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Di un poeta, anche se non è più con noi, non si dovrebbe dire “è stato un poeta”, perché la poesia è sempre poesia al presente. Sempre al presente non in quanto estranea al fluire diacronico, né in quanto fuori dal tempo, né nel senso che attualmente ci troviamo a vivere, e cioè di un esistere solo in ‘presenza’, anzi in ‘onnipresenza’, che finge l’esserci con lo stipare di avatar l’attimo fuggente, stirandolo a durata con la ripetizione ad oltranza del medesimo fantasmatico, per quanto folle o stupido o falso che sia, senza prima e senza dopo, con la mala accettazione di una immobilità fatale.  La presenza della poesia non sta nel tempo, ma nel mondo dei valori, della conoscenza, del sacro, che il tempo tutto attraversa come la sua spina dorsale dinamica e lo muove e se ne muove e lo dirige e se ne dirige.

Il presente di ieri e di oggi e di domani dentro i versi di Albero Cappi è un tempodimezzo, anzi, un tempo sull’orlo, un bordertime, che sta davvero tra l’effimero hic et nunc – respiro illusorio nel suo essere sempre dentro e fuori da un passato che non c’è più e un futuro che non c’è ancora, respiro che, comunque, è dove avviene la vita –  e l’a-temporalità che, pur non essendo più nel tempo, ma dopo e oltre il tempo, eppure esiste, nella durata di qualcosa che nominiamo ‘per sempre’ e ne facciamo creazione.

Da Bordertime, Il Ponte del Sale, Rovigo, 2010:

Tra alghe arenate e spenti soli
è il suo passo. Crono dalle cesoie
d’argento, il vento insegue la perduta
culla. Dal grattacielo lo cerca un faro.
Fiamma nel nulla

Questa è l’ultima poesia di Alberto Cappi, ultima del libro che ha intitolato appunto Bordertime, il libro che lui ha curato, composto, sapendo che sarebbe uscito dopo di lui. Nel 2010, infatti, un anno dopo.

La “Fiamma nel nulla” è l’ultimo suo verso secondo l’ordine editoriale. Questo “nulla”, nella sua in-esistenza, è deduttivamente in-conoscibile; eppure il poeta non ne fa una chiusura, perché nell’assurdo dell’ossimoro questa “fiamma”, che brucia, illumina, si muove, gli sta dentro al “nulla”, gli fa spazio, gli ridà forma, e insieme ex-(s)istenza, movimento di uscita (ex) da un indefinito stare, sistere. Questa “fiamma” inoltre è accesa dallo sguardo-domanda che ancora si muove dal “vivo della bruma”, e che, nonostante i ‘nascondimenti’ dello stare nel tempo, la riconosce “fiamma antica”, segno di “vita” qui, nel tempo misurabile e limitato, ma anche al di là del “ponte”, nel nontempo che è anche forse all’origine del tempo.

Forse impropriamente, ma ho sentito qui una singolare comunanza con un pensiero di Maria Zambrano:

“(…) giunge inavvertito l’istante in cui si compie il sincronizzarsi della vita con l’essere; della vita individuale nel suo isolamento con la vita tutta (…) E non che il tempo allora si fermi; al contrario esso si manifesta, potremmo dire, in tutto il suo splendore. E lascia vedere e dà a sentire qualcosa come il suo frutto, il frutto del tempo, dono che a chi non ha mai cessato di soffrirlo in silenzio viene poi porto andando oltre, trascendendo ciò che il tempo porta via nel suo trascorrere, ciò che la sua velocità non fa giungere ad essere. (…) E come ogni frutto del tempo, una profezia del compimento finale, della duplice offerta del più in là e dell’adesso.” (da Chiari del bosco, cap. III)

Fuori dal labirinto, da La casa del custode, I quaderni del Battello Ebbro, Porretta Terme (Bo), 2004:

Fuor dal labirinto e fuori dall’istinto il
volo fu di cera, lacca e sole. Un sigillo,
rosso, premeva sul papiro. Il giro di cometa
lasciava al mago tenue coda: barbagli d’in
trusione. Bargigli di stellare pesce, una
nassa lunare d’esche e mare. Fuor da furore
il bardo s’avvicina e chiama.
“Chi sei tu che dalla cuna illampi il nido?
Chi ti spinse al vivo della bruma che cela
in nascondimento il velo del momento?”
L’uccello, figlio di favilla e lama, tagliava
l’orizzonte. Ci chiama una fiamma antica, il
suono stesso della vita, la canna che oscilla
e regge quale ponte.

Non un ponte qualsiasi, ma “quale (esclamativo) ponte”! Il ponte è una delle figure più importanti nei versi di Cappi, spesso anche sottesa. Fragile, effimero, il ponte, anche rischioso; ma può intercalarsi comunque, oltre che tra il ‘qui’ e il ‘di là’, anche tra l’‘io’ e il ‘tu’, e tra l’uomo e la donna, coraggiosamente sgrammaticato.

