
Raffale Oriani è un giornalista che nel gennaio del 2024 decide di rinunciare alla sua collaborazione con il Venerdì di Repubblica in segno di protesta nei confronti del silenzio dei media occidentali su quanto sta avvenendo a Gaza. Pochi mesi dopo esce il suo libro Gaza, la scorta mediatica: come la grande stampa ha accompagnato il massacro e perché me ne sono chiamato fuori, People, 2024 con il quale denuncia il silenzio complice del sistema di comunicazione sul genocidio in corso a Gaza. Solo dopo mesi di silenzio e solo dopo che le distruzioni e le uccisioni hanno raggiunto proporzioni sulle quali non era più possibile tacere, la stampa occidentale ha cominciato a raccontare quello che stava succedendo a Gaza. Tardi, troppo tardi. Nei primi mesi si è ritenuto che la reazione d’Israele fosse pienamente giustificata e che non fosse necessario parlarne.
Raffaele Oriani è uno dei pochi che ha avuto il coraggio di opporsi a questo silenzio e di dire che l’unica cosa veramente seria da fare era sforzarsi di raccontare giorno dopo giorno la progressiva distruzione di Gaza e del suo popolo.
Ora, con questo nuovo libro uscito sul finire del 2025 e scritto in collaborazione con il giornalista palestinese Alhassan Selmi, da poco arrivato in Italia con una borsa di studio dell’Università di Siena, ci lancia una nuova sfida. Non mette al centro del discorso la distruzione in corso a Gaza ma si sofferma piuttosto sulle qualità del popolo palestinese: la sua fierezza, la sua determinazione a resistere a qualunque costo, il suo coraggio, la sua ostinata fiducia nel futuro. Il tutto riassunto in una parola, SUMUD, che abbiamo imparato a conoscere tramite la Global Sumud Flottilla.
È stata una cosa bellissima, dice Alhassam, che all’epoca della Flottilla era ancora a Gaza, sapere che queste persone, a rischio della propria vita, sfidavano in modo pacifico il blocco navale israeliano per venire incontro a noi. È stato un gesto simbolico che ci ha dato tantissimo morale, che non ci ha fatto sentire soli.
Oriani racconta che fra i popoli arabi il popolo palestinese è quello con il più alto tasso di istruzione, solo il 2% di analfabetismo. Questa grande importanza attribuita all’istruzione è diventata un’arma da contrapporre alla superiorità militare israeliana. Loro hanno le armi, dice Alhassan, ma noi abbiamo il racconto, la capacità di tradurre in parole forti di denuncia quello che stiamo subendo. Il mondo è stato sommerso da pagine di diari, disegni, articoli, video, servizi giornalistici che hanno permesso di fare luce su quello che stava succedendo, nonostante ai media occidentali fosse precluso l’accesso a Gaza. E allora i gazawi si sono improvvisati fotoreporter e cronisti. La macchina di un giornalista di Al Jazeera è stata centrata da un missile, la figlia dodicenne superstite ha subito indossato la pettorina con scritto PRESS, prendendone il posto.
“A Gaza si muore per bombe, droni, fame, sete, tra le macerie, sui pavimenti d’ospedale o tra la sabbia dei cosiddetti centri di distribuzione degli aiuti alimentari.
In qualcuno, tutto questo provoca assuefazione, in altra rabbia, livore, voglia di sapere e non sapere che fare. Ci sono libri che parlano di questo fare, e anche noi che scriviamo e disegniamo queste pagine ci siamo inventati il fare delle mostre d’arte e degli incontri, dei meeting che portano la sofferenza di Gaza nei teatri, nelle sale civiche e nei circoli della provincia italiana. Ma questo libro non parla del fare. Vogliamo raccontare di un popolo meraviglioso. Anche quando la meraviglia è troppo vicina alla sofferenza, vicina da confondersi e fermare il mondo”.
Ecco, Raffaele Oriani ha deciso di dedicare il libro a quello che lui definisce IL POPOLO MERAVIGLIOSO e attraverso questo libro ce ne dà testimonianza, per esempio raccontando di un palestinese che aveva trovato rifugio in una tenda: “Si rivolgeva ai giornalisti che erano andati a trovarlo. Piangeva disperato perché non aveva più nulla. Ma non piangeva per la fame o per la sete, per il freddo o per il caldo. Si disperava perché in casa sua c’erano degli ospiti, e lui non aveva niente da offrire. Non se ne capacitava: “in questa tenda tutto è così difficile. Ma voi siete venuti a trovarmi e io non ho nemmeno un tè e un po’ di zucchero per accogliervi”. Venti mesi di sterminio gli avevano distrutto la casa, forse la famiglia. Ma era ancora in grado di riconoscere un ospite”.
