni che questi incontri producevano in noi e nel nostro ripensare e dibattere, ci portarono a scoprire anche i libri precedenti. Dopo l’esperienza nella scuola dell’obbligo come “pratica antiautoritaria”, nel gruppo coordinato da Elvio Facchinelli, Luisa Muraro aveva scritto La Signora del gioco nel 1976, Maglia o uncinetto nel 1981 e Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista, nel 1985. La ricerca sulla caccia alle streghe e sulle due culture, quella delle streghe e quella degli uomini delle classi letterate, che entrano in collisione, intende mostrare la forza delle donne che in ogni modo tentano di uscire dalla condizione di persecuzione.*3
Maglia o uncinetto è una sorta di anticipazione, in forma di “racconto linguistico-politico”, della riflessione sul linguaggio e sulla lingua materna che troverà più articolata espressione in Lingua materna scienza divina, protagonista Margherita Porete, un libro fondante che raccoglie conferenze tenute in varie città alcuni inediti e articoli per “Bailamme”, la rivista voluta da Romana Guarnieri che divenne occasione di incontro e amicizia tra la studiosa dei movimenti beghinali del Medioevo e molte femministe.
In Lingua materna scienza divina è pubblicato anche il contributo di Luisa al corso di lezioni tenute da Ivana Ceresa per la Scuola di Cultura contemporanea, voluta a Mantova da Annarosa Buttarelli (della Comunità filosofica di Diotima) e attiva per anni come straordinario apporto culturale alla città. La serie di incontri, raccolta nel volume Donne e divino, prevedeva una sezione, “Donne e trascendenza”, in cui si inserì La trascendenza nel pensiero classico e della differenza di Muraro.
A quegli incontri vidi Luisa Muraro per la prima volta e per la prima volta compresi, dalle sue parole e dalla forza del suo linguaggio, ruvido e immediato, che era possibile avviare quelle ‘pratiche’ che consentono di adattare al presente della nostra vita le esperienze delle donne del passato, di farne un tesoro eversivo. Contemporaneamente, in modo apparentemente paradossale, proprio questa forma di adattamento consente il ‘partire da sé’, l’indipendenza dal modello maschile e la consapevolezza della novità portata dalle donne, i ‘salti’ che si impongono nella costituzione del pensiero e dell’essere, le ‘acrobazie’ della verità. Lì si trova la ragione che porta Luisa Muraro ad affidarsi alle scrittrici mistiche; la loro parola non è conformata all’ordine delle mediazioni costituite, accoglie diversità e contraddizioni. Nell’Introduzione a Lingua materna scienza divina, Muraro dice:
La mia scoperta di Margherita Porete è avvenuta sì in un contesto: l’interesse per la storia e il pensiero delle donne, interesse collegato al femminismo. Ma non fu preparata da una tradizione – la tradizione anzi ci separava – e, lungi dal situarsi entro un orizzonte, mi ha tolto il bisogno e la voglia di avere un orizzonte, gettandomi, tanto per parlar chiaro, nella possibilità dell’assoluto. Il capire, questo intendo dire, può costituire un avvenimento assoluto che ci strappa dal dicibile di una tradizione per renderci capaci dell’indicibile. Con ciò non intendo respingere la tradizione né il metodo scientifico; vorrei solo liberare l’una e l’altro dal postulato di un confinamento assoluto dell’essere umano nella finitezza, postulato che vediamo storicamente affermarsi ai tempi di Margherita, contro lei e contro il movimento religioso di cui è espressione, e contro i teologi che lo difendono, Teodorico di Vriberg e Maestro Eckhart.
