Gli anniversari rischiano di diventare, anno dopo anno, degli involucri il cui significato stinge fino a diventare un’immagine sbiadita, uno sfondo dall’incerto profilo. Non è certo un esito inevitabile: dipende dalla cura che mettiamo nel proteggere e nel coltivare questi semi, nel valore che diamo, anno dopo anno, a quel che hanno di vitale e di significativo per le persone e per le comunità. Alcuni fra questi, fra cui il Giorno della Memoria, sono anche dei potenti indicatori degli urti e delle deformazioni, prodotti dai grandi e profondi processi di cambiamento in atto, che gli assetti democratici delle società devono fronteggiare per non smarrire il senso di sé e i connotati che le identificano e le distinguono. Gli anniversari mettono alla prova anche se stessi e quel nucleo di verità, quelle lezioni della storia di cui sono emblema, che dovrebbe orientare posture etiche, scelte politiche e sentimento diffuso di quei valori che contribuiscono a definire, storicamente, caratteri e identità delle culture e del sentire dei popoli. Dopo l’orrore della Shoah che ha reso difficile, per lungo tempo, perfino il suo racconto, la sua stessa dicibilità,  e il baratro dell’immane numero delle vittime degli stermini- ebrei, popoli romaní, omosessuali, disabili, non-ariani (così definiti dai nazisti) di diverse minoranze e confessioni religiose, internati militari, oppositori – sembrava che il grido “Mai più”, fosse la sintesi di una consapevolezza capace di impedire ogni nuovo abominio, ogni nuovo sterminio, ogni nuovo tentativo di cancellare popoli, culture, storie. Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, in tante parti del mondo, si sono consumati crimini orrendi e quel grido non ha oltrepassato nessuna soglia. Ma, nonostante tutto, si è cercato, tenacemente, di continuare a praticare la religione laica della memoria, di tenere viva una luce di speranza, di difesa della possibilità di conquistare e tenere, come principio primo, una nuova concezione di umanità come quella definita dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, proclamata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre del 1948.  In Italia lo si è fatto, fra l’altro, con la legge n. 211 del 20 luglio 2000 che istituisce il “Giorno della Memoria”, scegliendo la data del 27 gennaio, in ricordo dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz ad opera delle truppe dell’Armata Rossa, il 27 gennaio 1945. La promozione di eventi e di iniziative volte alla “ narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinchè simili eventi non possano mai più accadere” , come recita questa parte del secondo articolo della legge, ha contribuito a formare, soprattutto nei giovani, conoscenza e coscienza. Partendo proprio da questo, dal terribile lascito di dolore e di orrore consegnatoci dalla Shoah, non possiamo non chiederci perché quel Mai più non ha impedito al governo e all’esercito di Israele, che quella eredità” – a partire dal processo di Adolf Eichmann, tenutosi a Gerusalemme nel 1961, come ci ricorda Anna Foa nel suo Il suicidio di Israele – ha assunto come parte fondante dello Stato – di attuare il genocidio del popolo palestinese. Nonostante atti – documentati – di violenze gratuite e brutali compiute dai soldati israeliani contro donne e bambini palestinesi, e dai coloni che hanno abbattuto le case dei palestinesi di Gaza e della Cisgiordania facciano correre dei brividi per l’ostentazione della crudeltà e della ferocia di tali comportamenti, che richiamano i tratti disumani di ogni uso della potenza dei più forti contro i più deboli, riteniamo che occorra continuare a distinguere, per capire, e che la Shoah e il genocidio del popolo palestinese sono cose diverse. Ma questo, non attenua, in nessun modo, le responsabilità di Netanyahu e del suo governo. Distinguere per capire non implica, anzi rifiuta ogni relativismo etico, politico, giuridico e quindi storico. Celebrare, quindi, il Giorno della Memoria nel 2026, dopo gli orrori compiti a Gaza, le reiterate dichiarazioni di importanti ministri dell’attuale governo di Israele, di deportare tutti i gazawi e di fronte, al diverso ma non meno orribile, disegno di trasformare la terra palestinese in una sorta resort per ultraricchi, è possibile? Ė possibile, è difficile ma necessario. Si può onorare la Shoah e tutto quello che questo comporta dopo Gaza? Sì, si deve, ma a patto di prendere sul serio, con tutte le implicazioni che ciò comporta, il suo “patrimonio” etico e politico. Quel Mai più che si è levato dal fondo delle camere a gas e dai campi di concentramento non è, ora, un inerte materiale d’archivio; al contrario è, deve essere, un grido che accoglie le voci di tutte le vittime di tutti gli orrori attuali, a cominciare da Gaza, passando per l’Iran e per tutti gli abusi e i crimini che non superano la soglia della nostra attenzione. Distinguere per capire, significa, anche, rintracciare quegli elementi profondi e permanenti, che rendono simili – non eguali – tanti crimini contro l’umanità, di ieri e di oggi. Distinguere per capire significa anche ricordare le responsabilità del fascismo, non solo dei nazisti, nell’attuazione dello sterminio degli ebrei italiani, e non solo italiani. Tenere ferma la specificità della Shoah non significa affatto che le violenze e gli eccidi inflitti ad altri siano di rango minore e quindi meritino minore attenzione, minore impegno per fermarli o una solidarietà attenuata. Quel “Mai più” è esattamente l’elemento chiave che interroga il senso e il significato della celebrazione del Giorno della Memoria. Non possiamo e non dobbiamo abdicare al dovere civile della memora e all’inesausto lavoro teso a tener vive tutte le lezioni che quella storia, con il suo immenso e spaventoso carico di morte, ci ha lasciato. Onorare, oggi, la Shoah è prendere quel “Mai più” come un impegno, gravoso e necessario, per affermare una idea di umanità opposta a quella che ha generato e genera crimini e violenze. Ė un “Mai più” che va fatto pesare, che va speso nelle temperie suscitate dai crimini di guerra e dai genocidi, come quello di Gaza, come richiesta e scudo, come indicazione e pretesa, come limite e come obiettivo.

C’è un intero continente sommerso di vittime e di orrori che attende la sua dicibilità per emergere, per avere giustizia e memoria. I tanti Mai più strozzati nelle gole delle vittime sono l’eredità che ci attende per rendere vero quel che si proclama in questo ottantunesimo anniversario del 27 gennaio 1945, e per mettere alla prova declamazioni di impegni e valori e coerenze.

Ripensiamo alla Shoah, alle sue vittime, alle violenze e ai crimini subìti dagli ebrei e facciamolo guardando l’arco orribile che da quei campi si è disteso fino alle tante tendopoli e ai tanti diversi, ma non dissimili, campi che aspettano riconoscimento e nome. Per spezzare quell’arco, per dare forza e verità alla memoria della Shoah. 

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