L’allegria del dono, da La casa del custode, 2004, cit:

Dalle bocche della neve, dalla febbre del sole, dal
la temperante cecità delle stelle, dal nas
condimento dell’avo nelle coppe del suolo
nasce l’allegria del dono. – Chi sono? – chiede
l’uomo all’io della compagna, all’età
che cura e tortura la ruga della fronte.
-Chi sono? – e la cavità della domanda è ponte
tra una manciata di lucciole opache e le
sdrucciole parole. “Date alla nostra ex
sistenza la penitenza di vivere”. Noi, che
fummo nel turbine del suono, sulla fragile
barca dell’umore, nel vaso della nera bile
che traversa mare e colore di permanenza,
noi, nei relais del rumore e del mancato
atto, di fatto noi sono il dono.
[grassetto mio, n.d.r.]

Il ponte lo si attraversa solo con domande, pensieri-sguardi lanciati di là come frecce; mai, però, si arriva oltre il sommo del ponte, dove eventuali segni di veggenza, anche se possono lasciarsi intravedere, farsi sfiorare, comunque restano indecifrabili. Il ponte è luogo di confine, terra di nessuno, “uscio del cielo” nel senso kafkiano della ‘porta’, varco che non si varca mai. Se non quando si giunge all’acme del dramma vitale, quando il ‘di qua’ va in frantumi, quando si trancia il punto di congiunzione e separazione tra la vita e l’oltre, il punto di “culla”, l’origine, e ancora, quindi, il suo possibile senso. Niente tiene di ciò che si era predisposto per attraversare il ponte: oracoli, fedi, illusioni di “remare contro il tempo”; persino la Parca senza più filo è smarrita, sospesa, non sa più “articolare la parola della morte”. Che nessuno mai è tornato per correttamente pronunciarla. Nemmeno Lazzaro del Vangelo, ritornato alla vita (?), la dice. Davvero un niente, il vuoto. Eppure.

a Franco Fresi, da Libro di terra, Gruppo Editoriale Domina, Civitanova Marche (MC), 2003

sei nel canto immisurabile del
dono luce che rade e che dimora
in suono iscritto sulla carta
luce che rode ruba e tarpa
il dritto verso delle cose ove
la voce ride del suo senso
luce di luce luce d’incenso

Una luce c’è, comunque, c’è: sostiene le luci (arcate) del ponte, è una “luce che rode ruba e tarpa / il dritto verso delle cose”: inadeguatamente quindi e illecitamente pretende la conoscenza, nell’unico modo possibile, perché non può illuminare chiaramente, senza deturpare, limitare, e insieme fare assoluti brandelli d’intuizione; può solo una vaghezza percettiva di qualcosa che sta inesorabilmente oltre il limite, nell’inesprimibile. Eppure. Proprio per questo essere luce proiettata dal luogo del varco, per Alberto nell’accadere stesso del varco, si trova investita del ruolo di luce psicopompa, di conduttrice dell’anima:se non proprio fino di là, però verso di là. Ha voce, di un “canto immisurabile”, perché può diventarne altro e più-di-sé: “luce di luce”. Inoltre può arrivare, certo in modo indefinito, ad un inesplicabile oltre-sé: “luce d’incenso”. È la poesia.  E il poeta lo dice al suo lettore, mentre lo sente, e lo dice proprio dopo avere toccato la resa, la restituzione di ogni “illusione” circa la vita: quando accetta che l’unica possibile “sorte” dell’esistere è la “morte”, che l’illusorio trascorrere del tempo la fa dannata e ‘fuggitiva’, con la certezza che alla fine “saremo ombre” in un “muto niente” (Bordertime). Eppure. Il poeta, lui stesso, è come fosse stato sorpreso da un’epifania inattesa, come potesse solo gridarlo, per crederci anche lui, un annuncio di resurrezione, come fosse stato investito da un mistero svelato e non ancora capito, ancora segretamente a parte, tra parentesi, appunto:

(…)

(Sapete? La poesia non 
cela: rivela)

(da Bordertime)

Perché la rivelazione avviene misteriosamente, a roveti ardenti, a comete che chiamano i Magi, a vino tramutato dall’acqua e il “custode” -poeta, cieco alla maniera di Omero, può solo affidare al lettore gli squarci di illuminazione che, lui, l’hanno travolto.

Da La bontà animale, Faenza 2006:

parva parca piccola parola
avara di notizia instabile
emozione la bile che sussulta
nell’azione del corpo teso al
tra passare essere macinato
perché nato e poi risorto amato

il cieco di Gerico, da Il modello del mondo, Marietti, 2008, (Ge-Mi):

l’erba amara del ciglio e
l’occhio che non vede cosa
sognare inquieta il sonno del
cammino             o rara voce o
parola che svelle il velo
lucignolo lume luminosa luce

Importante è notare come il poeta qui sottolinei la fatica/violenza – “svelle” – con cui si alza (o piuttosto: ‘strappa’, ‘scortica’) “il velo”, peraltro ossimoro incatenato dall’allitterazione ‘vel’. Importante poi il percorso della parola nel climax ascendente dell’ultimo verso che da spregiata fiammella (“lucignolo”) arriva addirittura al pleonasmo di “luminosa luce”, quasi variante di quel “luce luce” visto nella poesia a Franco Fresi.