Si tratta di muoversi su un altro piano e di assumere come pratica politica il dar vita a nuove combinazioni che possono rendere significativo ciò che non lo era, nella consapevolezza che si tratta di un momento strategico della libertà.*4
Muraro lo chiama il “buco nella siepe”, perché “la storia umana e la trascendenza divina sono separate da una siepe nella quale la libertà femminile fa un buco; la scrittura ne disegna il bordo”.*5
Imparavamo, le mie amiche ed io, a fare i conti con un modo di pensare che sentivamo più vero, soprattutto capace di dare materia a quell’universo di eventi che ogni giorno attraversava le nostre vite. Partivamo per Orvieto per partecipare ai seminari di Terradilei, a luglio organizzati intorno a Mistica e Politica, a partire dal 1991, da Laura Guadagnin. Oltre a Luisa Muraro, incontrammo Erminia Macola, Monica Farnetti, Grazia Sterlocchi, Sandra De Perini, Antonietta Potente e molte altre. Anche quelle riflessioni sono raccolte in Le amiche di Dio, uscito nel 2001, insieme ad altri saggi, nati in contesti diversi, ma tutti afferenti alla mistica femminile.*6
Erano gli anni in cui cominciava nel nostro gruppo a delinearsi una linea di pensiero che avrebbe portato alla costituzione della Sororità. Da Ivana Ceresa, amica di Muraro dai tempi dell’università, per entrambe la Cattolica di Milano, partiva la proposta di fondare un Ordine femminile che fosse “un viaggio di esodo dall’omologazione al maschile”. Molte tra noi amiche vi aderirono e la Regola dell’Ordine della Sororità apparve sul numero di marzo del 2000 su “Via Dogana” la rivista della Libreria delle donne di Milano fondata da Luisa Muraro, Lia Cigarini e altre.
Nella nota introduttiva di Muraro per Mie carissime sorelle, il libro che raccoglie gli scritti della fondatrice sulla Sororità, si legge: “La Sororità è l’invenzione di qualcosa che non esisteva e come tale mette alla prova della realtà un’ispirazione… Ivana Ceresa invita a mettersi in viaggio verso un senso libero e personale della differenza di essere donna, lasciandosi alle spalle la subordinazione e l’imitazione degli uomini. E insegna, passaggio decisivo, a far corrispondere a questo guadagno di libertà femminile, una ricreazione di mondo e chiesa”. Qui chiama la Sororità “macchina volante” e riconosce ad Ivana Ceresa l’audacia di dare alla luce un’impresa che carica di senso la libertà femminile, trasgressiva, strappata al rivendicazionismo e all’emancipazionismo, disposta ad aprire il suo orizzonte all’impossibile. La teologia in lingua materna, espressione che Muraro preferisce a ‘mistica’, si avvale di amore, di morte e vittoria sulla morte, di felicità; disfa le maglie di questo mondo per far posto ad altro.*7
Si tratta di porsi fuori dalle mediazioni, fuori da ogni subordinazione tra esseri umani, da ogni dipendenza, come le beghine del Medioevo e come le scrittrici ‘mistiche’ di oggi, da Clarice Lispector, a Simone Weil, Cristina Campo e Etty Hillesum. Può capitare di non sapere in quale direzione si stia andando, capita spesso, ma occorre prestare attenzione a quei “chiari del bosco” che ogni tanto si aprono, come insegna Zambrano, e che, quasi esperienza iniziatica, non bisogna cercare ma lasciare che si offrano come nulla e come vuoto.*8
Al mercato della felicità è un libro del 2009 in cui Muraro riflette sulla forza irrinunciabile del desiderio e che si apre con il racconto, rivisitato dalla tradizione islamica, di Giuseppe ebreo che i fratelli consegnano al mercato degli schiavi. Tra i possibili compratori si fa avanti una vecchia che vorrebbe comprarlo, ma ha solo pochi gomitoli di lana da dare in cambio. È chiaro che non c’è per lei speranza, ma il suo desiderio è tuttavia un formidabile indizio, perché indica la volontà di stare nel mondo eludendo le sue leggi, provando a proporsi nonostante la distanza che la separa dal pensiero comune. Questa “mossa” (un termine che Luisa Muraro amava usare) è presente anche nell’analisi della scrittura narrativa e filosofica di Iris Murdoch che compie una “schivata”, sottraendosi alla costruzione chiusa e definita del pensiero, per oltrepassare la linea della comune approvazione e aprire a un possibile altro.
