Il libro racconta la vita delle donne che persero padri, mariti, fratelli, nel massacro delle Fosse Ardeatine e, attraverso un grande numero di interviste, raccoglie le loro voci. Si tratta di storie di dolore, di nostalgie e di traumi spesso mai risolti.
La strage fu perpetrata in un lampo. Dopo l’attentato di via Rasella ad opera di partigiani dei Gruppi di Azione Patriottica, del 23 marzo 1944, in cui persero la vita 33 soldati delle forze d’occupazione tedesche, vi fu l’immediata rappresaglia.
335 uomini e ragazzi furono condotti alle cave di pozzolana, poste tra le catacombe di San Callisto e di Domitilla, e lì, a gruppi di cinque, furono uccisi con un colpo alla nuca.
Tutto si compì con un rapido accordo tra il generale Mälzer e il colonnello Kappler: le persone da eliminare, immediatamente, dovevano essere dieci per ogni soldato tedesco e dovevano essere già condannate a morte o colpevoli di crimini tali da meritare una condanna a morte. Dei 290 prigionieri di via Tasso, uomini e donne, solo una piccola parte era in questa situazione. Le donne vennero escluse e fu necessario reperire altrove i nominativi per completare la lista. Fu chiesta la collaborazione del questore italiano Caruso che promise di aiutare a raggiungere il numero; anche 75 ebrei in attesa di deportazione vennero inclusi ma risultava comunque difficile arrivare a completarlo. Nella notte, freneticamente, vennero aggiunti coloro che avevano oltraggiato i tedeschi, presunti capi di movimenti clandestini, un sacerdote, persone in possesso di armi da fuoco e altri ancora, senza valutare la gravità dei loro reati, alcuni in procinto di essere rilasciati. Nella confusione della compilazione delle liste, addirittura cinque uomini in più vi furono inclusi. Già alle 14 del giorno 24 cominciò il trasporto verso le cave e alle 15.30 cominciarono le fucilazioni dirette dal capitano Priebke. Si conclusero intorno alle 20.
Rispetto alla storia, nota, anche se densa di particolari inquietanti, il libro di Ponzani scava nelle esperienze delle famiglie dei martiri e guarda con intenso acume ai drammi che la vicenda porta con sé. Fino al luglio del 1944, quando, dopo la liberazione di Roma da parte degli alleati, vengono avviati gli scavi per dissotterrare le salme dal terriccio e dall’immondizia con cui erano state coperte, centinaia di donne compiono ogni giorno un pellegrinaggio verso le fosse per provare a capire se il marito, il figlio, il padre si trovino in quell’ammasso di cadaveri senza nome e senza volto. Molti i mesi per riconoscere i corpi, riesumati e identificati uno a uno. Qualcuno riconosciuto solo nel 2020. Oggi 328 vittime sono ricomposte nel sacrario con nome e cognome, 7 non sono state ancora identificate.
Sono proprio le donne che trovano il coraggio di andare a guardare i corpi per dare loro un nome. E per ricostruire la memoria e dare un senso alla loro perdita, spezzano da subito il legame retorico celebrativo: al primo anniversario, nel marzo del ’45, non accettano la presenza di Umberto II alla commemorazione, non permettono alle vecchie istituzioni, compromesse col fascismo di accreditarsi quali depositari del culto nazionale antifascista. Anche nelle polemiche che segnarono l’attuazione del mausoleo, il rispetto della vita umana le donne delle Ardeatine se lo sono portato addosso come un marchio tutta la vita, senza accettare mai che la realtà fosse avvelenata da un ribaltamento delle responsabilità.

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