Da Arnia, Quaderno n.13 di Testuale, Verona 2009:

“A partire dall’anfibologia [ambiguità di una frase interpretabile in più modi, n.d.r.] e dall’ossimoro il lemma poetico è vivo e pulsante. (…) È l’impossibile della poesia. (…) si concede al corteggiamento ma non alla presa, muta i registri e subentra nei rami del delta del senso e appena la si intravvede, vela costantemente all’orizzonte, pagina risucchiata dal bianco silenzio in cui i segni appaiono nel dire e dispaiono, si destano e si adagiano nel sonno. Nomina sé da sé, e, nominandosi, s’immerge nella finzione.”

Casa degli uomini da La casa del custode, cit.:

Le donne cullano uova con semi di lampo e lenti
gesti per unire il tessuto del canto. Ci sono
bimbi che corrono incontro al vento e s’innalzano
tra le vele dell’arcobaleno. Gli uomini, scavati
dalla zigzagante saetta, tracciano segni sulla
polvere del loro stare. Un’ombra li segue e li
condanna. Dormono i vecchi nella nenia tremante
delle labbra.
Nella trappola del sogno scatta lo zannuto specch
io. Ogni cosa è cosa che scatena il grembo.
Io, dove sono? Dov’è l’astuta scrittura, dove la
tenuta delle sorti, dei sortilegi muti, dell’
avida andanza del tempo? La parola ha lacrime
di perla. Molli giunchi, voli d’ali, crimini
puntuti: è l’ora scarnata dal carsico sentire,
la preda d’aria, l’ossuto dire.

Ecco perché la parola va indagata profondamente, anche smembrata sul tavolaccio dell’autopsia, se serve per analizzarla in tutti i suoi elementi costitutivi materici e concettuali – dalla fisica sensorietà fonetica, alla visionarietà grafica, alla portanza ideativa di significati –, così come pure in tutte le sue aperture funzionali: le multiverse direzioni della polisemia, le immersioni  ed estensioni estetiche, le doppiezze ambigue della banalità, la rigidità delle asserzioni univoche, il movimento ondivago dentro la storia/le storie, ecc.

spezza la tua parola da Il sereno untore, Roma 1997:

spezza la tua parola
come non vuota
sostanza
dividi creta e moto
dalla danza
lega
alla tua spoglia
il vano faro
l’amaro gioco
alla tua soglia

Tutti i primi testi di Cappi sono una grande immersione di ricerca nella parola, e un respirare emersivo che si può sentire come di esercizio; il quale però non deve essere inteso come un compitare ‘garantito’ al neofita da conoscenze pre-costituite, quanto piuttosto un esplorativo inoltrarsi in un non-conosciuto, un im-pensato. Da binari decifrabili – apparentemente all’inizio –, quasi sempre la parola infatti può deragliare per grovigli di sensi e di suoni, di interferenze, di adiacenze, tanto ammalianti quanto – spesso – limitrofi dell’ineffabile, addirittura altro dall’espressione verbale. Non si tratta di una ricerca-riduzione puramente formale-glottologica; non soltanto non vengono mai meno l’attenzione al significato e la volontà di costruire un discorso-percorso di conoscenza, ma proprio i mezzi della vivisezione nell’analisi della combinazione dei morfemi[i], delle loro caleidoscopiche possibilità aggregative e disgregative[ii], della costruzione fonetica[iii], mettono in luce ambiti davvero inconsueti di poesia, slanciando la parola anche in direzioni – anche profanazioni –  di indicibilità che, a volte nell’apparenza di impaludamenti in nonsense o assurdi,  approdano invece – miracolosamente – a rive di conoscenza nuova.

da Visitazioni, Grottammare 2001:

da quale zoo da che
beata solitudine o
desueta alta suetudine
vieni specchio di pensiero
tu che indovini il siero
della lungi miranza la
vuota oltrante stanza
l’alto lenante vero

