Konstantinos Kavafis
23 Gennaio 2018 In “Interno Poesia”

Pensando a Kavafis, mi accompagna sempre la sensazione visiva e acustica della volatilitĂ  sonora dei suoi fogli, portatori leggerissimi di canti lavorati in permanente elaborazione interiore, incisi in inchiostro con attenzione capillare estenuante, ossessiva fino all’esatto. Fino a sancire l’hortus conclusus, con la potenza della definitivitĂ . GiĂ  questo mi insegna, cioè mi segna dentro, mi stordisce mentre lo assimilo. 

Ciò che profondamente mi attrae, mi trae dentro la poesia di Kavafis, è la dinamica tensiva che connette il suo io profondo con il lontano. Quella dinamica che genera fin dal primo verso, un vero e proprio transfert esperienziale, una traslazione spazio temporale dentro cui istantaneamente ci immergiamo in un’epifania in successione sensoriale. Il canto tramuta la nostra dimora lì, ci conduce con il ritmo di vertiginose sintesi tra profili, ritratti, architetture di stanze, fughe di corridoi, sguardi, corrispondenze, complicitĂ , sensazioni dai riverberi, culture interiorizzate che si frangono e si innestano le une alle altre. Tutto questo in un nitore disarmante, in misura calibrata, in una lingua complessa resa all’essenzialitĂ , all’asciutto, di intensitĂ  e drammaticitĂ  librate in leggerezza lirica. Mi riferisco alle sue poesie pseudostoriche, propriamente storiche e a quelle innervate nel mito.  

Cerco ora di riflettere, flettere dentro, la dinamica tensiva che accennavo all’inizio. Si compie in Kavafis, credo, un processo di spoliazione in cui la sua identità si radica consapevolmente in un individuato, scelto, vibrato, paradigma di grecità. Questo movimento esistenziale, culturale, artistico, lo conduce non tanto a un esilio visionato. Non provoca enucleazione del passato proiettato al presente, per idealizzazioni evasive e nostalgiche. Kavafis non esce da sé stesso, non si estranea dalla propria condizione, piuttosto è fortemente il contrario, è quanto mai presente a sé stesso e al mondo. Il peso della sua consapevolezza lo sprofonda nelle sue radici, le radici da lui scelte, dentro cui si origina, si nutre, si riconosce. L’io è rifondato, partorisce la sua effettiva nascita, si autorigenera e così mantiene la sua saldezza, non solo la sua sopravvivenza ma accede alla bellezza, al piacere ossigenante, al fuoco originario culturale del suo asse cosmico.

Diviene compresente al lontano delle sue radici, a quel paradigma vitale che nomina cantandolo. L’io è si rifondato ma anche sfondato: espelle il superfluo di sĂ©, il bisbiglio quotidiano di ripetizioni e involute. E’ per questo processo che l’io lirico non mostra piĂą le sue interiora, la sua soggettivitĂ  intestinale, la sua singolaritĂ  turbinata. Diviene pulito e trasparente, creante la poesia in una luce lirica esatta capace di convocare il lontano nel presente. Rendendolo compresente.  Il canto di Kavafis crea l’esperienza, incarnando l’emozione. Attraversa la cruna dell’uno sfociando nel plurale.  Plurale ad infinitum. Toccando uno spazio e un tempo preciso, rivela l’universale.

Mi permetto di affiancare a questa mia riflessione la risonanza artistica con il lavoro di Mimmo Jodice: mi riferisco al suo lavoro fotografico su reperti museali greci, ma anche alla sua dichiarata esistenziale postura verso quella grecità, al suo concetto di bellezza orientante, al raffinato piacere di cogliere il plesso tra molteplici confluenze. Penso al taglio affilatissimo di luce, rigorosamente in bianco e nero, in grado di vitalizzare l’apparente immobilità del passato. Sento più che un’affinità tra i due artisti, una vera e propria coincidenza vocazionale. L’apertura lucente nei dettagli, l’inclusione regale dell’ombra intensificano i frammenti dando loro una narrazione corporea, emozionante mai sentimentale.

E mi permetto di ricordare l’ultima intervista di Mimmo Jodice, in Ritratto in movimento, di Mario Martone, 2023, dentro cui il fotografo individua il fondale del suo oceano artistico, svelando la sua officina preziosa, la sua camera oscura, il telaio della sua vita. In quella stanza dell’io, stanza di scrittura della luce, sia per Jodice che per Kavafis, accade che il proprio presente coincida con uno spicchio dell’infinito passato, in offerta all’infinito futuro. 

Itaca, poesia scelta da me come l’ago d’oro del pagliaio di Kavafis, è quella stanza segreta di ciascuno dentro cui viaggia l’infinito che siamo.

Conferenza tenutasi l’8 maggio 2024 a Frascati presso il Museo Tuscolano, nelle Scuderie Aldobrandini, per Kavafis attraverso lo sguardo dei poeti italiani, dall’Università Sapienza.

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