Non un universo. Solo un mondo, e piccolo, anzi minuscolo, concentrazionario (senza la sfumatura negativa storica del termine). Con sfondamenti della barriera contenitiva a costo di pericoli, se non mortali, molto alti. Dentro c’è… anzi: semplicemente, questo mondo è –un essere assertivo, senza tremolii nell’affermazione – una “casa”. Che quasi sempre con-siste in una stanza, una camera da letto. Si sta quasi sempre dentro. Ci sono “strade” intorno, ma sembrano fermarsi di là dalla recinzione, da dove ‘chiamano’, “treccia lunga lunga”, e tornano, opposte e coniugate al ‘sedersi’ in casa, mediate da quelle finestre a cui si è mosso “lo sguardo”, nella “distrazione” che non fa tornare “sulla pagina”; oppure allettate da quel “desiderio di soglia” che una porta chiusa male immette nel poter-essere di quello sguardo. Se “la sorte è stare socchiusi”, però l’impressione non è proprio quella di un limen valicabile. Siamo sulla soglia della silloge e la poeta ci dà questo doppio viatico: “vedere piano come un lume”, dove la particolarissima sinestesia adduce una penombra, che, capiremo in seguito, è quanto di meglio della luce possa volere la poeta che ‘dice’ “il nero”; e “rimanere come una pagina”, dove la chiave sta nel “rimanere”, per cui anche la pagina presa a paragone è limitata a ‘bidimensionalmente stesa, appiattita’, a ‘voltata, aperta, lasciata bianca o scritta, ecc.’, comunque passiva, agìta.  Che – come vedremo, ripeto – non è un venir meno di qualcosa, ma un diverso ad-venire di cose.
Anche ad uscire, a percorrerle, le strade, sono inquiete e inquietanti, “non ti fanno guardare il cielo/ ti fanno rimanere nei guai”; “ti trovano per strada il recinto le grate la dovuta [mia sottolineatura] ringhiera” e se pure “godi della ruggine/ delle carie all’aria”, lì ti “prende” il vento “e sbatte in faccia l’essere nel sacco”. Il vento, là fuori, può mostrarsi come un fantasma popolare che fa paura “con la testa sotto il braccio”; toglie peso e fa alzare persino la terra, ma per ficcarla come “una ruga nell’occhio un bruciore di inutili grattamenti”; corteggia la “lontananza”; non si sa dove stia quando manca. Ecco perché, anche se la poeta potrebbe “guardare fuori/ sistemare il tempo”, resta ad ascoltare un pianto di donna. Il “palazzo/ di fronte/ è cattivo”, “sparano tutte le sere”, là fuori ci trovi “persone/ che si strappano il pane/ si graffiano la faccia/ si fanno la forma della fame”, “si è vista la pace cadere/ senza far rumore”. Il cadere è molto frequente, dentro la casa e fuori nel mondo. La “finestra”, “occhio di vetro” che apre sul fuori, congiungendo e separando, “è/ una ferita di mondo”, perché, comunque, “questo mondo ci fa bianchi”. Che è il colore del pensiero diurno, ‘illuminato’, ma non da una visione limpida, quanto piuttosto dalla “malattia del giorno/ che è quando se lo prende la luce/ troppa luce/ che lo brucia/ lo fa bianco”: “io la porta la apro come presa dai diavoli”. In contrapposizione con il “nero” del buio notturno, ben più gravido di esperienze e conoscenze, sia coi sogni che con l’insonnia.