Qui, dopo avere scomposto “desueta”, che indica l’abbandono di una consuetudine, (etimologicamente, dal latino: ‘de’, sottrazione, ‘suesco’, forma incoativa del più raro verbo ‘sueo’, essere solito), il poeta può costruire la parola nuova “suetudine”, che accenna a qualcosa che è abituale, naturale, familiare. Si viene a costruire uno strano ossimoro, una ‘desueta suetudine’, una negata abitudine abituale. Se non fosse per quell’“alta” che si può riferire sia allo smettere una certa consuetudine, sia al continuarla. E per quello “zoo” di provenienza, del primo verso. Chi ha smesso d’essere animale, pur mantenendone tanti caratteri?, per farsi definire dallo specchio del pensiero, che in sé – letteralmente, pen-siero – ha la forza magica, alchemica, farmacologica del “siero” che spinge alla “miranza” da “lungi”, verso “lungi” (così scomposto, molto più forte, fisico, faticoso dell’un-po’-astratto termine ‘lungimiranza’), tanto che questo lontano ‘mirato’ risulta luogo pur esistente nel reale (“stanza”), ma vuoto in quanto “oltrante” (stupenda invenzione poetica per dirne la locazione di-là dal possibile), dove comunque sta il “vero”, che è “alto lenante”. Se così il poeta richiama per paronomasia la parola ‘altalenante’, bisogna però risalire a prima dell’altalena, al latino tollèno-onis, che, sì, è la trave che, posta su un’altra trave, si fa altalenante (poi divenuta macchina da guerra lanciaproiettili, che potrebbe essere effettivamente nell’intenzione del poeta); e prima ancora al verbo tollo, levare in alto. Ma poi è assolutamente necessario risalire con “lenante” al participio presente del verbo leno-is, o al nome lena-ae, entrambi i quali hanno a che fare con l’indurre alla seduzione, se non addirittura alla prostituzione. Ed ecco che ci compare quell’uomo – così albertiano! – che percorre tutti i suoi versi, un essere dalle radici animali e con una tensione spirituale a un oltre che lo differenzia: verso l’alto sì, e nel contempo verso l’ansia, la domanda inevasa, l’invocazione ignorata.  

Questo produce lo scavo etimologico, attento ai minimi monemi[iv]; così gli approdi a cui possono portare le ambiguità/varianti nelle aggregazioni/scomposizioni verbali. Personalmente rimango sempre sorpresa di quella ricchezza insospettata – non perché difficile da reperire, ma perché occultata, dissimulata dal logorio dell’uso, dell’abitudine – che certi impercettibili movimenti di Cappi nelle parole mi fanno comparire: ‘perversioni’ si apre a fini-vie imprevisti: “per versioni”, verso temi che fanno tremare i polsi: “Nelle acque primeve”, “Separazione della terra e del cielo”, “Resurrezione di Osiride”.

 Dipartita del dio supremo, da Per versioni, Milano 1984:

vento suolo
vena cielo
ventre volo
telo
la n di odo
difono dell’uo
[grassetto mio, n.d.r.]

Nei primi tre versi si accampano opposizioni archetipiche tra materico e spirituale, connotate dalla medesima sillaba iniziale ‘ven’ le une e sillaba finale ‘lo’ le altre; il ‘telo’ del quarto verso mi arrischio a sentirlo sia divisorio che atto a nascondere, nonché a soffocare quanto sta sotto, l’umanità. La ‘n’ (non ‘enne’: la fatica a pronunciarsi solo di se stessa è necessaria) dà al fantasma di ‘nodo’ la insieme-disfatta forma di un’unione stretta, pur nella divisione, non a caso definita dal poeta “difono”, che è un disturbo della voce (infatti “odo” e “uo” potrebbero essere monchi per un venir meno di ‘n’ da laringite ), ma anche una doppiezza ( ‘di’ raddoppia e ‘fono’ dà concreto suono), e che concretizza il ‘nodo’ e l’‘uno’: nell’ ‘uno’, singolarità umana, per il potere di quel ‘nodo’, convive il divino; dell’universale divina singolarità fa parte l’uomo.

Banali ‘limitazioni’, adiacendosi in “l imitazioni”, si addensano della condizione umana: con la limitazione necessariamente all’origine della vita e la testarda pretesa di imitarsi in un prima intuito, sconosciuto, immaginato, sperato:

da Casa delle forme, Udine 1992:

quasi radice o cielo
di che si cade un giorno
intorno al limitare
o questo mio mirare
di che si dice o tace

Oppure un’eco di anafore, un rincorrersi di suoni-significati diversi nella loro similitudine fonetica, un richiamarsi a specchio per rime e assonanze, che riescono a disperare quasi come i versi di Eliot in The waste land, La terra desolata: “A crowd flowed over London Bridge, so many / I had not thought death had undone so many.” (Una gran folla fluiva sopra il London Bridge, così tanta, / Ch’i’ non avrei mai creduto che morte tanta n’avesse disfatta.):

da La casa delle forme, cit.:

questi morti morti morti
le loro est̅ati
ast̅uti torti
amaro varo
avare orme
queste torme torme torme
(mie sottolineature, n.d.r.)

Avviene spesso la messa a nudo di un percorso glottologico e semantico, che, giunto all’approdo momentaneo di un certo uso, rivela come da un’origine materico-sensibile un suono-senso può arrivare fino a un esito astratto- ideale, quando non addirittura metafisico:  

Date alla nostra ex 
sistenza la penitenza di vivere
(da Allegria del dono in La casa del custode, cit)

Qui ex” e “sistenza”, da Cappi sono ben divisi con un enjambement: ‘ex’ vale ‘fuori’, e indica l’uscire da un ‘sistere’, che vale ‘stare’, piuttosto indefinito, come ho detto sopra, che si evolve e si concretizza in un ‘emergere’, da intendere anche quale passaggio dal non-essere all’essere/esistere. Sottinteso forse anche il passaggio da un ‘sistere’- ‘stare’ ipotizzabile stabile ad una ben più precaria vacillante ‘esistenza’, definita “penitenza del vivere”.