È, questo elemento, continuamente approfondito; in Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna, pubblicato da Carocci nel 2011, ricorda lo sconcerto che si generò, a casa di Romana Guarnieri, quando le “venne un’idea ancora senza parole che però pretendeva di essere esposta subito perché in quel posto e in quel momento non mancava niente per riuscire a formularla compiutamente”. Gli uomini presenti si irritarono, non capivano, il diverbio si fece acceso e Luisa se ne andò. Eppure non era stato un errore voler intervenire in quel modo.
Volevo che lasciassero da parte un modo di pensare e di parlare che rifà il mondo a parole. In positivo, volevo renderli partecipi di un modo di pensare insieme, da me conosciuto grazie al femminismo, che non procede con la sequenza ordinata di discorsi che prendono tutto il posto del reale, ma si aiuta apertamente con elementi estranei al pensiero discorsivo, come le circostanze, la presenza dei corpi, la pressione dei desideri: soltanto con questo scambio misto di parole, silenzi, gesti, sensazioni, avremmo potuto far venire alla luce l’idea che avevo intuita. (p. 29)
“L’essenziale di Luisa sta non tanto nel contenuto quanto nell’andamento e nello stile di un pensiero pensante e sempre inquieto che si forma in relazione e in contesto, spiazzando le posizioni e i conflitti precostituiti” (Dominijanni), la mossa della ‘schivata’ appunto, quella posizione asimmetrica propria del femminile che consente anche di leggere la realtà in modo netto e di vederne lucidamente le crepe.*9
Alla base, o intrecciata a questa postura, c’è l’espressione dell’autorità femminile che Muraro mutua da Hannah Arendt quando avverte che non va confusa col potere, che anzi, come forza generativa, aiuta a fare di una disparità un rapporto di scambio e di trasformazione che apre alla pratica delle relazioni e del reciproco riconoscimento.
Quasi tutti i temi offerti da Luisa Muraro alla nostra riflessione tornano più volte nei suoi libri, negli articoli e nelle conferenze. Della enorme quantità dei suoi contributi alla storia della cultura e al femminismo dà conto il preziosissimo lavoro di Clara Jourdan nel quaderno di via Dogana, Esserci davvero, pubblicato un anno fa.
L’ultimo libro, scritto come scambio/intervista con Lucia Vantini, filosofa e teologa, torna su Il Dio delle donne per rimarcare l’eredità della tradizione mistica.*10
Inevitabilmente su quella siamo tornate insieme, noi amiche, ancora una volta ieri, mentre facevamo memoria della beata Osanna Andreasi nella piccola chiesa di Carbonarola; ci siamo ricordate di quello che ne aveva scritto Muraro, in riferimento a Ivana Ceresa: “Mantova è una città che ha una tradizione di autorità femminile di origine religiosa: la beata Osanna degli Andreasi è una figura di santa viva – “sante vive” chiamavano le sante riconosciute come tali anche in vita – ed era consigliera dei principi di Mantova. Ivana Ceresa ha fondato un ordine di donne che chiama Sororità e tra le loro sante protettrici ha indicato anche la beata Osanna, insieme a una monaca reclusa amica (Paola Montaldi) con la quale Osanna aveva uno scambio intenso.
E qui veniamo a queste amicizie femminili: le amiche di Dio sono amiche tra loro naturalmente, va da sé. E stringono amicizie.”
Ci siamo ricordate che Muraro sosteneva di credere nello Spirito santo e abbiamo concluso l’incontro ascoltando il Veni creator spiritus intonato alla celebrazione per lei nella Libreria delle donne di Milano che aveva contribuito a fondare.