Là, fuori dalla casa, il “cielo coperto di nuvole” è sentito “malato”, “una specie di cielo scotto/ che ci spegne/ come candele”; e se “è uscita la carta del sole/ si mette male”, perché “se cado cado sopra l’ombra”, che, “cane nero della vita”, “bianca non si può fare”. La casa ha un “lato” “che duole” in sintonia con “una lampada nella gola” della poeta, forse proprio a causa della “luce” che “è una spina nell’aria”. Ma se “ha piovuto” diventa “nera come il cielo”. L’unico “albero che puoi tenere in casa” è l’albero-candela, “con una radice verso l’alto/ spina dorsale dritta dritta”: “fa una foglia alla volta” quando viene acceso, e gli “si tiene tutta la casa”. Quella dov’è cresciuta la poeta è una casa-madre: ha “la pancia alta”, incinta, e da lei la poeta vuole solo essere lasciata andare, essendole divenuta “un filo di mente/ che taglia”, ossessivamente protettivo. Qui, nella casa di adesso, la poeta ci vive dentro con la madre: lei sì, la madre, “se ne va sempre con la testa/ come il fiore con il sole”, e siccome la casa ha “così tanti occhi”, la madre “potrebbe entrare pazza/ per come è uscita”. Pur essendo, madre e figlia, molto diverse e per alcuni aspetti dicotomiche – non ultimo taglio, le “bombe” di parole che la madre di notte ancora “lancia”, fino a confondere la figlia: “non so chi devo portare all’ospedale” – comunque una è “la terra” e l’altra il “fiore” che ci vive insieme e ancora più significativa la lunga poesia, metà in dialetto (i primi mezzi versi abitati dalla madre) e metà in lingua (i restanti primi mezzi versi abitati dalla figlia), dove le due si appaiano nell’esperienza differente della maternità, finché se ne scivola via unica la vicenda materna della figlia, ma ancora agìta a metà dal dialetto, un’eredità, quasi un cordone ombelicale non reciso. In un’altra poesia c’è questa alternanza di dialetto e lingua, e di nuovo in un rapporto dicotomico, alla Cecco Angiolieri, con un’impronta dell’origine, la religione: “mi fazzu u signu ra cruci / io faccio corna/ (…)/ io la porta la apro come presa dai diavoli”. Mi viene da connettere a queste due poesie quelle che parlano della pietra. Prima la poeta ci dice che “ho dovuto rompere una pietra / per accendermi/ e andarmene”, dove il parallelo con la madre e con la “cosa dove sono cresciuta”, è evidente; e ancor di più quando, dopo aver dichiarato di potersi coniugare con fuoco, acqua e aria, spiega che “con la terra sono punto e a capo/ mi rammollisco/ verme mi sporco per uscire.”. Poche pagine oltre dice di avere trovato i due pezzi della pietra separatamente, i quali si sono congiunti, facendo di nuovo “intera con me” la pietra, da cui ha sentito “mi devi sapere ascoltare”. Questo modo della metà torna nella silloge: “mezzo bicchiere di aria”, “mezza parola/ mezza luna”, e poi “io voglio la spezzata (a spizzata del titolo della silloge)/  non mi contate i giorni”, forse perché, come i versi della poesia che segue subito dopo, sono uno e due – del prima e del dopo – e sono ‘interi’ in un tempo che non si sa leggere. 
Tornando nella casa di adesso, troviamo un inquietante – per me – tavolo compiutamente apparecchiato, da cui “ci si alza quando hanno finito tutti”, insegnava il padre. Mi inquieta la congiunzione disgiuntiva “o” che appiccica il bon ton del tavolo al “letto”, aprendomi, certamente equivocate, contrastanti visioni notturne; comunque entrambi, tavolo-letto, “braciere” a cui ‘affilare’ le mani. Ma mi inquieta di più l’apparecchiata di stoviglie: “le lune piane” dei coltelli, “i denti luccicanti delle forchette”, che ”leggono la fronte” a specchio; “il peso sul filo” “tra la mano e la lama” che taglia “la sottile fetta” con “la schiena dritta da tagliere”, nel “gesto” di “un battere e levare” che è simile al “lungo sospiro della tovaglia prima di toccare il tavolo”. Se tutto questo era contenuto nella funzione di paragone, il secondo termine assunto a verosimiglianza si accampa con tanta forza iconica – il ‘taglio’ – per ben nove versi, che quasi cancella la delicata origine del paragone nei primi due versi.
Nella casa vivono, onnipresenti, quasi sempre al singolare, l’arancia e la cipolla, la cui buccia è ‘spellata’, ‘spogliata’, il cui sugo o polpa, a spicchi a scaglie è offerto alla bocca propria o altrui. E il pane. Come l’arancia e la cipolla, direttamente proprio o traslato ad ulteriore identificazione: “la notte è lievito madre”, “una forma di pane dello spazio”, “ogni notte tu lo metti nella/ credenza ci promettiamo di non aprire di non toccarlo – dici che/ siamo il buco al/ centro che spezzerai sempre per me il giorno quando è dorato quando mi raffermo –”, “il risveglio è accarezzarsi e sfarinarsi essere il buio di una credenza che oggi/ sorge ad ancora”. Il pane esige rispetto: “non si mette il pane capovolto”, per non offendere “quelli che non ce l’hanno” e così pure ‘tu’, tu-pane-poeta, “non ti mettere di traverso”, per non offendere “le mani che ti hanno fatto”.