Non si tratta quindi di esibizioni più o meno erudite, quanto dell’entrare a fondo nell’immenso della parola che è la base della polisemia poetica. La quale non riguarda solo l’ambito verbale, ma si include nella totalità dell’esperienza vitale.

Davvero Cappi sente che in questi brandelli di senso, in questi spostamenti, in queste agglutinazioni possono trovarsi tracce che vanno oltre il suono, la cosa o il concetto, anche oltre l’orlo, il ponte, oltre l’uomo. 

“il sacro in poesia non è né il meraviglioso né il terribile; semmai si porge come lume, suono di una parola scovata nel mistero e donata alla lingua.” (Il sacro, da Materiali per un’anima, Quaderno n.13 di Testuale, cit.)

L’attenzione del poeta alla parola non è mai asettica ricerca specialistica.
E non è un oggetto, un medium inerte, la parola:

“Le parole nel verso sono ancelle della memoria letteraria, lettere anche remote, manifestazione di un recondito genio o introvabile gene. Così parlano sillabe sconosciute. Inaccessibili: il loro buio è l’inconscio, la loro luce il geroglifico.” (da Arnia, Quaderno n.13 di Testuale, cit.)

 “C’è senz’altro un sogno che si distende e inquieta le fibre del linguaggio poetico. Sembra a volte di coglierlo quando la metafora non è mai a sé bastante e altro rilancia facendosi inesauribile apertura. O quando la scrittura insegue tracce, orme, perdute e sciolte zattere lessicali, quasi desiderasse incontrare l’autore nei lacerti di vita che semina e di cui può anche scordarsi. O quando i segni alzano la fronte e fissano lo sguardo oltre la coltre dei significati verso l’utopia. E v’è un ulteriore sogno, fondante: mentre la luce della fine del poema acclara il cammino già dall’inizio, la sillaba ne immagina le interruzioni e gli spengimenti per godere di proprio lume, propria e singolare voce.” (da Arnia, Quaderno n.13 di Testuale, cit.)

“Inesauribile, la parola poetica spoglia memoria e desiderio e si fa nel rinvenire e nell’accordarsi all’essere. Comune ad ognuno nella trasparenza, indomestica nella profondità delle origini, ridente di enigmi, capace di scolpire il tempo e dargli umano sembiante, è sempre avanti il senso e il vivere. Dove mormora o risuona, un corpo di sapere orienta respiro e sguardo. Quando è invocata appare e disattende. Però gioca, narra, fabbrica trappole e invisibili mondi. Raggiunge noi, ci ama. La nostra supposta saggezza è allora speranza.”

(da Arnia, Quaderno n.13 di Testuale, cit.)

“Nel poema ciò che si alimenta (…) tra io e segno, non è il tacere, è il silenzio. Questo silenzio, o ascolto di una lettera sempre straniera, origina la profezia e la destina a interpretazione.” (da Arnia, Quaderno n.13 di Testuale, cit.)

Ma si tratta di un’interpretazione ‘straniata’, ‘spaesata’:

“Sulla linea di confine del senso (…) la scrittura della poesia trae voce dalla bocca dell’oracolo e ne attua il possibile significato.” “(…) il linguaggio della poesia possiede un segreto cui sempre accenna e mai rivela.” (da Arnia, Quaderno n.13 di Testuale, cit.)

È un’interpretazione, quella del poeta, che “agisce… come l’oracolo: attraversato dalle voci ne riporta la confusa risonanza”. Il poeta-interprete “affianca la trasparenza e l’opacità del reale, l’impellenza del sentire e si pone in ascolto. La poesia giunge e si sofferma. Parla.” (da Arnia, Quaderno n.13 di Testuale, cit.).

Dono di parola, da Materiali per un’anima, Quaderno n.13 di Testuale, Verona 2009

“Quando il poeta si situa nell’intervallo, o incanto, tra cose e parole, lo fa tra origine e storia atemporale, in uno spazio straniato che è l’eco della segreta visitazione che del dire desta e cela l’essere. Lo sguardo apre allora i suoni al significare e nel forse tra vita e silenzio anima il dono della parola: la gratuità della scrittura.”

E il poeta si fa ‘custode,’ non quindi di un qualche “vero”, che è “inesprimibile”, ma di una “traccia” che si limita a indicare una “direzione” e “poi svanisce”.

