Si dice che i poeti flirtino con la morte; in realtĂ  flirtano con le ombre.

Il caso di Enrico Cerquiglini poi è particolare: in lui non c’è mai un decadentismo compiaciuto, semmai il riscatto della memoria e la contestazione della sua perdita, perché coincide spesso con una perdita di valori, un inaridimento morale senza rispetto del passato, un dimenticare colpevole. In altre parole il moderno lascia spazio al vuoto, e non solo e non tanto per una questione cronologica, ma nel contesto in cui si vive soprattutto per una questione etica. Poi, senz’altro, ci sono gli affetti che si perdono, gli amici che se ne vanno prima del tempo, spesso perfino l’appropriazione indebita di figure (come Pasolini) che per noi hanno certo avuto un significato diverso legato ai nostri orizzonti giovanili, a una fede per cui valeva la pena spendersi. Ecco, questo è un libro di sovrapposizione tra privato e pubblico perfettamente coerente e riuscita, in cui l’emozione è sempre coesa con l’intelligenza della Storia, anzi della Dopostoria, non diventa mai abbandono solipsistico. Chi legge da tempo le cose di Cerquiglini non può che confermarlo, e non può che confermare la qualità nobile della sua scrittura.

Nella prima sezione della raccolta, intitolata La vita che passa, l’autore sviluppa una riflessione sul tempo, signore delle liriche, che accumula vuoti. A volte i vuoti vengono coperti dall’accumulo di cose, perché il consumismo ci obbliga a rinnovare il nostro tempo annientando il passato. In questa sezione appaiono figure sbiadite dagli anni, personaggi di vecchi mercati e ristoranti che la penna riesce a salvare; ritratti popolari, una Milano che si riqualifica e produce macerie per far pagare il silenzio, la non vita del futuro cementificato. E aggirarsi “tra rovine non ancora nate” ricorda proprio Pasolini, quello di Poesia in forma di rosa.

Nel secondo gruppo di testi, Il silenzio e l’assenza, prosegue il dominio del tempo, che erode cose, colori e stagioni. “L’esistenza è un filo teso tra due assenze”, afferma il poeta, e scrivere è testimoniare di essere vivi anche se, si dirà in seguito, la poesia è inutile e proprio per questo deve vivere: la sua disfunzionalità è portatrice di valori in un mondo che li sta sostituendo con le cose, come i fiori di plastica che ci illudono di vincere la morte, altro tabù dei nostri giorni moderni. E qui troviamo anche liriche più intime e personali, in cui l’assenza si fa più forte presenza: il già citato dialogo con le ombre.

La terza brevissima sezione, intitolata Il poeta fuori campo, è composta da due poesie metalinguistiche geniali e amare, con un autoritratto ironico di gran gusto sui poeti amati e sull’inutilità della poesia, che proprio per questo si scrive.

Civili inquietudini, quarto e penultimo blocco della raccolta, conferma quanto si diceva all’inizio e si ricollega ad alcuni momenti della prima sezione: privato e pubblico si sovrappongono in armonia e coerenza; qui si rivendica la necessità dell’utopia, voce che pur debolissima e quasi esangue, resta fondamentale. Si guarda poi ai migranti di ogni epoca e in particolare alla figura paterna a cui guerra e prigionia hanno tolto la parola e il compito del figlio, come di ogni poesia, è quello di restituirla.

Strade interne chiude la raccolta. Si apre con un poemetto che ricostruisce la storia personale e dà un senso alle scelte operate. Le strade interne sono quelle di una vicenda più intima e nascosta, che ancora parla. La storia della mulattiera o della stazioncina dismessa e ricoperta di erbe, “animale antico” dove il silenzio si anima di ombre passate; della casa abbandonata nella quale il rumore della storia si è fatto silenzio. E il Natale odierno non può che essere la “conta degli assenti”, che siano umani o animali, una comunità disgregata dal tempo e dall’erosione dei riti della famiglia allargata. Splendido il ritratto di Cesare Pavese, altra figura di riferimento, l’uomo che “nessuno chiama”, in ogni luogo fuori posto e solo, tenuto vivo dal mito e dalla scrittura. La conclusione è sorprendente, allitterante quasi come un gioco letterario; un montaliano urlo della natura attraverso le onde del mare, la risacca, la spuma sugli scogli e il silenzio dell’uomo.

La poesia di Enrico Cerquiglini è veramente un “inventario del vuoto”, tra luci di stelle morte che sanno ancora parlare ai vivi.

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