Dai testi
*1
“La differenza sessuale rappresenta uno dei problemi o il problema che la nostra epoca ha da pensare”, è stato scritto nel 1984 da Luce Irigaray.
Noi infatti non abbiamo ricevuto un pensiero della differenza sessuale; la nostra cultura occidentale, le cui basi o inizio risalgono ai greci antichi, non ha elaborato in sapere il fatto della sessuazione della specie umana.
…
La mancata elaborazione della differenza sessuale si imputa, non senza ragione, al dominio storico esercitato dagli uomini sulle donne.
…
Il non considerare la differenza sessuale si può intendere come una specie di decisione semplificatrice. Ma più profondamente dobbiamo vedere che qui l’escluso non sono semplicemente certe esperienze o certi procedimenti a vantaggio di altri. Qui ciò che si trova escluso è l’alterità stessa in cui si costituisce il soggetto umano a causa del sesso. E per cui esso soggetto, nell’atto di conoscere, trova fuori di sé e opposto a sé non soltanto il mondo da conoscere ma se stesso nell’altro sesso. Ciò costituisce innegabilmente una formidabile complicazione per il rapporto di conoscenza.
In questo ha giocato il dominio sessista. La subordinazione di un sesso all’altro è una maniera pratica di risolvere il problema del soggetto umano che non è uno ma due.
Diotima, Il pensiero della differenza sessuale, La Tartaruga ed., 1987, pp. 9-10.
*2
In base alla mia storia personale e al ragionamento io penso che l’automoderazione femminile sia dovuta ad un conflitto irrisolto con la madre, che rende impraticabile il punto di vista della relazione originaria. Finchè non ho messo in luce l’avversione che avevo per mia madre ed ogni figura di madre, e non ho visto il grande amore che lì c’era per lei insieme al bisogno della sua approvazione e al timore di non ottenerla, e finchè non ho sciolto questo nodo con il principio materno della mediazione, la prepotenza del mio voler dire entrava in circolo con la sottomissione alle regole date e io finivo per poter dire solo ciò che suonava verosimile, a prescindere che fosse vero, inventato, probabile, sincero, tutte circostanze rese irrilevanti dalla ferrea costrizione del circolo dell’automoderazione. Il presente-a-me cadeva così nell’insignificanza, letteralmente per me come per gli altri, ma a me pur sempre presente nella forma infelice di un ‘esperienza senza senso.
Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre, Editori Riuniti, 1991, p. 100.
*3
In alcuni miei appunti di allora, leggo: “Perdenti in partenza, per l’enorme disparità di potere, le vittime si difesero con tutti i mezzi che avevano a disposizione: con la fuga, con la verità, con le menzogne, con la ragione, con la religione, con il silenzio, con la malattia mentale, con la morte”: parole amare alle quali si deve aggiungere che quelle donne fecero più che difendersi. Gli storici hanno egregiamente messo in luce il ruolo che gli uomini di cultura, giudici compre, hanno avuto nell’attraversamento e risoluzione della crisi di civiltà che fu la demonomania, fra i secoli XV e XVI. Quello delle vittime, mai espresso nel discorso della cultura ‘alta’, era rimasto in ombra.
Luisa Muraro, La Signora del gioco. La caccia alle streghe interpretata dalle sue vittime, Feltrinelli 1976. (p. 8 della Prefazione all’edizione della tartaruga del 2006).
*4
Nella trattazione pratica della materia divina, Margherita è di una bravura magistrale. Margherita è maestra nel doppio senso della parola; in lei la pazienza di chi sa insegnare l’alfabeto si unisce alla brevità del grande pensiero, quando occorre voltare le spalle al già pensato e al pensabile. La sua pazienza nel dare spiegazioni non si adagia mai nella comodità della esposizione sistematica, e quindi non si preclude le accelerazioni e le intensità che sono proprie del pensiero nel suo vivo farsi, ma anche del magistero nel suo vivo farsi. Magistero che, alla stessa stregua, non sdegna, appena necessario, di ripetersi o di variare il già detto o, perfino, di contraddirsi.