La poesia non porta certezze, verità ‘definitive’, che significherebbero da una parte immobilità muta, incapace di esporsi al nuovo, e dall’altra esposizione inevitabile alla frantumazione:

da Libro di terra, Civitanova Marche2003:

ora che sai anche la bocca è muta
così rema la storia senza timone
il timore è lontano la verità
indifendibile rocca esposta al
rosicchiare del topo sarà che si
perdono i denti le albe il dopo

In fondo la potenza conoscitiva della poesia, che si apre senza sosta in rivoli e rami polisemici, sempre nuovi, inattesi, anche contraddittori, è sostanzialmente domanda. Cappi fa una poesia che “rivela” per domande:

“Chi sono?” (La casa del custode, Allegria del dono, cit.), “(…) Nella trappola del sogno scatta lo zannuto specch / io. (…) / Io, dove sono? Dov’è l’astuta scrittura, dove la / tenuta delle sorti, dei sortilegi muti, dell’ / avida andanza del tempo? (…)” (ivi, La casa degli uomini), “Domani. L’interminabile parola. / Servirà tessere i sogni? (…)” (Il modello del mondo, cit.), “(…) Lazzaro, perché non esci? (…)” (Il modello del mondo, cit.), “(…) (dove sarà il mio cielo / (…) / la voce tesa / il quando il come il vieni?)” (Quattro canti, Faenza, 2000), “dove vanno le cose del mondo / (…) / dove cade la notte del mondo / (…) / le cose / la notte / il vano dell’ade” (ivi), “dove sarà il mio Dio / che è fuoco e vento /il mio Dio che tace / il mio Dio d’avvento?” (Quattro canti, cit.)

La mancata risposta, l’ambigua risposta, il silenzio stesso non sono una sconfitta. Nemmeno una dannazione. Non sono domande che si aspettano una risposta. A volte non sono espresse come domande, ma come ipotetiche del dubbio che lasciano galleggiare nell’apodosi sospesa qualcosa come una rivelazione:

e se questo fosse davvero il mio
Dio
appeso per un filo alla finestra
come una marionetta senza voce
con gesti di legno segmentato
nato nel dolore della croce
(Il modello del mondo, cit.)

Ancora Maria Zambrano: “il Crocefisso non porta maschere, è pura e intera rivelazione.” (Chiari del Bosco, cap.III)

Mai definitiva, mai chiara, mai certa, la rivelazione.  Sono richiami, nemmeno invocazioni, solo vocativi. Non all’alto dei cieli, ma allo sprofondo del corpo che vive, sente, pensa il mondo, che possiamo chiamare ‘anima’. Parola quasi del tutto assente nei versi di Cappi. Cappi parla piuttosto di “ferita”.

Giobbe da  Il modello del mondo, cit.:

La ferita è sapienza, bocca del corpo,
uscita del pensiero che la ferma al
porto del pianto. La ferita è il bordo
cui giungemmo per aggrapparci al sogno.
Cos’hai, cos’è, chi è, chi sono?
La ferita è l’uomo. Il vento del
dolore soffia tra le carte. La parte
che mi tocca è in gioco. Tu sei il dopo.

Dio. Molto spesso ‘dio’ è maiuscolo, ma lontano. Magari plurale.

Sacrificio degli dei, da La casa del custode, cit.:

Gli Dei vanno e vengono in questa casa.
Uno dice: “Sia la notte un accordo di sogni”;
uno narra della distanza tra illusione e
l’antica tenera suzione di alfabeti; tra
le mura delle stanze altro incede
cucendo il tempo al tallone di una calza
da cui fugge sempre un alluce istoriato
di dolori, di fuochi, di timide esclusioni.
Di tanto in tanto dalla luna del camino
si alza una favilla di parola, fiaba
cruda, accesa, lasciata allo splendore.
Che ore sono queste che ci dan
no il dardo da scagliare verso il cielo? Chi
davvero ci conduce al tardo divenire di
presenze, assenze, tribolanze, rare e
care di smottamenti d’essere,
farine o polveri, slavine dulcamare
di malattia, di domestica stige,
di materna effigie? Un Dio canta il
proprio passo di lontananza: abitare
senza il mondo, nel fondo dell’idea,
affondare poco a poco in nessun loco,
smemorare, per astuzia o erranza,
e poi smembrare, dividere, giocare.

Spesso è un Dio nascosto in un “cielo” che non si mostra “oltre il velo / di tua stessa conoscenza    cielo /  senza altrove o vana oltranza” (Libro di terra, cit.); può essere anche un “signore iddio”, ma “perso  / in questo polverio / dell’universo” (Il sereno untore, Latina 1997). Ancora in sintonia con Maria Zambrano:

“Il re del deserto che riappare muto e quello nascosto, che palpita fino a rendersi visibile, Re di quell’età dell’Oro di cui oggi non abbiamo quasi idea. Re primordiale, non abdica né si lascia catturare, ride e soffre insieme: dio sofferente, mediatore.” (Chiari del Bosco, cap.III)

Eppure nella poesia Cappi vive un dialogo, un confronto così reciproco, patito, che Dio esiste, si fa tangibile proprio nella necessità – certo disperata, certo, accusatoria – delle domande. E allora si intuisce forse il senso di quell’articolo determinativo ‘il’ che spesso Cappi unisce a Dio: “il Dio”. Che sottende forse quel “mio” della poesia dell’“appeso alla finestra”. Che io sappia, solo un’altra grande della scrittura lo chiama così, “il Dio”, ed è Clarice Lispector.

