La distanza non corrisponde ad assenza né tantomeno a distacco, bensì è soltanto la giusta misura per mantenere quella giusta prospettiva che permetta di osservare, di riflettere con la sicurezza di non lasciarsi ferire se non di striscio, come sempre quando la vita spara le sue bordate. Questa è l’impressione complessiva suscitata da Distanze (Arcipelago edizioni) più recente raccolta di Antonio Malagrida, poeta della Marca di mezzo, nato e cresciuto tra le colline ed il mare, ancore di riferimento e correlativi della sua avventura in versi.
In questa collezione di testi, frutto dei numerosi quotidiani, apparentemente minimi ma tuttavia sempre significativi incontri, l’autore descrive un’indagine, condotta con silenziosa ma accorta e tenace curiosità, sui grandi misteri dell’esistere, incarnati nella quotidianità della relazione, della conversazione svagata e confortante, anche nell’utilizzo di tanta iconografia pop, trasfigurata però dallo slancio verso un cielo troppo spesso avaro di risposte risolutive. In prima istanza, la ricerca prende forma nella catena di significati declinati nei titoli delle varie sezioni che rappresentano le diverse manifestazioni del concetto di distanza, dalla separazione melodica di “Due note” allo spazio interposto tra chi viene osservato e l’osservatore, ovvero “Il drone”, metafora metallica dell’occhio del poeta su un reale che deborda dalla comprensione ma che, al contempo, non può che essere fatalmente registrato.
Nel percorso in cui Malagrida ci conduce, siamo invitati a soffermarci su ogni particolare, anche il più sommesso, del paesaggio circostante, mai inanimato ma sempre abitato da inflessioni e modi di dire, da melanconie sospese, da gesti appena compiuti con noncuranza ma sempre portatori di simboli e messaggi. In questo teatro creaturale, si confondono i piani, svaniscono le differenze nell’urgenza di dare corpo ad una riflessione, ormai assillante, sul significato da attribuire a ciò che dovrebbe attenderci oltre il sensibile. Infatti, quando comincia a diradarsi la moltitudine di legami, di figure di riferimento che ci hanno circondato nel tempo che abbiamo vissuto, sentiamo che c’è troppo spazio vuoto. A questo punto, la domanda non è cosa c’è al di là della membrana che ci separerà dal respiro; al contrario, ci chiederemo cosa faranno di ciò che resta di noi, e prima ancora come ci comporteremo, quale alone lasceremo alle nostre spalle. E probabilmente ciò che davvero importerà sarà la riconciliazione, dopo le tante lotte, il ritrovarsi e poter continuare a ridere, a goderci i silenzi complici, le notti che si spera non finiscano mai.
Quella che Malagrida compone è un’elegia della concretezza, un tentativo affettuoso di registrare «il passaggio maestoso del nulla in ogni cosa» con l’obiettivo di decrittare la nostra vita prima del taglio del traguardo, svolto non tralasciando nessun dettaglio, neanche una colazione intima, una partita vista in televisione, uno scambio di battute con gli amici di sempre in un angolo dei tanti viaggi affrontati insieme ed impressi nella memoria. E probabilmente le Distanze del titolo alludono anche e spesso a quelle colmate per immagazzinare esperienze, per dare sapore ai giorni che ci sono toccati in sorte in questa dimensione terrestre, restituendocene l’intimità e l’inestimabile dolcezza.
La chiusura del volume con i testi de “Il drone”, carichi di frenesia, di unghiate e graffi, di violenze esplicite e non, sembra quasi una frenata brusca alla silloge, che ricorda più una passeggiata  su un viale luminoso che, sebbene venga inquadrato al crepuscolo, lascia un retrogusto così amabile. Tuttavia, se si guarda bene, questa ultima sezione si configura come la riaffermazione di quanto sia stata lunga la camminata, di quanto lontana (distante, appunto) appaia la contemporaneità spesso brutale, con la sua tracotanza irritante e disgustosa, e allo stesso tempo i versi incarnano precisamente la necessità di Malagrida, che si vede «laggiù / […] molto lontano», di continuare a descrivere. Ancora è possibile scrivere intorno alla realtà martoriata che ci assedia e al contempo ci ammalia tutti, rilanciando così la funzione della poesia come testimonianza e, chissà?, anche come voce che, seppur da lontano, può ancora accorciare le distanze.

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