Gli israeliani hanno capito che il pericolo maggiore viene dal potere delle parole. Loro, il popolo del Libro, hanno trovato un avversario altrettanto abile nel maneggiare le parole e hanno pensato bene di agire anche su questo fronte. Il libro di Raffale Oriani dà molto spazio a questa operazione di spegnimento continuo e progressivo delle voci che osano varcare i confini di Gaza per raggiungere il mondo. Non si contano i giornalisti, gli artisti, i videomaker, i blogger uccisi in quanto tali con delle uccisioni mirate. E sempre con la giustificazione di essere considerati fiancheggiatori di Hamas. Una strage che colpisce soprattutto i giovani.
“Il racconto da Gaza è uno dei bersagli preferiti dell’esercito israeliano. Ne fanno le spese i giornalisti, certo, ma non solo. Lo Stato maggiore ha capito che non è solo questione di cronaca dello sterminio: scritti, musica e dipinti sono le vere armi di questo popolo, gli strumenti capaci di porlo in risonanza con l’opinione pubblica mondiale atterrita dal diluvio di crimini israeliani”.
Dina Kalhed aveva ventidue anni, disegnava al carboncino, ritraeva i vivi e i morti di Gaza e postava sul web pensieri che si prendevano gioco della distruzione. Il 14 aprile 2025 era in riva al mare a chiacchierare con un cugino e la sorella, un missile israeliano la polverizza, scambiandola per un animale umano adoratore di Hamas. Ma Dina Khaled era un’artista, una giovane artista.
Artisti, fotografe, registi, a Gaza muoiono tutti. Il 30 giugno 2025 all’Al Baqa cafè del lungomare di Gaza City vengono ammazzate 39 persone:
“La bomba israeliana da oltre due quintali che provoca questa strage sa di colpire un ritrovo di ragazzi, di artiste, di scrittori. Tra loro viene ucciso il videomaker e fotografo Abu Hatab che lavorava per BBC e Deutsche Welle e che con le sue opere esposte anche in California provava a convincere il mondo che a Gaza la voglia di vivere, di giocare, di tuffarsi in mare sopravvive anche al genocidio”.
Alhassam lo ripete spesso: a Gaza raccontiamo la storia che siamo noi stessi e non sappiamo mai se alla prossima strage saremo ancora i testimoni che raccontano o le vittime da raccontare.
I gazawi sono due milioni di persone sulla killing list di Israele. È inumano vivere in attesa della morte. Vorrebbe un po’ di carne, di frutta, di pane, di sonno, di arte, di musica, di studio, d’amore. Una vita senza occupazione. Ma non si sofferma mai sugli israeliani, non esprime mai fantasie di vendetta, nemmeno di semplice giustizia:
“L’occupazione finirà perché loro hanno le armi, ma noi abbiamo la verità”
L’ultima storia che mi piace estrapolare da questo libro ricchissimo di esempi virtuosi è quella di Nour Nasar. Dal 7 ottobre per due mesi non è più uscita di casa di Rafah, non voleva sapere più nulla di nulla, aveva smesso di vivere, era preda di continui attacchi di panico. Dopo due mesi, esce finalmente di casa, ma non riconosce più la sua città. I muri sono in gran parte ancora in piedi, ma le strade si sono gonfiate di profughi, le scuole sono diventare rifugi, gli sguardi sono spenti.
Allora ha deciso che sarebbe diventata un’insegnante di strada, suo padre le ha cucito un borsone per permetterle di tenere la sua scuola sempre a tracolla:
“Abbiamo allestito una squadra di insegnanti, siamo presenti in tredici campi da Rafah a Deir al Balah, da Nuseirat a Az-Zawayda. L’obiettivo dell’occupazione è diffondere ignoranza, noi le resistiamo con l’istruzione. (…) Il popolo meraviglioso è sempre più disarmato, quasi estinto, sempre più esposto a tante modalità di morte, ma la meraviglia c’è ancora. Sarà l’ultima cosa a sparire”.
“Cercavamo odio, violenza e fanatismo, ma nella vita e nella morte dei palestinesi troviamo quasi sempre e quasi esclusivamente una serietà, una compostezza e una delicatezza che ci umiliano. Il coro di Gaza, questo racconto di dignità e dolore, è la variabile imprevista di questo genocidio”.
Raffaele Oriani – Alhassan Selmi
Il popolo meraviglioso. Storie di umani più che umani nello sterminio di Gaza, People edizioni, 2025
illustrazioni di Marcella Brancaforte
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