C’è una stretta nella rima tra ‘dio’ e ‘io’, moltiplicata nell’eco di tutte quelle terminazioni in –io che li accompagnano: se “iddio” è “perso” nel “polverio dell’universo”, l’uomo si confonde nel “brulichio dell’io”; stretta creaturale, dove, davvero, entrambi sono creature e creatori. 

Il poeta-custode segue l’“erranza” della “scrittura”, attraverso la storia, “i tempi, l’esilio, la guerra, le luci nucleari, le schegge dei terrorismi, i lacerti d’umanesimo in resti, le utopie di massa, i silenzi del dopo, il dopo delle spente fedi.” Ma “Alla casa, infine, torna la vita.” (esergo di La casa del custode, cit.).

La vita non è, certamente, facile. ““Il rischio del vivere è l’uncino dell’approdo / una paranza al mare”” (L’alfabeto dello straniero, da La casa del custode, cit.), perché

”L’inferno è il moto per giungere a noi stessi,
noi che fuggimmo a riva del pensare, noi
che rendiamo casa al vasto mare”.
(…)
“L’approdo non è certo, è inserto o nodo”.
(Il primo inverno, ivi).

Il mondo? Una natura devastata da crisi ecologiche irreversibili (“nera pioggia”, “gialla neve”, lune annegate, cieli soffocati da “grida di cherosene”), genti che hanno perso la capacità di comunicare, di sapere decifrare le parole, tutti in corsa dietro l’apparire negli applausi. Una terra in cui domina la violenza, la droga, la minaccia della distruzione definitiva.

Dio è allora, Lui, capro espiatorio, al centro della domanda intorno al male, che si snoda dalla sua origine alla terribile onnipresenza attuale. L’occhio di Dio, dice Cappi in una poesia di Bordetime, è trapassato da una “fiocina”, lì scagliata dal grido di dolore per la morte di una bambina, ma che torna a scoccare col patire di ogni individuo, rinnovando la domanda-accusa.

Dio è lontano, intento alle “sue / caselle d’alveare”, dove ronzano le “piccole anime in preghiera”:

da Bordetime, cit.:

Immaginate lo strazio delle vesti
il grido che come fiocina si piantò
nell’occhio di Dio. La bambina
morì alle 10,30 del mattino
con sé portando i sogni degli
animati cartoni. Immaginate il
mostro dai teneri occhi il
padre degli abbandoni con le sue
caselle d’alveare e la fiera delle
piccole anime in preghiera lì
a ronzare.

Il male, però, non è originaria colpa umana: il momento nell’Eden in cui si attuò lo strappo è narrato su uno sfondo tempestoso, minaccioso: fulmini, turbini di sabbia, cieli solcati da pescecani:

da Bordertime, cit.:

Il fiammifero che accese il cielo
si spegneva in un tuorlo di sabbia.
Pinne come vele solcavano l’aria.
Cadevano i frutti maturi con urlo
di preda atterrata. Il fiato
di Adamo sul pomo, la foglia
di Eva alzata dal vento.
Si sparsero i semi. Un amo
pescò le tracce dell’uomo.

Mi sembra che il poeta si fermi sull’innocenza inconsapevole di Adamo che sta addentando il pomo, mentre comincia a respirare davvero il suo primo fiato umano; per poi cogliere il colpo di vento che con la più naturale innocenza fa volare via la foglia del divieto, di cui forse Eva ancora non s’è accorta.

Da Quattro canti, cit.:

il mio nord
di radiazioni lunari
il mio sud
di cancri e stermini
il mio est
di uomini e mari
il mio ovest
di sogno e ventura
io sono natura
dal corpo di terra
di angeli e d’ali

A volte, però, in questo mondo dove l’uomo è “solo urlo / pena solare / orma cava” (Quattro canti, cit.), si manifesta un segno:

da Il modello del mondo, cit.:

ecco che il pesce vola e il rubino
del vento illumina il mattino ecco
il falco è partito dal mio braccio
per l’acqua che innamora fosse
macina e pane la nostra gola
voce che esce e spezza e sana

Che lascia increduli, come l’annuncio della Maddalena dopo la tomba vuota:

Vi dico che l’ho visto: l’elfo era
seduto sull’altalena del parco
oscillante come un bimbo timoroso
di caduta.”
(da Bordertime, cit.)

Siamo ancora sul ponte, lo sguardo e l’orecchio teso al suo approdo, di-là:

Gli scambi avvennero a nude mani, tra sillabe
e impossibile stare delle cose, (…)
(…)
nella distanza rude dell’erede. Ora sappiamo:
una voce parla di lontano.
(Luoghi del viaggio-doni, La casa del custode, cit.)

E “Lo so, mio Dio, / sei qui in agguato” (Risalita del demone, La casa del custode, cit.).

