La prima volta che ho incontrato Michela Gorini pioveva e il freddo di novembre incalzava, mentre mi rifugiavo nella Biblioteca della Poesia di Macerata: lì avrei dialogato e letto versi insieme a lei, facendo così un percorso di avvicinamento al suo volume Undress, edito da Seri editore. Vista la consonanza e l’intendimento manifestatisi durante quell’incontro, ci promettemmo di tornare ad incrociarci per un altro dibattito poetico. E tanto è stato, quando, a febbraio di quest’anno, Gorini è stata ospite della rassegna “Mistero Aperto”, a Montecosaro (MC), ma stavolta con un altro capitolo del percorso di quella escavazione ed indagine che la sua poesia rappresenta.

Âcre coeur, infatti, è uscito nella collana Rive dell’anconetano Pequod editore, proprio un paio di mesi prima della presentazione in questione, quindi, era ancora fresco di tutta quell’emotività e quei dubbi che accompagnano il rilascio di una raccolta. Tuttavia, la saldezza ed organica costruzione di questa silloge non ha nulla di cui darsi pensiero all’impatto con i lettori, anzi, si mostra come un nodo ben ordito e dalla solida struttura, rappresentando un punto fermo nel complesso delle opere edite di Gorini, giunta con questa alla sua settima uscita in volume.

I testi che con un movimento concentrico di analisi e scarnificazione della voce poetica compongono il tragitto intrapreso da Gorini portano ad una progressiva immersione nel dettato concentrato e minuzioso, caratterizzato dalla potente capacità di rapimento nel testo, grazie al lavoro raffinato e intenso di decostruzione e riassemblaggio della parola. Durante lo scorrere delle pagine ogni verso racconta con trasparente e disarmante schiettezza l’esperienza del vivere, pur nei capitoli minimi della quotidianità, dell’inciampo che la realtà ogni volta dispone per noi, della malattia, dell’inquietudine, del senso di inadeguatezza che fanno la cesura che periodicamente interrompe la fluidità del nostro vivere. Certo, l’antidoto a questa andatura claudicante c’è e consiste nell’umiltà, che ricorre frequente e che rincorre la parola, che riordina la nostra postura anche quando sembra ci affatichi o ci addolori rinunciare ad una consuetudine, in nome di un noi che sia la risultanza di un faticoso accordo tra l’io ed il tu, sempre protagonisti (e antagonisti) della conversazione. Questo enuncia senza mediazione l’autrice quando dice:

Scrivere ciò che accade – dentro
Diario della marginalità, frammenti senza valore
La macchina per scrivere chiamata pena chiamata uomo

e ci ricorda che la matrice donna della sua scrittura è imprescindibile, è polpa e sutura nel mantice della relazione, nel separarsi e ricongiungersi di parole, gesti, respiri. L’amore è nota di fondo che suona anche quando lo sguardo sembra distratto, proprio perché

Tutto deve avere un senso.
Vorrei dirti che ho deciso di amarti.
Se me lo dico ti traslo e mi traslo dentro.

Come accaduto nei titoli delle sue due ultime raccolte, per Gorini la poesia è un atto di traduzione per poter mostrare, rendere leggibile quanto agita l’animo, e permettere di interpretare i minimi ed enormi moti che strutturano i versi. E tradurre il dolore di registrarsi al mondo, di stare alle regole e conformare la parola per non tradire il senso. Tutto questo è il compito che si dà Gorini nella edificazione della versificazione, un continuo lavoro di ritaglio, di rispecchiamento logico e grammaticale, di ripetizioni che schivano la cantilena, al contrario danno vigore all’insistere dello sguardo, affinché il libro diventi “masticabile dichiarabile trasmissibile”. L’obiettivo dichiarato è quello che in maniera accorata viene gridato a chi ascolta:

Non perdiamo di vista il corpo, tra noi
Non perdiamoci. Ci siamo detti il corpo
senza averlo fatto

Il viaggio nei versi di Âcre coeur non è affatto privo di traumi, in un costante strappo e sutura, ed anche la chiusa del libro ci dà conto di un ingranaggio che stenta a trovare la fase, sempre con quel tu che domanda, forse esige, che spesso non parla identica lingua, ma resta forte la volontà “di non aver sprecato i ventricoli del cuore”. Un auspicio che non rassicura ma dona coraggio, invita a non abbandonarsi, a non mancare la vita.

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