
Nel 1968 Pier Paolo Pasolini nel suo Manifesto per un nuovo teatro scrive: “attraverso testi fondati sulla parola (magari poetica) e su temi che potrebbero essere tipici di una conferenza, di un comizio ideale o di un dibattito scientifico – il teatro di Parola nasce ed opera totalmente nell’ambito della cultura”.
Nello stesso giro di anni produce sei testi teatrali che però non soddisfano a pieno gli enunciati del suo Manifesto. Sono sì testi fondati essenzialmente sulla Parola, ma della Parola mettono in scena la crisi, l’insufficienza, l’incompletezza. Basta solo scorrerne i titoli per rendersi conto che la parola è vissuta con sofferenza: Bestia da stile, Affabulazione, Orgia. E proprio in quest’ultimo titolo emerge l’elemento di cui Pasolini non può fare a meno, il corpo. La corporeità è un elemento indispensabile della sua poetica.
Tutto questo preambolo per dire che gli esiti della sua produzione teatrale non rispecchiano in pieno i principi del suo Manifesto.
C’è invece una compagnia teatrale che sembra aver fatto tesoro della lezione pasoliniana e averla magistralmente portata a compimento. Parlo della compagnia di Elvira Frosini e di Daniele Timpano e in particolare di uno dei loro ultimi spettacoli, Ottantanove, il cui copione è stato appena pubblicato da Einaudi nella collezione di teatro.
Nelle note degli autori poste a conclusione del testo troviamo scritto:
“Ottantanove non racconta una storia, non ha una trama che potrebbe essere trasposta in un film o in una serie, né in scena ci sono dei veri e propri personaggi. (…) Sulla scena, come sulla pagina, i nostri personaggi non hanno mai identità psicologiche definite o caratteristiche specifiche. Non hanno identità perché non hanno vita. I nostri personaggi sono fatti di parole, di questioni che li agitano e di azioni”. Come consuona tutto questo con le teorie pasoliniane sul teatro.
Leggiamo di nuovo Pasolini:
“Sarà dunque necessario che l’attore del “teatro di Parola”, in quanto attore, cambi natura: non dovrà più sentirsi, fisicamente, portatore di un verbo che trascenda la cultura in una idea sacrale del teatro (…) Egli dovrà piuttosto fondare la sua abilità sulla sua capacità di comprendere veramente il testo. E non essere dunque interprete in quanto portatore di un messaggio (il Teatro!) che trascende il testo: ma essere veicolo vivente del testo stesso. Egli dovrà rendersi trasparente sul pensiero: e sarà tanto più bravo quanto più, sentendolo dire il testo, lo spettatore capirà che egli ha capito”.
E confrontiamolo con le note di Frosini-Timpano:
“Gli attori-autori dei nostri lavori (che sono quindi sempre qualcosa a metà tra le nostre identità biografiche e delle astrazioni (…) sono figure sempre in dialogo con il pubblico e in bilico tra mitologie contemporanee e culturali, topoi storici, in un gioco di scivolamenti continui, non più personaggi ma funzioni, macchine calde del meccanismo scenico dell’opera”.
Il titolo dello spettacolo, Ottantanove è volutamente ambiguo. Di che anno stiamo parlando? Del 1789, anno della Rivoluzione francese o del 1989, anno della caduta del Muro di Berlino?
In effetti lo spettacolo fa riferimento a entrambi, il primo come anno fondativo della Modernità e il secondo come anno conclusivo della stessa e inizio di un nuovo periodo, il Postmoderno, anche questo ampiamente previsto, temuto e osteggiato da Pasolini.
