
I Bimbi Perduti, li chiama James Matthews Barrie. Se nessuno li reclama entro sette giorni, restano là, nell’Isola-che-non-c’è. Là ci sono fate, magie, un tempo sempre fermo nella luce dell’infanzia, ma l’isola non è proprio l’Eldorado di giochi e avventure e voli smemorati, che Peter Pan promette e, sì, mantiene davvero, fa vivere davvero, tra foreste, lagune, nuvole, cieli stellati. Peter Pan, lui stesso però, ogni tanto scappa, magari con la scusa di recuperare la sua ombra che è fuggita (psicanalitica, direi, quest’ombra che scappa dall’isola-paradiso!). Peter se ne va in giro, di notte, a sbirciare dalle finestre del Vecchio Mondo la vita che poteva essere la sua e non è. Ne ha già tanti di amici all’isola, ma vuole anche Wendy e i suoi fratelli. Poi là, all’isola, coi Bimbi Perduti si stringe a Wendy, più che per trasporto amoroso, per un’attrazione verso quanto di lei si presta ad essere un surrogato della madre che non lo ha reclamato, e anzi lo ha sostituito con un altro-da-lui. Inoltre anche nell’isola c’è il pericolo, il rischio incombente del Vecchio Mondo: il costante complotto violento dei pirati, la seduzione minacciosa delle belle sirene affogatrici, un coccodrillo ticchettante che ricorda lo scorrere inesorabile del tempo e la prospettiva della morte.
Penso tante volte ai nostri Ragazzi ‘Perduti’ – sì, non ‘sperduti’ dal caso, ma ‘perduti’ da noi, perché non li reclamiamo – nelle tante isole-Eldorado del mondo. Ne ho sentiti tanti alla radio, in scorci televisivi, o qualcuno dei miei amici perduti, nei loro rari fulminei come and go – ritorni quasi più dolorosi delle nuove partenze. Li ho ascoltati raccontare la loro vicenda di esuli. Certo, frequentemente riuscita, perché spesso quelli che se ne vanno sono tra i migliori per qualità, capacità, intraprendenza, cultura. Riuscita come realizzazione d’intenti, di progetti, e come riconoscimento delle loro capacità, direzioni impossibili in ‘patria’. A volte l’esito positivo della ‘emigrazione’ ha portato a una buona accettazione del nuovo paese e del suo diverso, e conseguentemente spesso a un netto o probabile rifiuto del ritorno ‘a casa’, procrastinabile o no che possa proporsi; ma a volte questa negazione si manifesta con una specie di rabbia, di accusa. Magari appena percepibile da certe parole, certi toni, accenti, come per un dolore tradito, come per un amore tradito, comunque uno strappo nella carne viva senza suture. A volte, anche, ma non spesso, con una nostalgia così umida da rievocare tout court i bastimenti che portavano i napoletani, dolenti canterini in lacrime, nella sconosciuta America un secolo fa. A volte con quel silenzio, quel cessare di creare dal proprio genio – e intendo qui un creare non pratico, non remunerativo, ‘inutile’, artistico immaginifico spirituale – che mi ricorda tanto i tempi ultimi di Foscolo nei sobborghi londinesi.
E noi qui, come i distratti di Barrie che non reclamano i Bimbi Perduti, a lamentarci solo dei vuoti lasciati nella Sanità, che causano le lunghe attese del Pronto Soccorso, delle visite specialistiche, dei ricoveri; e a indicare il dramma dei posti vacanti sia nell’ambito scientifico più alto, che nell’ambito tecnico-pratico specialistico; e ad accusare la scuola di non sapere insegnare, a causa di residui insegnanti incapaci, meritevoli di essere minacciati, se non qualche volta malmenati. Per non parlare delle pensioni, non più adeguatamente compensate dalle trattenute su giovani salari. Non ci passa neanche lontanamente per il cervello di togliere dal lavoro nero le migliaia di lavoratori extracomunitari che martirizziamo ad esempio nelle campagne o a cui affidiamo i nostri cari non più autosufficienti; no, quelli non c’entrano: pelli scure, strani accenti, religioni e costumi da scardinare. Sì, viene detto qua e là che la spinta ad andare via è causata da inadeguate retribuzioni, da mancati finanziamenti nella ricerca, in serie riforme, nel rinnovamento, ma è diventata una litania ripetuta astrattamente, mai tradotta in misure concrete. Una per tutte: chi non ricorda le santificazioni e le promesse dichiarate a quegli addetti alla sanità che durante l’epidemia del Covid diedero non solo il massimo delle loro forze, ma proprio un’abnegazione fino al logoramento, al martirio della loro energia fisica e mentale? ‘Eroi, eroi’, si diceva, se ne riempivano le bocche. Per poi dimenticare proprio tutto, neanche come un momento di tifo allo stadio, che dura di più, più sentito. Qualche accenno a colpevoli orari terribili, stipendi infami, opportunità negate, si sente, è vero, ma trasposti lassù, nell’olimpo delle grandi eterne insolvibili opposizioni sociopolitiche: di qua chi promette e non fa, rimanda, tace, svia su altre questioni, come la natalità. Dall’altra parte chi propone e ripropone sacrosanti contratti, scioperi, regole di lavoro, peraltro eternamente disattesi, senza però affrontare di petto il problema specifico dei Ragazzi Perduti. Nessuna idea, nessuna proposta concreta decente per farli tornare. Be’, qualche promessa c’è stata, mi pare: qualche sconto fiscale, di quelli che te li rimangi con un decreto o due tre settimane dopo! Bisognerebbe almeno pensare seriamente a strumenti per limitare la probabile esondazione dei rimanenti.