Luisa Muraro, Lingua materna scienza divina, M. D’Auria editore, 1995, p. 8.
*5
Torniamo alla nostra retorica dell’incertezza, con i nostri “forse”, “credevo”, “volevo”, con i nostri “grazie” di troppo, con i nostri condizionali e le frasi troppo lunghe nelle quali nascondiamo, per inciso e tra parentesi, la cosa che più ci stava a cuore dire. Questa retorica che mette in difficoltà i nostri interlocutori, che i sciupa i momenti decisivi della vita, che rende impubblicabili molti nostri scritti e quasi tutti inadeguati ad essere tramandati ai posteri, questa disgraziata retorica, a modo suo è fatta per fare posto all’altro, ad altro, a Dio se esiste. Non il dio dei teologi o dei filosofi, e neanche quello di Abramo ed Isacco, ma il dio che fa buchi nelle siepi della filosofia e nei recinti della giustizia, e quando ha fame, si mangia anche i nostri libri anche più sacri, il dio che è volpe, topo, desiderio, amore.
A una donna capita spesso di parlare e di agire in maniera inconcludente, e lo è, inconcludente, perché aperta ad altro, e non potrebbe, non vorrebbe neanche non esserlo, pena la perdita del desiderio. Ed è una lotta di tutti i giorni, invisibile ai più. ma vi sono contesti, quelli che più impegnano gli uomini, come la produzione del pensiero, la presa delle decisioni, la scelta dei capi, la messa in scena dei conflitti, in cui l’in-concludenza di lei diventa evidente e viene presa per un atteggiamento incerto, confuso o, addirittura, irrazionale. E la incalzano a farsi capire. In realtà a farsi accettare rinunciando alla (sua) differenza e al (suo) desiderio. Rinunciando ad essere un buco nella siepe della presunta autosufficienza umana. Le dicono ci vuole razionalità, ci vuole universalità, e non hanno occhi per vedere l’universalità di lei.
Luisa Muraro, Le amiche di Dio, M. D’Auria editore, 2001, pp. 212-213.
*6
Io penso che l’esatta posizione di una Margherita Porete non sia compresa nei paradigmi storiografici di cui disponiamo. La posizione di una Margherita Porete comincia a chiarirsi se, oltre il rapporto dell’uomo con Dio, poniamo l’istanza della differenza femminile che si significa e che agisce liberamente nella storia umana. Il rapporto fra l’uomo e Dio, infatti, ha prodotto un certo numero di paradigmi che non esauriscono la storia religiosa, per non parlare d’altro.
In forza di questa chiarezza, guadagnata in anni recenti grazie al movimento politico delle donne, Kari Elisabeth Børresen, medievista e teologa, ha potuto formulare un’idea preziosa per l’intelligenza dello Specchio (Lo Specchio delle anime semplici, di Margherita Porete, n.d.r.) come della posizione storica di Margherita Porete.
Luisa Muraro, Le amiche di Dio, M. D’Auria editore, 2001, pp. 103-104.
*7
C’è una libertà che non troviamo scritta nella Costituzione, perché non è un diritto, che si pratica senza enfasi e perciò non si nota… È la libertà dall’ansia di indagare, dimostrare, testimoniare l’esistenza di Dio (o il suo contrario). È una libertà che diventa o può diventare, capacità di affidarsi ad altre, altri, piuttosto che far conto sul diritto o sul potere.
…
Per chi ha questa libertà, dio smette di essere un oggetto di fede, un garante del vero e del giusto, un ricorso contro il male di questo mondo. Ma resta. Resta come una dimensione ulteriore del reale.