Lo spettacolo inizia in maniera spiazzante. Due attori in scena in silenzio fissano il pubblico. Un silenzio che si prolunga a lungo creando imbarazzo. A un certo pubblico dal pubblico si alza uno spettatore e inizia un lungo sproloquio in cui espone un piano/complotto per annientare l’umanità. E questo piano è fondato su cinque rivoluzioni: la rivoluzione protestante contro la Chiesa, la Rivoluzione francese contro la Chiesa e contro lo Stato, la rivoluzione comunista contro la Chiesa, contro lo Stato e contro la proprietà, Il Sessantotto contro la Chiesa, lo Stato, la proprietà e la famiglia. E la prossima quale sarà? Una rivoluzione contro l’uomo, per cambiare l’uomo.
Ovviamente tutto il testo del monologo è volutamente assurdo, paradossale e provocatorio, con una tinta pseudo conservatrice e controrivoluzionaria che serve a preparare l’entrata in scena della Rivoluzione.
Sono stato testimone del fatto che durante una replica dello spettacolo in provincia di Treviso una parte del pubblico non ha capito che si trattava di un attore dello spettacolo e ha cominciato a inveire con il finto spettatore invitandolo a stare zitto e a non interrompere lo spettacolo.
La messinscena di Pirandello dei personaggi che interrompono gli attori continua a funzionare, non tutti sono così smaliziati e hanno assimilato la consuetudine teatrale novecentesca.
Il terzo attore entra in scena con un alberello bonsai. È l’albero della libertà della Rivoluzione francese, adesso ridotto a semplice oggetto di decoro.
“Tutto nasce allora. Coi Lumi. con la Rivoluzione. Il 1789. È come un’infanzia. È là che nasce il mondo, questo, in cui viviamo”.
Gli attori sono vestiti in bianco e nero, come nelle fotografie antiche.
“Un mondo che sembrava diverso, ma forse era già vuoto. Poi è diventato questo. E mi viene da piangere, a vederci tutti così, trasformati già in passato. Un mondo che non c’è più. Il mondo perduto”.
Lo spettacolo inizia da qui, da questo ricordo tenero e nostalgico del tempo della rivoluzione.
Lo spettacolo ha debuttato nel 2021 al teatro Fabbricone di Prato ma ha avuto una gestazione molto lunga a partire dal 2017. Timpano e Frosini hanno scavato in biblioteche e archivi e hanno raccolto una gran quantità di notizie sorprendenti e soprattutto inusitate che svelano allo spettatore nel corso dello spettacolo sorprendendolo. Un esempio fra i tanti: la musica della Marsigliese risale a un compositore di Vercelli, il violinista di Vercelli Giovanni Battista Viotti che la scrisse nel 1781 con il titolo Tema e variazioni in Do maggiore.
E poi ci sono le lunghe ironiche, divertenti elencazioni che sono un’po’ un marchio di fabbrica, uno stilema proprio della compagnia, come la lista infinita di tutti i francesismi presenti nella lingua italiana da pourparler o pot-pourri.
Ci sono riferimenti a un testo misconosciuto di Vittorio Alfieri, Il Misogallo, che lancia feroci invettive contro i francesi e la loro rivoluzione.
“Una sola pur sempre esser dei d’opinione, nell’odiare, con implacabile abborrimento mortale quei barbari profumati d’oltramonti, che ti hanno perpetuamente recato e ti recano i più spessi, e più sanguinosi danni. I francesi”.
Dal 1789 al 1989: la fine del pensiero collettivo e la cristallizzazione dell’individualismo più feroce:
“Io faccio uno sforzo a pensarmi insieme. No, non siamo insieme. Non abbiamo più niente in comune, niente. È un mondo fatto per stare soli, questo, e per sentirsi onnipotenti. E nani. E implosi. Inani. Piccoli primati interdetti, buffi nanetti”.
È un testo amaro Ottantove di Frosini e Timpano, che diverte, ma lascia una nota di amaro, di dolente constatazione di un presente che ha perso ogni anelito rivoluzionario, ogni spinta al cambiamento non per l’affermazione personale ma per il miglioramento della società.
Elvira Frosini, Daniele Timpano, Ottantanove, Einaudi, 2026.
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