
Apriamo questi giorni, attoniti, ai racconti febbrili di guerre, sopraffazioni, violenze di ogni tipo. Da questa parte del pianeta, osserviamo un mondo andare, letteralmente, in pezzi e vediamo ad altri, in altre parti dello stesso pianeta, andare in pezzi vite, comunità, microcosmi interi seppelliti da macerie e cumuli di corpi. Sembra di assistere al moto irrefrenabile di una macabra giostra che si è insediata al centro del nostro tempo, e non ammette altre orbite che le proprie. Si ha l’impressione che in questo vortice non ci sia spazio che per la rabbia impotente o la rassegnazione muta. Ma è davvero così? Non possiamo fare nulla? Siamo davvero legati dentro i seggiolini volanti di questa giostra, condannati ad assistere ad una visione orrenda? Possiamo scendere, provare a prendere il nostro punto d’osservazione del mondo e metterci dentro mani e testa per non finire nel frullatore della manipolazione delle informazioni e dell’omologazione al nuovo ordine del più forte? C’è un varco, un passaggio, una feritoia che consente di aprire altri spazi, di trovare parole non armate per raccontarci la vita e il mondo? Forse la poesia, la piccola e marginale poesia, può darci qualche strumento, qualche parola che scardina le chiusure blindate. Nel 1939, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, Bertolt Brecht scrisse la celebre poesia A coloro che verranno in cui poneva il seguente quesito:
Quali tempi sono questi, quando
discorrere d’alberi è quasi un delitto,
perché su troppe stragi comporta silenzio!
E l’uomo che ora traversa tranquillo la via
mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici
che sono nell’affanno?
Questi versi bucano, come un faro, la cortina densa dello sconforto e dell’ignavia, che avvolge il pesante sudario di quest’epoca. Pongono un quesito dannatamente attuale: possiamo parlare d’alberi, di poesia, di narrativa, d’arte e di cinema mentre su troppe stragi comporta il silenzio? C’è uno spazio, individuale e collettivo, per accogliere le punte taglienti di queste domande, nutrire la ricerca della conoscenza e della consapevolezza e, insieme, godere dei frutti della creatività artistica, della riflessione e dell’ingegno? Per quanto faticoso sia alzarsi dalla seggiola, per quanto distante sia un punto, magari ancora vago, di approdo occorre rispondere di sì. Ė possibile ora, come lo è stato, tante altre volte, in passato. Chiudersi dentro la bolla del non condividere, non condannare può sembrare un rifugio comodo, utile, perfino efficace ma, come dovremmo sapere, le bolle avviluppano il respiro, ottenebrano lo sguardo e, soprattutto, non reggono gli urti, ruvidi, della realtà. Il mondo che entra dentro questo bozzolo non è solo parziale, anzi parzialissimo, è deformato e deformante.
Gli alberi, le persone, le vittime e i carnefici stanno fuori dalla bolla e, per capire e capirli, dobbiamo andare a cercarli dentro le pieghe delle ingiustizie non viste e nelle richieste di sostegno non raccolte; dentro le maschere degli interessi e dei poteri, dentro le vite raccontate e negate, dentro le voci strozzate. Dentro i libri e dentro le dinamiche politiche, sociali e culturali che stanno ridisegnando i nuovi meridiani e paralleli. Tenere insieme libri e vite, discorsi d’alberi e di scelte, di valori proclamati e difesi è, forse, il discorso pubblico necessario in questo tempo e per questo tempo. Condividere, condannare, prendere posizione e parola, scegliere dove e come stare in questo turbinio di eventi e sconvolgimenti è quanto di più urgente e, insieme, indispensabile, per provare a fare quanto occorre per essere quello che abbiamo scelto di essere. Alle simmetrie compatte e armate dell’odio possiamo opporre le asimmetrie del gesto non violento, del verso, del racconto, del canto, del riconoscimento di noi nell’altro e viceversa.
Ancora Bertolt Brecht, dalla stessa poesia:
Eppure lo sappiamo:
anche l’odio contro la bassezza
stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si poté essere gentili.
Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza.
Che tempi, dunque, sono questi? Ė questa l’ora in cui c’è bisogno d’essere d’aiuto agli altri, di non cadere nelle fauci, in apparenza, solo in apparenza, morbide dell’indifferenza? Ė questa l’ora di non chiudere gli occhi e le porte al mondo, tutto quel mondo che non sentiamo nostro? I tempi, tutti i tempi, hanno i segni che le comunità decidono di tracciare. Allora, questo è il tempo che ha bisogno, con più urgenza del recente passato, di avere anche il nostro segno, per non lasciare spazio solo agli sfregi della violenza e della brutalità, assurta a regola principale di regolazione di controversie e conflitti. Discorriamo, quindi, di alberi e poesie, di razzismo e diseguaglianze, di violenze e dignità, di libri e di guerre; questo è il nostro modo di prendere la parola e di cantare la vita. Non facciamoci togliere la libertà di discorrere d’alberi e di dignità; parliamo dei nostri alberi in fiore, anche se costretti ad acque e arie ferite da egoismi predatori, e di quelli divelti dalle ruspe. Parliamo dei visi stravolti dal dolore e dalla morte; dei corpi buttati come stracci nelle fosse comuni e dei muri acuminati eretti a difesa di terre sottratte con gli eserciti.
Parliamo, non smettiamo mai di farlo perché il silenzio complice uccide, se non i corpi, le speranze. Parliamo d’alberi: oggi farlo è un atto, non il solo ma fondamentale, per rendere omaggio a chi ci ha apprestato il terreno alla gentilezza, e per nutrire, ostinatamente, un’idea solidale, aperta e piena di umanità.
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