Nella casa, chi ci abita – la poeta – ha mani e piedi freddi, anzi: ha “l’inverno ai piedi”; è essenzialmente “bocca”, che parla come una foglia mentre “non si stacca silenzio”, ‘suonando’ “come il sole sul/ bianco ad asciugare”; che dice “il nero”, anzi: “ancora più nero/ le prime lame del mattino”; che scambia, vive “l’assaggio da bocca a bocca”; che bacia; che fa scivolare il seme per piantarlo nel palmo della mano. È una che “l’olio mi cade addosso”, “mi porto avanti con la morte” e si definisce “io sto al contrario”, che vede come “il dietro delle cose ora è davanti”, che ripone i “calzini” come sente “il fuori che è dentro/ e il dentro che è sempre un addosso”, che sta bene “vedendo tutto storto/ tutto in disordine”, che nota come “la primavera si vede con l’inverno” o che “gli appunti dell’inverno la primavera li copia”. Non si fa mai cogliere ‘fuori’, anche se sembra annotarsi-‘scrivere’ “le cose che mancano/ cose da comprare domani” e quindi in uscita, ma subito precisa che, se le scrivesse per sé, sarebbero “chiare poche/ rassicuranti per almeno due giorni/ qualcuna per vizio/ qualcun’altra perché come il pane/ e nella lista/ alla fine c’è anche un punto/ che sono certa nessuno vende/ e nessuno chiederebbe/ però non se ne può fare a meno/ e lo si dà per intero/ per incolonnarsi sotto il sole/ nella piazza deserta della pagina.”. Fa pensare al punto fermo-morte, ma forse è quel “verso” che si può trovare “al risveglio”, “su cui fare stare il pane”.
Anche se “poche”, anche se le “cadono dalle mani” e “qualcuna si rompe/ e quella si è versata”, le cose le sono così “chiare” da poterle sentire, vivere dal di dentro. Così il “legno”: da ‘toccare’/ sentire “perché può [mia sottolineatura] stare”, “può” diventare tante cose utili, vivere “le stagioni”, invecchiare, morire lentamente, “leggero” e “sereno”. Così la “candela”, da cui prendere “lezione”, per “imparare a stare nella bugia”; così la geometria che figura dio, da pregare per essere “lato” che si erge “in terra come in cielo”, per avere “la retta di una fessura” in cui cadere, e “le mani/ per tutte le linee spezzate/ di buona volontà”; così la “lenza” con tanto d’esca di “pane/ bagnato strizzato nelle mani/ e fatto molliche/ fatto giorni che aspetti/ e te ne freghi se non mangiano/(…) /è la paratura da pesca che comanda”; così “l’armadio / la serra in casa delle stagioni”, con “maglioni le cui maniche toccano altri/ vestiti appesi come calendari” e “la lunga lingua delle sciarpe/ e le pieghe religiose degli slip/ il tutt’uno ritirato di due calzini”. Dell’acqua corre le vie del suo “poter entrare ovunque” per “imparare la direzione”, “da dove lei si butta”, la sua “passione per i bordi”, quando “il bicchiere/ è un capitolo dedicato alla sete/ il vaso è uno studio più approfondito della goccia”, oppure “un rubinetto mette il becco” e l’acqua “non può muoversi da lì”, perché “per lei la ruggine può diventare tarlo”; e allora le viene da chiedersi se quel suo scorrere “sia il suo nudo o la sua tristezza alla fonte/(…) / e se il mancare è la sua follia.”
Lei, della casa, abita quasi soltanto la camera dove dorme. Che consacra il tempo della notte, del buio, del nero. Delle stelle. Onnipresenti, vicine – “a venire” –, ‘basse’, da decifrare, in cui trasformarsi, inebrianti, anche se la finestra è una sola, “messa così in alto” da farsi guardare piuttosto “come luna piena”; inoltre “non si apre più”: non è da lì che entrano le stelle, anzi: “non basta il colore della notte per addormentarsi dobbiamo chiudere gli occhi/ anche alla finestra”. E bisogna “vedere il fondale della stanza”, cercare “dietro l’armadio/ una schiena tanto grande” che “è il nudo della casa”, perché “il muro”, fatto “nascere pazzo”, “l’unica parola” che “sa” è “avanti”.  È “nel fondo della notte” che lei guarda le stelle. Dove “te ne accorgi” se sono di “miele” le “cose accese di giorno”, “mentre dormi”, “mondivora”, con la bocca che “deve sempre avere qualcosa/ da sciogliere masticare”. Quelle “cose” che “devi scoprire”, con la “vista” che apre “le porte al buio”, quando “la notte vado gatta/ per liberarmi/ per avvolgere le cose nella coda”, quando “noi preistoriche che ci/ veniamo incontro senza sbattere”, “sappiamo da/ dove cominciare – ci posiamo come mosche sonnolente ci scambiamo gli odori i/ segni della specie”. Il sonno-sogno “è l’amo – prima persona ancora più singolare del verbo essere”, “perché quando dormi/ ti sciogli”, i pensieri vanno messi “in serra” e un misterioso “tu”, forse la poesia, mette “la bocca sulla mia” e allora, “metti che cada un frutto/ né mio né tuo/ né agrume nel sonno.”