Foto di Anja da Pixabay 

Quando sentii che la avevo dentro, ero molto piccola, andavo all’asilo dalle suorine e forse veniva da loro, quella che chiamano ‘fede’, ma che propriamente non era per me proprio Fede, non lo fu mai, credo. Famiglia e conoscenti, tutti atei, ma tutti con un particolare rispetto contadino per il Cristo, uomo giusto, dalle idee uguali a quelle dei socialisti. In effetti io provavo una grande emozione per lui, come me lo mostravano così martoriato sul crocefisso, vivo in una sofferenza che non finiva mai, perché io non sapevo ancora cos’era la morte. Che, quando arrivò di colpo, per un grave lutto in famiglia, con una consapevolezza acerba ma crudissima, aveva nel mio immaginario le ferite, gli squarci, le spine di lui. La mia ‘fede’ era Cristo sulla croce che soffriva; troppo astratto e lontano il Dio dall’occhio onnisciente nel triangolo, creatore e punitore dell’umanità edenica, padre crudele di un tale Cristo sofferente, assolutamente fuori dalle mie esperienze parentali. Tutta la faccenda poi del Peccato Originale – Mela, Serpente, Cacciata – e della sua Redenzione con la crocifissione, be’, proprio non trovava affiatamento nelle mie fantasie di bambina. La ‘saltavo’, la mettevo da parte, non ci pensavo. Poi sono diventata capace di pensiero critico, da ragazza, sempre con una ‘fede’ addosso che ora mi faceva identificare con Cristo e sempre nei paraggi della crocifissione, con una passione da agonia nell’Orto degli Ulivi, a chiedere e chiedere conto a quel dio-padre della condizione umana di sofferenza, della separatezza, della sua complicità, lui onni-potente, lui onni-sciente, nel male. Ho poi in parte recuperato un rapporto stretto anche con dio, quando ho capito che in lui trasfiguravo l’intimissimo rapporto d’amore con mia madre – lei la mia matrice di dio – e mentre imparavo a incontrare, ad accogliere la Grande Madre, universa, con-senziente, sempre indivisa da me. A costo di perdere tutte quelle prospettive di ‘oltre’, di ‘giustizia’ suprema, di senso metafisico della vita, che, lo confesso, in certi momenti mi sono state molto d’aiuto. Anche Cristo si andava ridimensionando, nella critica femminista di una religione che metteva al proprio centro, invece che, ad esempio, la gioia della resurrezione, l’insistente masochistico rimestare nel sangue, nelle piaghe, nell’orrore di una delle peggiori torture/esecuzioni inventate dagli umani. Eppure, a ‘fede’ che posso ormai definire dispersa, mi resta un’emozione profondissima per la vicenda di quest’uomo, che finirà in croce, così densa di parole e fatti che ho scolpito in me come indelebili luci universali che orientano il mio vivere; ancora si incentra sulla croce e ancora favola lontana la resurrezione. Se non per quell’unico particolare – esterno, esteriore certo – della Maddalena – o chi per lei, donna – che ne ha dato l’annuncio, unica sola testimone.  Dopo tanto pensare, razionalizzare, defenestrare, recuperare, abiurare, mi sono chiesta perché mi è rimasta la croce. Colpa delle suorine? Non credo. Fin dall’inizio di me e di lui, io sentivo dire e sapevo dell’infamia del mondo, dei ‘buoni’ che quasi sempre finivano martiri – uccisi il 9 gennaio del ’50 davanti alle Fonderie di Modena, fucilati dai nazisti, licenziati per le idee ‘sovversive’, cremati nei lager, ecc. E lui era questo segno, questa denuncia, questo dolore, ma da lui veniva anche il rifiuto della sconfitta, della resa, la certezza che non si annullava il suo messaggio, il suo ‘vangelo’. Come Maddalena, quando decide che non è finita. Che lui non è morto. Non importa cos’ha alle spalle, se una tomba vuota o una tomba ‘svuotata’. Importa che il suo annuncio, da lì in poi, l’ha davvero strappato alla morte. E ha partorito tanta gente capace di resuscitarlo: i Francesco, le Porete, i Don Milani…

