
Quando sentii che la avevo dentro, ero molto piccola, andavo all’asilo dalle suorine e forse veniva da loro, quella che chiamano ‘fede’, ma che propriamente non era per me proprio Fede, non lo fu mai, credo. Famiglia e conoscenti, tutti atei, ma tutti con un particolare rispetto contadino per il Cristo, uomo giusto, dalle idee uguali a quelle dei socialisti. In effetti io provavo una grande emozione per lui, come me lo mostravano così martoriato sul crocefisso, vivo in una sofferenza che non finiva mai, perché io non sapevo ancora cos’era la morte. Che, quando arrivò di colpo, per un grave lutto in famiglia, con una consapevolezza acerba ma crudissima, aveva nel mio immaginario le ferite, gli squarci, le spine di lui. La mia ‘fede’ era Cristo sulla croce che soffriva; troppo astratto e lontano il Dio dall’occhio onnisciente nel triangolo, creatore e punitore dell’umanità edenica, padre crudele di un tale Cristo sofferente, assolutamente fuori dalle mie esperienze parentali. Tutta la faccenda poi del Peccato Originale – Mela, Serpente, Cacciata – e della sua Redenzione con la crocifissione, be’, proprio non trovava affiatamento nelle mie fantasie di bambina. La ‘saltavo’, la mettevo da parte, non ci pensavo. Poi sono diventata capace di pensiero critico, da ragazza, sempre con una ‘fede’ addosso che ora mi faceva identificare con Cristo e sempre nei paraggi della crocifissione, con una passione da agonia nell’Orto degli Ulivi, a chiedere e chiedere conto a quel dio-padre della condizione umana di sofferenza, della separatezza, della sua complicità, lui onni-potente, lui onni-sciente, nel male. Ho poi in parte recuperato un rapporto stretto anche con dio, quando ho capito che in lui trasfiguravo l’intimissimo rapporto d’amore con mia madre – lei la mia matrice di dio – e mentre imparavo a incontrare, ad accogliere la Grande Madre, universa, con-senziente, sempre indivisa da me. A costo di perdere tutte quelle prospettive di ‘oltre’, di ‘giustizia’ suprema, di senso metafisico della vita, che, lo confesso, in certi momenti mi sono state molto d’aiuto. Anche Cristo si andava ridimensionando, nella critica femminista di una religione che metteva al proprio centro, invece che, ad esempio, la gioia della resurrezione, l’insistente masochistico rimestare nel sangue, nelle piaghe, nell’orrore di una delle peggiori torture/esecuzioni inventate dagli umani. Eppure, a ‘fede’ che posso ormai definire dispersa, mi resta un’emozione profondissima per la vicenda di quest’uomo, che finirà in croce, così densa di parole e fatti che ho scolpito in me come indelebili luci universali che orientano il mio vivere; ancora si incentra sulla croce e ancora favola lontana la resurrezione. Se non per quell’unico particolare – esterno, esteriore certo – della Maddalena – o chi per lei, donna – che ne ha dato l’annuncio, unica sola testimone. Dopo tanto pensare, razionalizzare, defenestrare, recuperare, abiurare, mi sono chiesta perché mi è rimasta la croce. Colpa delle suorine? Non credo. Fin dall’inizio di me e di lui, io sentivo dire e sapevo dell’infamia del mondo, dei ‘buoni’ che quasi sempre finivano martiri – uccisi il 9 gennaio del ’50 davanti alle Fonderie di Modena, fucilati dai nazisti, licenziati per le idee ‘sovversive’, cremati nei lager, ecc. E lui era questo segno, questa denuncia, questo dolore, ma da lui veniva anche il rifiuto della sconfitta, della resa, la certezza che non si annullava il suo messaggio, il suo ‘vangelo’. Come Maddalena, quando decide che non è finita. Che lui non è morto. Non importa cos’ha alle spalle, se una tomba vuota o una tomba ‘svuotata’. Importa che il suo annuncio, da lì in poi, l’ha davvero strappato alla morte. E ha partorito tanta gente capace di resuscitarlo: i Francesco, le Porete, i Don Milani…
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