
“Dal fiume al mare” è uno slogan che viene usato da israeliani e palestinesi per indicare la terra che, dal fiume Giordano, arriva fino al Mediterraneo; è un’espressione, usata anche per altri titoli, che richiama il libro di Arturo Marzano, Questa terra è nostra da sempre[1], perché addita il luogo che entrambi i popoli rivendicano. “Terra santa” era il termine con cui tutto il mondo cristiano definiva, a partire dal Medioevo, il territorio intorno a Gerusalemme, città della morte di Cristo e della sua resurrezione. Ma anche per l’ebraismo quella terra era santa, era stata promessa da Dio ad Abramo, ed era santa anche per l’islam perché Maometto aveva pregato sulla spianata su cui sarebbero sorte la moschea Al-Aqsa e la Cupola della Roccia. Ognuna delle religioni monoteiste ha una sua ragione per rivendicare e la storia, soprattutto dalla fine dell’Ottocento con la nascita del sionismo, ne mostra la complessità.
Widad Tamimi però non ritorna sulla questione della contesa tra popoli.
È un’autobiografia, nel senso più alto in cui questa forma letteraria può intendersi. Ci aiuta Maria Zambrano che non la considera semplice cronaca, ma ne sottolinea la posizione di confine (o di ponte) tra poesia e filosofia, un far luce nelle tenebre, un chiedere al pensiero di dare vita nuova alla realtà, al mondo, ai rapporti umani.
Non un racconto di sé dunque, delle proprie origini e della propria vita, ma una profonda riflessione sulle opportunità che una vicenda personale offre per entrare nelle diatribe storiche e immettervi un seme di pacificazione. Tamimi giudica infatti un privilegio quello che è indicato nel sottotitolo del suo libro, ‘una famiglia divisa tra due popoli’: il padre è palestinese di Hebron, rifugiato in Giordania dal 1967, poi giunto in Italia a studiare medicina, apolide, la madre era di padre ebreo triestino, fuggito in America per le leggi razziali e poi tornato dopo la guerra. Titoli sufficienti per “non guardare altrove”.
Nata apolide, figlia e nipote di profughi, traggo orgoglio nel tessere fili che si intrecciano, spesso si annodano, mi obbligano a un’inquietudine costitutiva. La mia è una guerra intima che vive nella costante tensione propria di chi non ha radici uniche ed esclusive e nel convincimento che l’umanità sia accomunata dal senso del proprio vivere e morire, usufruttuaria e mai proprietaria su questa terra. La mia battaglia, come quella di molti che come me sono figli di esodi, non è separare ma unire, non è spartirsi la terra ma abitarla, con la coscienza che a nessuno appartenga più che ad altri[2].
Racconta dei suoi viaggi di diciannovenne verso la Palestina partendo da Amman, dalla amatissima casa della nonna, attraverso il faticoso valico di Allenby, per raggiungere il villaggio cooperativo di Neve Shalom, a ovest di Gerusalemme, dove arabi palestinesi ed ebrei israeliani convivono, anche ora in tempo di guerra, frequentano la stessa scuola, parlano le due lingue. E racconta anche della formazione ricevuta grazie alla storia di famiglia, “storia di diaspore, dolori, lingue molteplici, distanze imposte dalle fughe”, e con un impegno etico di responsabilità verso i diritti universali, i diritti di tutti. Ritorna di nuovo in mente Zambrano e la sua idea di esilio come origine di un‘educazione che sa trovare parole mediatrici, sa accogliere e sa farsi memoria come filigrana che raccoglie ogni punto utile alla formazione di una persona che pratichi la politica della giustizia piuttosto che dell’appartenenza.
Resto convinta che non esista alternativa alla pace. Non abbiamo imparato a prevenirla e non abbiamo mai saputo vivere a lungo senza tornare, inevitabilmente, al bisogno di essa. La guerra consuma sempre: svuota, corrode, impoverisce anche chi crede di vincere. E i muri, prima o poi, mostrano la loro natura: sono sottrazione di possibilità, amputazione di futuro, un limite imposto tanto a chi li subisce quanto a chi li erige[3].
Ma esiste qualcosa che supera la giustizia e che appartiene alla tradizione ebraica, hesed che è limitante tradurre con ‘misericordia’, perché indica una benevolenza attiva, gratuita, che non si misura sui meriti dell’altro, ma si avvale della compassione come superamento di ogni confronto. Implica la convinzione che non si tratta di affermare un‘identità, ma di accorgersi che l’identità è sempre plurale, muta nelle relazioni e si misura negli incontri.
Verso la fine del libro Tamimi, prima di aprirsi al racconto di una vicenda importante proprio circa l’identità, esprime il suo bisogno di sottrarsi agli slogan urlati: “Più si fa grave la situazione e più bisbiglio”. E il racconto di Linda rende chiaro cosa significhi.
Linda, palestinese di Gaza, arriva nella struttura in cui Widad Tamimi presta la sua opera, per curare la figlia Waad, scaraventata a terra dall’esplosione di un missile e rimasta con la colonna vertebrale irrimediabilmente spezzata. Linda scopre da un post su internet che Widad è anche di origini ebraiche e non le parla più. Per lei è solo yahud, giudea. E intanto sulla sua famiglia, sui figli rimasti a Gaza, continuano le tragedie, morti e feriti e fame e massacro.
Widad si domanda che fare e non trova altra scelta che scriverle il bene che le vuole e raccontare come l’unica resistenza possibile sia quella di salvaguardare la propria umanità.
Piano, attraverso molto pianto, la fiducia si ricompone e ci si accosta all’idea che nella storia di ogni singolo si compone la storia di molti.
[1] A. Marzano, Questa terra è nostra da sempre, Laterza 2024.
[2] W. Tamimi, Dal fiume al mare, Feltrinelli, 2026, p. 15.
[3] W. Tamimi, ibidem, p. 59.
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