…
Avevo creduto che fosse indifferenza e c’è voluto del tempo per scoprire che, nel nostro silenzio intorno a Dio, c’era un’invenzione di libertà. (Nostro di femministe).
È un’invenzione che ha qualcosa in comune con l’arte di disfare le maglie, che oggi non si pratica più ma che le donne più vecchie ricordano ancora. Disfare una maglia consiste, in breve, nel fare a ritroso il lavoro della sua confezione passando abilmente attraverso le sue vicissitudini sia ordinarie, sia straordinarie: macchie d’erba, sangue o altro, strappi, buchi di tarme o di pallottole, parti lise, cuciture, ricami, rammendi… Quest’arte ha il pregio che, finito il lavoro del disfare, nelle mani dell’artista – di solito era una donna, spesso una donna impedita, dall’età o dalla salute, di fare lavori più pesanti – restano i gomitoli del filo a disposizione per nuove opere o altro tipo di scambi. Insomma, un nuovo punto di partenza.
Luisa Muraro, Il Dio delle donne, Mondadori, 2003, pp. 45-46-47.
*8
Senza la speranza di un futuro migliore, come si fa a custodire la speranza di qualcosa di meglio per noi egli altri che soffrono ingiustizia o che, più banalmente e più terribilmente, tendono a consegnarsi alla prepotenza delle cose e degli uomini? Una risposta ce la dà il pensiero (più che un pensiero) che l’essenziale c’è già, è già guadagnato, non da noi, ci è offerto, anche se noi non lo vediamo, non lo sappiamo e dobbiamo faticare parecchio per non perderlo e non perderci. Questa certezza di essergli in presenza anche a nostra insaputa somiglia a quella che i credenti chiamano fede. Una fede non fideistica però, che non chiama Dio a colmare la nostra pochezza. È in questo punto che la grande tradizione mistica aiuta la politica, parlando di una generazione di dio nel qui e ora, messo al mondo da chi ama come una presenza che sguarnisce, fa il vuoto.
L. Muraro, A. Sbrogiò (a cura di), Il posto vuoto di Dio, Marietti 1820, 2006, p. 133.
*9
Degli uomini piace il loro andare a caccia di grandezza e inventarsi imprese e avventure, ma fa paura quello che poi troppo spesso si lasciano dietro, come rotoli di filo spinato, lattine, carcasse, odi, confini tracciati a caso… E non piace niente quando si rincorrono in un pulviscolo di titoli, cariche, carriere, promozioni; vedere fra loro delle donne come accade grazie all’emancipazione femminile, è imbarazzante. Il privilegio di essere donne dà una grandezza di altro tipo, che viene incontro fra le cose ordinarie della vita e arriva fino alle più straordinarie. Il fatto di fare carriera, di raggiungere posti importanti, di avere molti soldi, le aggiunge poco.
…
In una donna la grandezza c’era da prima, non appariscente come un’avventura segreta, come un abito di tutti i giorni, ma disegnato da Valentino.
Luisa Muraro, Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna, Carocci 2011, pp.15-16.
*10
Fare attenzione alle pratiche è di primaria importanza per chi mira a cambiare un ordine simbolico. I riformatori lo sanno bene. Nello Specchio delle anime semplici l’importanza delle pratiche è resa evidente dal ricorso a un termine specifico, usage, che purtroppo le traduzioni moderne non riconoscono come tale e traducono ora così ora colà.
Tra le pratiche del femminismo, secondo me, quella del partire da sé è la più importante, insieme a quella del mettersi in relazione con l’altro da sé. Non c’è contraddizione tra le due: il partire da sé non è un partire da Io; partire da sé vuol dire amare la verità soggettiva e non coltivare le illusioni dell’Io, rendendo così possibile esserci nelle cose al cento per cento, esserci grazie alla decantazione massima dell’egocentrismo…
Luisa Muraro, Lucia Vantini, Dire Dio nella lingua materna, Il margine ed., 2018, pp. 98-99.
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