Ma al sommo del ponte, “nel turbine del suono, sulla fragile / barca dell’umore, nel vaso della nera bile” e “nei relais del rumore e del mancato atto” alla domanda  che l’uomo scava  nell’io della sua compagna – “Chi sono?” –  vive “di fatto” una risposta che è da sola il senso della vita: “noi sono il dono”. (Allegria del dono, cit.). Noi chi? “Noi, / che siamo uno nella solitudine di tanti” (Bordertime, cit.). Dove è l’amore che supera i confini dell’uno. Perché, come, non si sa. “Amare è (…) / (…) un’occasione / di mistero.” (a Roberto Pedrazzoli, Quaderno mantovano, Mantova 1999).

E, assurdamente, incredibilmente, proprio nella morte, nel momento del “tra  passare”, il senso di questo mistero illumina la vita, risponde: nell’“essere macinato / perché nato”, è possibile sentire il senso del “poi”, quello di essere “risorto” perché “amato” (La bontà animale, cit.).

Da La bontà animale, cit.:

o tu che appendi il graffio
che l’uncino apparenti al segno
tu che attendi il germe e il
pieno risveglio della lotta
nato da mota inerme umano
io non mi arrendo            amo

Alberto Cappi nasce a Revere (MN) nel 1940. Non è più con noi dal 2009. Poeta, traduttore, critico, saggista, redattore di riviste, curatore di editoria, operatore culturale, promotore di eventi poetici e intellettuali, ha pubblicato moltissimi testi, di cui qui si ricorderanno solo i principali.

Poesia:

Passo passo (Fi 1965), Alfabeto (Mi 1973), 7 (To 1976), Mapa (Mn 1980), Per versioni (Mi 1984), Casa delle forme (Ud 1992), Piccoli dei (Faenza 1994), Il sereno untore (Lt 1997), Quaderno mantovano (Mn 1999), Quattro canti (Faenza 2000), Visitazioni (Ascoli Piceno 2001), Libro di terra (Civitanova Marche 2003), La casa del custode (Bo 2004), La bontà animale (Faenza 2006). Tutte queste raccolte sono riproposte integralmente nell’antologia Poesie 1973-2006, a cura di Mauro Ferrari, Format, puntoacapo, Novi Ligure (Al), 2009.
Il modello del mondo, pubblicato con Marietti nel 2008, ha vinto il premio Luzi 2009. Bordertime, uscito postumo con Il ponte del sale, Rovigo 2010, è stato comunque ordinato e composto dall’autore. 
Sue poesie sono inoltre presenti in antologie italiane e straniere.
Saggistica:
Il testo e il viaggio (Mn 1977), Materiali per un frammento (Ud 1989), Linguistica e semiologia (To 1984) Materiali per una voce (Grottammare 1995), In atto di poesia (Na 1997), Materiali per un’arca (Bo 1998), Il luogo del verso (Yale 1998), Il passo di Euridice (Mi 1999), Libro di poche pagine (Bo 2002)
Ha tradotto opere di:
Juan Liscano, Alain Jouffroy, Florbela Espanca, Ernesto Cardenal, Carlos Franqui, Dulce Chacòn, Raùl Zurita
Ha curato le antologie:
Tutti li miei pensier parlan d’amore (Mi 1988), L’acqua di Manto (Ud 1989), And lovely is the rose (Mi 1990), A las cinco de la tarde (Mi 1993), Mamanto (Mn 1994), Parole nella leggenda (Mn 1997), Une sorcière blonde (Mn 1999), L’occhio e il cuore (Mn 2000), Il canto sotto la bruma (Mn 2001) La voce che ci parla (Mn 2005).
È stato redattore delle riviste: Quaderno, Steve, Testuale, Tracce; ha collaborato con Poesia, testo a fronte, La clessidra, Il Verri, Hebenon e molte altre riviste straniere. Ha curato diverse collane di poesia ed ha tenuto rubriche letterarie su vari giornali.
Testi disponibili:
Alberto Cappi, Poesie 1973-2006, a cura di Mauro Ferrari, puntacapo Editrice, Novi Ligure, (AL) 2009, ora solo in versione online
Alberto Cappi, Il modello del mondo, Marietti1820, Ge-Mi 2008
Alberto Cappi, Bordertime, Il ponte del sale, Rovigo 2010


[i] Radici, desinenze, suffissi, prefissi, ecc.

[ii] Anagrammi, scambi, antipodi, paronomasie, sciarade, ecc.

[iii] Dai fonemi all’agglutinamento in rime, assonanze, allitterazioni, onomatopee, ecc.

[iv] I monemi o morfemi sono pezzi di parola dotati di significato, ad esempio, in ‘ripetevi’: ‘re’ è un prefisso che porta il significato di ritorno, ripetizione; ‘pet’ è radice col senso del chiedere; ‘e’ è un affisso grammaticale per indicare il tempo passato; ‘i’ è desinenza, indicatrice della seconda persona che agisce con questo verbo.

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