
Senza pregiudiziale alcuna rispetto ad altre tipologie di lettura (quelle di Molinari su “La Voce di Mantova” 1 Ottobre 1925, di Di Palmo su “Alias” 11 Gennaio 2026 o di Vercesi su “Poeti del Parco” 3 Dicembre 2025, ad esempio), è possibile applicare a Figure un filtro ulteriore, per niente estraneo alla poetica di Munaro, vale a dire la chiave mistico-religiosa.
Di Palmo aveva già colto, non senza ragione, una qualche prossimità a Michestaedter nella severa disciplina imposta dall’autore alla misura dei propri versi; proprio a motivo di tale rigore metrico, che muove senza esitazioni nella direzione della riduzione (e di una peculiare reductio ad unum, si potrebbe quasi dire) arrivando a sfiorare la soglia estrema del silenzio, di una parola che non può/non vuole oltrepassare il limite di un solo verso, è plausibile interpretare i testi alla luce di un’altra categoria critica. È, in altre parole, la strada della mistica, non nuova peraltro nel polesano che l’aveva già sperimentata in più di una circostanza, a cominciare da L’Urlo (1990) sino, appunto, a Figure, passando per il Portico sonoro (1998), come per le lallazioni di Ma me mi (1997, edizione non venale in 100 copie, più tardi inclusa in sillogi successive), per la pulsione al sublime di Berenice (2014), o di altre raccolte.
Si direbbe infatti che sia proprio la mistica la cifra che connota nel profondo la sua poetica e fin dal principio, ovvero da L’Urlo: non è forse il grido una delle possibili manifestazioni dei mistici, quando vengano meno altri strumenti per testimoniare un’esperienza che travalica l’umano, e quindi anche il linguaggio? L’urlo, appunto, il grido, oppure il balbettio, o la soluzione estrema del silenzio. O ancora la poesia, che si risolve spesso in una severa disciplina quasi monastica, o persino nella mistica, la quale ha come suo punto d’approdo la comunione con l’assoluto, col divino, che qui si realizza nella parola e, ancor più, nella concezione della poesia, e della vita, come progressivo (e programmatico) esercizio di annullamento del sé e di conseguenza quale supremo atto d’amore e dono gratuito.
È attiva d’altra parte nella poetica di Munaro anche una marcata componente evangelica (e gandhiana), particolarmente evidente in Figure: quella che consiste nel contrapporre al male l’amore, magari nella modalità della nonviolenza.
C’è poi da considerare, in Figure, l’onnipresente suggestione dantesca, che funge quasi da basso continuo, e intendiamo l’Alighieri del Purgatorio: tutto il libro, infatti, è inscritto in un’aura penitenziale, in un cammino di progressiva elevazione/purificazione cui fanno da contrappunto ora il pellicano ligneo di Marrana (p. 19), ora le intemperanze del padre Nani (pp. 21-34, 1-10), oppure gli effetti mortiferi di determinate piante nella sezione centrale; ma tutto si tiene e concorre allo scioglimento dei molteplici nodi che vengono a ricomporsi in Dixerint (p. 65) o in precedenza, più compiutamente, in Dalla parte di Santa Giustina (p. 35): in herbis verbis / salus, appunto, sempre attento Munaro, da autentico poeta/pedagogo, a riversare “l’essere nel sapere” (Due case in via Sinesio Cappello, p. 16) e viceversa.
In altre parole, con questa silloge il poeta di Rovigo porta a compimento un percorso di ascesi laica, come di generosità sul piano umano, che aveva preso l’abbrivio in tempi lontani lungo un itinerario che si mantiene a distanza tanto dai furori jacoponici, quanto dalle accensioni dantesche, per avvicinarsi piuttosto alla spiritualità francescana.
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