. Una girandola di paronomasie (il primo “metti” è un ordine imperativo, il secondo è un accadere indicativo, il terzo è un modo per ipotizzare – se capita –) per arrivare a una trasmutazione da “agrume”/arancia/poeta alla potenza di un vitalissimo indefinito. Il buio, il suo “nero”, è estremamente fecondo: è il colore del dire e, “a dire il nero”, anzi “ancora più nero” verso “le prime lame [mia sottolineatura] del mattino”, la “volpe dell’insonnia” si placa, si sminuisce. Eppure “il buio semina luce”. Però, tra buio e luce c’è ancora “tenebrezza”, così “la luce quando sboccia/ lucifera”. Paronomasie o quasi paronomasie che permettono di dire tanto, luce e buio appunto. Anche se la luce, il diurno, il bianco, soprattutto col loro ‘troppo’, accecano, bruciano, fanno paura, ‘spezzano’ “in giorno il sogno”; “per stare con le parole/ devi stare nel bianco”. Allora la poeta cerca “di rimanere appesa a un/ filo di buio a due – come si porta indietro la testa quando la luce come una piovra/ butta il nero di un bacio”. In fondo, le cose, le scopre “accese” di giorno. E “ti inseguono” come “persone” “e gli parli storto come il vento”.

quel chiodo lo hai ingobbito
tanto hai goduto
a scoprire le cose
a togliere loro peso
poi a dargli mare
poi assalito dal bianco
quel chiodo non toglierlo
non chiedergli
un occhio aveva e se l’è ingoiato

Le cose cadute fanno la poesia “rotta”, che non si può “riparare”, perché “anche le crepe devono esistere” e la poesia è “la mappa di una caduta mai finita”, nell’impossibile riavvolgersi del trascorso, del tempo, che la poeta non sa leggere né scrivere, né immaginare, che scivola dalle mani come un sapone, un pesce, un serpente, mentre intanto “s’è portato da solo avanti di un’ora e avanti di/ una luce a neon fissa senza balbettare”. Le parole, le lettere addirittura, la poeta le va a rubare nelle crepe del muro, inseguendo la “formica” che le aveva sentite, oppure raccoglie quelle ‘ fatte ruzzolare’ da “una scimmia” -“mente”, che la ammala, se la poeta si dimentica, di una coercizione a ripetere “senza sosta” come in un rosario; “caso mai non è la mia”. Quando può sfuggire ai “cani” (guardiani?) che dormono, “ti porti avanti con i pensieri”, “avanti con la mente/ che lo sai che si ammazza/ quando è troppo lei/ e se il sangue ce l’ha bianco/ chi ha fame?”

Una silloge di molti versi lunghi e mossi e di brevi poesie nella prima parte – la volpe dell’insonnia – in lingua e di poesie in dialetto siciliano, tradotte in lingua, a volte mescolate di dialetto e lingua, nella seconda parte – a spizzata –. Ho scelto di riportare sempre i versi in lingua per la difficoltà del dialetto, anche se, per sonorità e intensità semantica mi sento di raccomandarne la lettura a voce alta. È una poesia che, anche in lingua, non si lascia addomesticare dalle normali tecniche retoriche; spesso aspra, usa, in modo molto originale, quasi improprio, soprattutto la sinestesia, la paronomasia, il lungo paragone, l’analogia che identifica senza mediazioni, con esiti inattesi – in alcuni punti li ho sottolineati – e sconcertanti quel tanto che costringe il lettore a fermarsi e sentire-pensare. Pochissimi gli apporti semantici della metafora, della metonimia e simili. Qui la parola non ama allontanarsi troppo dalla cosa, slitta in una cosa vicina, comunque assolutamente inconsueta, tanto da far rizzare l’attenzione del lettore come un brivido, (ad esempio: “vedere piano come un lume” o “rimanere come una pagina”), ma in modo chiaro, comprensibile subito, anche se la struttura sintattica e l’interpunzione sono abbastanza scorticate: “dovevo toccare d’esser madre – (…) – dovevo toccare madre per liberare meno che uno”, “una macchina che passa/ che passa addosso”, “di cosa si spaventa la morte/ forse quando vai a prenderla per un’altra”.

Una poesia che è capace di percorrere sentieri nuovi.

TEMPO POESIA cfr la gatta con la codaCARTA! E prima le COSE ACCESE SONO le parole attese e la poesia che bacia p.135            

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