  1. Avatar beatrice trenti
    beatrice trenti

    Questa riflessione di Pier si è affiancata a quella di Nicolini, non specificamente, ma casualmente quasi una sua continuazione. Per quanto anomalo come commento, propongo di presentarlo in questo spazio, in quanto penso possa essere apprezzato come invito a ulteriori pensieri. Il brano porta il titolo “Lazzaro” ed è stato presentato a una coralità di amici che si ritrova a meditare insieme sui testi liturgici.
    “Nel brano del vangelo di Giovanni ( Gv 11,1-45 n.d.r.) che abbiamo letto c’è un centro evidente. E’ la resurrezione di Lazzaro, è quel grido di Gesù: “Lazzaro vieni fuori” e Lazzaro, morto da quattro giorni esce, i piedi e le mani legate nelle bende e il viso avvolto nel sudario. “Liberatelo e lasciatelo andare”, dice Gesù. Lazzaro non dice niente, neanche una parola, neanche un gesto, neanche dopo. Eppure il contesto in cui è collocato l’evento centrale è molto ricco e articolato, come succede spesso in Giovanni, ricco di dettagli, di osservazioni umane. Noi abbiamo concentrato la nostra attenzione e la nostra riflessione proprio su questi dettagli, che tanto secondari non sono, le lacrime in modo particolare, le lacrime di Gesù che fanno dire ai Giudei: “Guardate come lo amava!” Ma anche altri dettagli, come le parole che Marta, la sorella più grande, si suppone, sussurra all’orecchio di Maria, che era rimasta in casa mentre lei usciva incontro a Gesù: “Il Maestro è qui e ti chiama”. Fa pensare a una lunga consuetudine, a un’amicizia di vecchia data. Maria si alza in fretta, dice il racconto, esce e i Giudei che erano lì per farle compagnia e consolarla escono con lei pensando che vada al sepolcro a versare le sue lacrime. Lei invece corre verso Gesù: “Se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto”. E’ di fronte al pianto di lei che anche Gesù scoppia in lacrime e chiede: “Dove lo avete posto?” E poi avviene l’indicibile. Sono le lacrime a percepire e a far superare una soglia che normalmente la visione razionale non sa cogliere o non può. Le lacrime non interrompono la vista, non fanno chiudere gli occhi, ma suggeriscono la rinuncia alle armi della conoscenza razionale per lasciarsi sorprendere. Ho usato, per esprimere questo concetto, parole non mie, prese dal ‘Trattato delle lacrime’ di Catherine Chalier, capace di un’inconsueta apertura verso il mistero di Dio, non certo il Dio dei filosofi o dei signori di questo mondo, ma il Dio di Abramo, di Mosè, quello di Ezechiele, che irrompe nel campo di ossa inaridite per far crescere di nuovo i nervi, la carne, la pelle e soffia di nuovo lo spirito per farle rivivere (Ez 37,12-14 n.d.r.); forza in sostanza la realtà razionale per far balenare un altro modo dove possa affacciarsi (solo per un attimo?) un’altra realtà. Ecco, è questo che ci ha sorpreso, e siamo andati nel testo alla ricerca di tratti che ci facessero conoscere meglio questa famiglia, le due sorelle e il fratello più piccolo, forse, Lazzaro. All’inizio del racconto c’è una strana notazione che riguarda Maria. Dice: “Era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli”. Ma se voi riavvolgete il rotolo del Vangelo di Giovanni per trovare queste notizie rimarrete delusi, non c’è niente; se invece srotolate le pagine che vengono dopo, trovate subito un altro straordinario racconto. Le due sorelle, Marta in modo particolare, hanno organizzato una cena per celebrare il fatto, il segno, non so come chiamarlo, il miracolo, e Marta ovviamente serve a tavola. Lazzaro è seduto tra i commensali. E Maria? Ci sorprende e ci turba: prende 300 grammi di nardo, un profumo costoso, e lo versa sui piedi di Gesù, poi li asciuga con i suoi capelli. Tutta la stanza è inondata dal profumo, dice Giovanni. Non ce lo aspettavamo questo gesto e nemmeno il commento di Gesù di fronte alle proteste non solo di Giuda, come ci dice Giovanni, ma anche dei discepoli e degli altri commensali, come ci dicono i vangeli di Marco e di Matteo. “Non si poteva vendere questo profumo? se ne sarebbero ricavati 300 denari da dare ai poveri”. Ma, “I poveri li avrete sempre con voi, dice Gesù, non sempre avrete me!” Il nostro commento è stato unanime. Gesù vuole essere amato personalmente, direttamente, non attraverso l’amore e l’aiuto ai poveri. Al centro c’è lui, vuole esserci proprio lui. Marta in questa situazione è la teologa e confessa per prima la sua fede: “Sì, credo che sei il Cristo!”. Maria non dice parole, si mette ai suoi piedi, come nell’altro racconto, quello di Luca, non per ascoltare il maestro come aveva fatto allora, ma per profumarli e accarezzarli con i suoi capelli. Potrei finire qui ed è quello che abbiamo fatto nel nostro incontro, ma non resisto alla tentazione di sottolineare che nel racconto l’amore è destinato a prevalere sulla paura. La paura è quella della morte. Il gesto d’amore è destinato a vincere sulla morte. Gesù stesso, o la riflessione dell’evangelista, non so, mette il gesto in relazione con la morte: “Lo ha fatto in vista della mia sepoltura”. E così non so chiudere se non citando Paolo (Rm 8,8-11 n.d,r,), le sue riflessioni fatte venti o trent’anni dopo, se non che Paolo è pieno di sicurezza, sembra aver trovato il bandolo della matassa. Preferirei, se fosse possibile, sedermi di nascosto in un angolo della casa di Betania… “

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