E poi c’è anche il calo demografico, l’azzeramento nell’equilibrio delle nascite, che, sotto sotto è indicato come colpa esclusiva dei giovani: desiderosi solo del proprio soddisfacimento, egoisti, deboli; ma colpa delle ragazze in primis, che tra pillola e aborti, si stanno trasformando in ‘circi’ temibili, da contrastare con botte, acidi, coltellate. Nelle scuole sempre più gli studenti sono extra-etnia-italica. Be’, però ci sono. Non si pensa, però, a questi ‘nuovi’ Ragazzi come ad una risorsa, una fortunata occasione, un’opportunità, volendola anche solo mettere sul piano egoistico del nostro interesse socio-economico: il percorso verso la cittadinanza è lungo tortuoso e costoso. E impedito da mille balzelli. Per tacere delle varie opposizioni razziste. Extra-comunitari, sentite quanta esclusione in quell’extra che sbatte la porta in faccia. A meno che. A meno che qualche giovane pellenera ci vinca una medaglia alle Olimpiadi o faccia una schiacciata favolosa alla pallavolo mondiale. Allora sì, Italia, Italia!, sbandieramenti e abbracci. Fino al giorno dopo, quando fingi di non vedere il tuo dirimpettaio di pianerottolo con gli occhi a mandorla, per non salutarlo.
Poche, comunque, davvero poche le iniziative pensate per i giovani, proposte di percorsi, innovazioni, spazi di ascolto dei loro problemi. Che, tra i restanti ragazzi, tanti ne hanno: se ne parla in qualche talk show: disorientamento verso il reale di sé e del mondo, capacità critiche e cognitive limitate, identificazioni e rapporti affidati alla rete, depressione, sfiducia, diminuzione della lettura, comunicazione ridotta a minimi termini; ma si decide di non avviare l’educazione emotiva e sessuale dall’infanzia, perché potrebbe ‘disturbare’! Mi viene da pensare: meno male che gli rimane la voglia di provarci da un’altra parte!
Voglio infine far notare che, quando piangiamo le nostre brave lacrime coccodrillesche sui Ragazzi Perduti, il genere di lamento è quello per una ‘rendita’ perduta. Si sottolinea quasi sempre di avere speso tanto nell’‘addestrarli’, questi Ragazzi capaci, intelligenti, intraprendenti, per poi vederseli soffiare e sfruttare da paesi altrui. Un vero furto. Si quantificano anche in cifre precise le perdite subite. Ma la sottrazione a loro stessi e a noi della possibile probabile esperienza di vita emotiva affettiva ideale, quale sarebbe stata, se fosse stata vissuta qui e non là dove sono andati, questa non vale proprio niente? Non è un cambio d’abito, non è sempre una scelta voluta. E non sempre la realizzazione sociale, economica, pratica è realizzazione del proprio sé, delle qualità più profonde e personali, dei sogni. Certo, non è detto che a non partire, questa realizzazione si sarebbe attuata sul suolo natio. Ma … né più mai toccherò le sacre sponde… ma io deluse a voi le palme tendo…s’io non andrò sempre fuggendo di gente in gente…, al di là dello stereotipato abuso didattico, quanto dolore in questi versi, come in quelli delle canzoni napoletane degli emigranti!
Da non confondere, è vero, gli esuli politici, né i migranti che cercano l’avventura, la conoscenza del diverso, coi migranti che tentano vie di sopra-vvivenza, di decente vivenza: però hanno in comune che vanno tutti via, lontano dai luoghi dove ogni filo d’erba, ogni mattone, ogni fango è legato a una loro esperienza, a una cosa ascoltata, vista, mangiata, salutata, baciata, litigata… nei primi anni del vivere, quelli che contano per tutto il resto.
Certo che, poi, di esperienze, ricordi, fili d’erba, fango e mattoni, se ne fanno anche là dove i migranti stanno dopo essere andati via, ma… se inciampano e stanno per cadere, gli viene alla gola un’imprecazione nella loro parlata o nella lingua, nel gergo, nello slang locale? Se ne accorgono della differenza dell’una o dell’altra maniera? Rimangono sorpresi, di colpo, dell’una o dell’altra maniera?, o non se ne accorgono nemmeno, diventati duali, doppi… divisi, ma incollati con ottimo scotch…
Non voglio sembrare eccessivamente ‘pitocca’, anche se lo sono. Tra l’altro so e plaudo agli incroci tra genti diverse, so che le migrazioni, gli incontri culturali sono stati il motore della storia, del progresso (che parola difficile, quasi impossibile da credere, oggi!); so che dovrei sperare con più fiducia nel sociale, guardare la prospettiva dei nuovi arrivati tra noi, che ci portano il loro diverso per attuare con noi un nuovo impensato… be’, sì, ma intanto muri e muri, esclusioni, razzismi…
È anche che i Ragazzi Perduti mi mancano… Così pochi quelli che incontri per strada, così poche le iniziative pensate per ‘i giovani’, con i ‘giovani’… e io vengo da un tempo dove i giovani erano tanti, erano vivacissimi, erano convinti di potere cambiare il mondo; i ‘matusa’ li guardavano con sospetto, grandi discussioni, liti, provocazioni… ma tutto sommato presi in seria considerazione, problema o speranza centrale per ‘i grandi’, che poi li si affiancasse o li si assalisse con le camionette in piazza… Be’, fin troppo presi in seria considerazione… passatemi l’espressione pesantissima: l’entusiasmo sterminato nella droga… e negli errori, terribili, disastrosi, degli anni della violenza…
Penso anche se tante, troppe partenze non abbiano radici così indietro… siamo i nonni che hanno fatto i genitori, gli adulti di questi ragazzi qua… migranti. Devi mandar giù un po’ di colpa, ce l’hai da qualche parte…
Mi mancano. Come quando devi elaborare dei lutti: quella lì, dottora, l’ho avuta a scuola e poi a far teatro, brava brava; quell’altro là, che era un geniale montanarino bravissimo a cantar ‘maggi’ e Baudelaire e Antigone; quest’altro ancora, sì, genio chimico, così coraggioso a emergere da una difficile difficile condizione di partenza… Oltre che bravissimi nei loro talenti, così ben invischiati coi loro amici, interessi, tradizioni, scelte politiche… qua.
Avete ragione: messa così, è una banalissima, egoistica, tipicamente senile sindrome da perdita, anzi da abbandono…
Loro stanno bene – be’, chi sta bene dei circa 550 mila giovani emigrati tra il 2011 e il 2023, non certo tutti –, si sono fatti la loro vita… portano alto il nome dell’Italia…
Ok, smetto.
Qualche mese fa un carissimo amico mi ha mandato alcune sue poesie, delle quasi nessuna che scrive ora – lui grande promessa, da giovane qui, della poesia e della cultura in senso molto ampio – che mi hanno colpito non solo perché le ho trovate davvero belle, ma anche per un’amarezza di fondo – se ho sentito correttamente – che non gli conoscevo e che non ho attribuito solo agli anni anche per lui passati nel vario vivere, ma pure tanto al suo essere lì e non qui. Anche se non è consuetudine di cartavetro pubblicare poesie, mi si perdoni l’eccezione voluta per il desiderio di abbinarle – forse in modo improprio – alle riflessioni precedenti e per porgerle a lettori magari più attenti e contenuti di me.
Lui è:
Massimiliano Aravecchia, nato a Sassuolo (MO) nel 1983. Già premiato e segnalato in diversi concorsi, nel 2012 ha pubblicato il suo primo e unico libro di poesie, La valigia e il nome, per i tipi dell’Arcolaio (menzione di merito al premio Marazza 2013 – sezione “Giovani”, finalista al premio Camaiore 2013 – sezione “Proposta”). Attualmente vive in Canada, dove lavora in qualità d’insegnante di francese per il governo federale.
La piccola silloge si titola: Insetti
- Tibicen Canicularis A Flavia
Un calpestìo sospeso tra le assi
sottile più del lampo dei coltelli – lo senti?
devi pazientare, attendere che muoia
il frinire d’acciaio della Tibicen Canicularis
(prospera in estate tra il New England
e il Lago Superiore ed il suo canto
ha l’esattezza della sega circolare
se sale in intensità a rivaleggiare con un pigro
luglio ma più feroce di ogni attesa)
per udirlo. Non è nulla,
appena una minuscola fatica sul rovescio
della sera. Un fantasma – il nostro infine!
dico immaginando già che esistano
fantasmi di periferie divèlte dallo urban sprawl
depositi di vita la cui musica
è chiudere ed aprire di portiere, giochi estivi,
ronzìo di condizionatori.
Pensi che ci accompagnino fantasmi
per questa lontananza che negli anni
si scava all’osso e non ricresce altrove?
E questi passi infinitesimali
nell’impiantito della nostra parte
di sogno americano sono forse
un modo di legarci al punto di partenza?
(Un bisbiglìo che annega
nel fischio della Tibicen Canicularis
che già separa i pini dalle ombre vaporose
la terra dalla linea della sera
e quel che siamo dall’idea di noi
che ci portiamo dietro, ma non più come promessa
piuttosto come appena sussurrata
dannazione).
La Tibicen Canicularis è una cicala canicola, alias mosca canicola, alias cimice termica.
No, non si canta la separazione come dal ponte del bastimento che si stacca dalla costa italiana, ma ci sento ‘quel’ dolore. Sono solo lievissimi rumori fantasmatici che, per sentirli, occorre aspettare che la cicala canicola smetta di frinire verso sera. Fantasmi di lì, delle “periferie divelte”, di “depositi di vita”, in rumori quotidiani comuni. Ma insieme ad altri fantasmi della “lontananza che negli anni / si scava all’osso e non ricresce altrove”; fantasmi “della nostra parte/ di sogno americano” che legano “al punto di partenza”. Anche fantasmi dell’“idea di noi / che ci portiamo dietro”, separata da “quel che siamo”, non più “promessa”, ma piuttosto “dannazione”, pur “appena sussurrata”.
*
- Magicicada Septendicim A Giulia B.
Poteva andare peggio, dici.
Il vento nel tuo messaggio e su
Lisbona ricuce pezzi di un discorso
corroso dal vociare dei bambini.
Poteva, peggio, figlio, stanca. Ed io
(ora che si scoperchiano le fosse
per fare posto ad altri, che anch’io ho conosciuto
e passeggiate estive al cimitero
restituiscono il computo dei morti
mentre altrove le Magicicadae
Septendicim risalgono i budelli della terra
con sovrumana microscopica tenacia
e vanno reclamando la fangosa
levità del maggio atlantico
per tronchi d’aceri avide di vita)
non sono poi cambiato così tanto
dall’ultima volta che ci siamo –
saranno quindici, diciassett’anni, no? –
visti. Un po’ di grigio sulle tempie,
quel poco d’esperienza che si usura
nell’attesa di ciò che crediamo
di meritare e poco altro –
un altro Mr. Bleaney mentre il vento non dà tregua
scompiglia nubi in alto e fissa
i confini della stanza in questo iato
tra nascere e finire di cicale che i biologi
chiamano ciclo vitale.
Quest’insetto del titolo è tipico del Nordamerica. Vivono sottoterra per 17 anni come ‘ninfe’, poi di colpo a maggio escono, tutti insieme, scavando gallerie. Poi si arrampicano sugli alberi, diventano adulti in poche ore, si nutrono di linfa, si accoppiano, depongono uova, vivono 30/40 giorni e poi muoiono.
La vita è in quel “tra” che sta in mezzo al “nascere e finire”. E se ho ben capito – cioè Mr. Bleaney è un personaggio poetico di Philip Larkin, che rappresenta un tipo ordinario, poco interessante – il poeta sente la sua vita usurata nella poco soddisfacente “attesa di ciò che crediamo / di meritare e poco altro” (si noti quel “crediamo” che sembra molto fragile e quel “poco altro” che svela forse grandi aspettative abbandonate). La sua vita ridotta, come per l’insetto, a “ciclo vitale”.
*
- Culicidae A Julia D.F.
Dice la radio che l’inverno lordo
di neve lentamente scioltasi, di pozze
lasciate dal ritrarsi della piena
prepara un proliferare di zanzare.
Aedes, Culex, Anopheles presto o tardi
invaderanno i boschi acquitrinosi
per poi nutrirsi a questo scarso sangue –
tagliato già da scadenzari, ordini del giorno,
traffico urbano – scarna offerta votiva
alla tajgà. Di noi non resterà
che un alfabeto d’ossa
legate alle betulle come quelle degli zek
o ai computer, ancora proni
alle richieste d’invisibili clienti
e lucide come il cadmio, dalle scorie
di una vita infine spolpate.
Quest’insetto è la zanzara.
Qui l’Eldorato è ridotto a una dimensione globale di sconnessione ecologica ed esistenziale, che succhia sangue come la zanzara. Con la dura immagine finale di residue ossa dondolanti dalle betulle, lucide e argentate, spolpate… ma disposte ad “alfabeto”. Ancora significative d’umano, forse poetiche.
*
- Lampyris Noctiluca A C. “The stories they told you as a child are rocks in your skull” (Patrick Lane, “Arroyo”)
I morti, dice Lane, sono diversi
da come li si immagina:
non escono al galoppo dall’arroyo,
né ti si fanno accanto minacciosi
ravvolti in nenie antiche.
I morti sono i frutti bruciacchiati dall’inverno
in attesa di un cenno d’attenzione.
Eppure ignori i piedi del soldato
che fu sepolto sotto poca terra,
la pelle così affilata da tagliare la divisa
e accogliere l’intero nei polmoni
aperti sottobosco di marruche –
(erano tempi a perdersi o redimersi,
poco propensi al rito del distacco).
E ignori la bontà da roditore
negli occhi della nonna della nonna,
il viso e l’obbedienza disseccata
al sole miserabile degli ultimi.
E tutti gli altri: storie a piè
di pagine (le tue) ancora vuote.
Non spendere per loro la distratta
pietà che a volte anch’io – pensali
piuttosto come fiamme intermittenti,
Lampyrides Noctilucae che puoi
tenere in equilibrio questa sera
all’apice della tua meraviglia,
strette nel palmo della notte estiva
pronte a sparire in un fremito d’ali.
Quest’insetto è la lucciola.
Nonostante si accusi di “distratta/ pietà”, il poeta lascia che ci arrivi fortissima l’emozione del suo consistere coi morti. Io poi so quanto era, è sensibile ai caduti per la libertà- come i partigiani della Resistenza italiana – e ai cari della sua famiglia. So quante pagine piene avrebbe potuto scrivere per loro, ma mi va bene anche solo questa poesia. Per averli pensati come lucciole, i morti, nel palmo “della notte estiva” e della sua mano.
*
- Blissus Leucopterus A Enzo F.
Divide la domenica una lama
di pioggia in due cerchi concentrici,
attesa e consapevolezza – e quando
si leva nel celeste cigolìo
del cambio scena diresti assomigli
ad un sipario tra i cumulonembi
a cui corrano attori e macchinisti
lenti a sparire in quinta.
Lascialo il cardinale allora esploderti
negli occhi le sue piume insanguinate
mentre in volo ricuce terra ed aria.
Tra l’erba i pesticidi hanno domato
la fame millenaria degli insetti.
Giace esanime il Blissus
Leucopterus all’ombra del
tarassaco che infesta il mondo.
Attendi ma non credi più all’attesa
foriera di qualcosa.
Ti basta l’indolente spiovere del cielo
o sull’asfalto l’odore di pioggia.
Tua figlia corre e volano gli acheni
al ritmo d’infantili desideri:
Finita la commedia! grideresti, come se
anche oggi fosse capitato a un altro.
E quest’insetto è la cimice nordamericana. L’acheno è il frutto del tarassaco, quando diventa una piccola sfera di leggere squamette che si disperdono al vento.
Due immagini forti, quasi a specchio: “una lama / di pioggia” che divide la domenica tra “attesa e consapevolezza” e l’alzarsi del sipario dietro cui si paleserà quanto hanno organizzato “attori e macchinisti”. Cosa c’è in programma? Il lanciarsi di un cardinale che non si limita a farsi vedere, ma ‘esplode’ “negli occhi le sue piume insanguinate”, potentissimo verso, necessario per ‘ricucire’ “terra e aria”. Poi i pesticidi che ammazzano gli insetti e lasciano il tarassaco a infestare il mondo. Perché ce l’ha tanto col tarassaco? Per quei globi così delicati, effimeri, che assomigliano troppo ai sogni, agli “infantili desideri” che ancora la figlia rincorre. Lui, ormai, no. Lui non crede più “all’attesa/ foriera di qualcosa”, lui griderebbe “Finita la commedia”, “come se/ anche oggi fosse capitato a un altro”. Terribile.
Ho pianto.
Lascia un commento