
Mi chiedevo, quando ancora ci credevo, ma non credevo sarebbe mai avvenuta– a me –, in che maniera la fine del mondo, dei tempi, sarebbe comparsa: come l’immaginava De Sica, con voce da megafono nei cieli, la precisione di un ultimo orario – le 18 – e il tono di quelle utilitarie con l’altoparlante che annunciavano i cocomeri a poche lire o la manifestazione in piazza?; oppure come gli antichi pittori, con diavoli che si strafogavano di peccatori sporgenti dalle loro gole a gambe per aria e pudenda scoperte, e angeli salvifici da scialuppe di salvataggio che tiravano su in gloria spaventatissimi naufraghi del Titanic? Dopo, quando non ci credevo più, ma cominciavo a credere di poterci arrivare vicino, Lars von Trier me lo mostra com’è nelle reazioni umane all’imminente precipitarsi sulla Terra del corpo astrale Melancholia; e Andrej Tarkovskij già mi aveva assorbito nella disperazione ansiosa di Alexander, che sfociava nel Sacrificio.
Aeroplanini telecomandati, che sembrano astronavi ufo, sfrecciano nei cieli ukraini – e polacchi e chissà quanti altri cieli ancora – e qua e là mollano bombe che punfano – da ‘punf’ o qualcosa di simile che il lontano mittente si immagina di sentire a bersaglio raggiunto – palazzi, case, strade e gente che ci sta dentro o in mezzo. È la nuova meta raggiunta dalla guerra, da quando, con le frecce prima e le armi da fuoco poi, si smise finalmente di dover guardare in faccia, proprio negli occhi, quel tipo che sbudellavi, pancia a pancia, braccio a braccio. Poi le catapulte, poi i cannoni, poi i missili, poi l’atomica, sempre più pulita, esente da massacranti esaurimenti per colpa, la guerra. Nessuno tocchi Caino. Perché Caino non c’entra, non ne sa niente di quel che succede alla fine della parabola. Un tiro e basta. Tipo golf. Salvo qualche erroraccio vecchio stile, ma per colpa o di incompetenti che credevano ancora all’assalto all’arma bianca dalle trincee o di rompiballe intrusi a mettersi in mezzo per fare da ‘danni collaterali’.
Nel parco della città, sulle teste di tanti rifugiati dai quasi quaranta gradi, lì, fuori dall’ombra, un ronzio. Si alzano gli occhi all’ultimo ritrovato per le riprese dall’alto: un drone TV locale riprende il fenomeno della gente che invece del mare sceglie le sponde fangose del laghetto-palude. Chissà perché. Evoluzione del gusto? Qualcuno alza la manina e saluta, qualcuno fa un gesto infastidito del genere: privacy, please, qualcun altro continua ad azzannare il panino con la mortadella. A nessuno viene in mente che quel coso là potrebbe sganciargli in testa qualcosa. A noi non succede, a noi. Noi no. Quindi. Però il caldo succede. Be’, sì. Dovremo inventarci un altro mondo, se questo va a fuoco. Be’, come? Ehhh! La scienza ci arriva, ci arriva… L’Intelligenza Artificiale, adesso, vedrai…
Gente di un popolo che ha vissuto l’orrore della Shoah ripete l’orrore – la parola dice, senza paragoni che disquisiscano sul sesso degli angeli! – su un altro popolo che sta in pochi chilometri quadri di terra sua, ma che già era non- sua dall’esordio dei tempi, (dice un vecchissimo testo dettato direttamente da Dio ai ‘suoi’ eletti). E che tanto più non è sua se robusti volenterosi coloni si presentano per coltivarla – loro sì – come si deve. Morti sotto bombe, missili, mitra, granate ecc. ecc., sotto macerie di crolli, per fame, per sete, per emorragie, infezioni, pezzi di corpo perduti, disperazione, morti a bizzeffe come nugoli di zanzare investite dal DDT. Disinfestazione. Per il nuovo Dubai.
Sotto gli ombrelloni – molti chiusi, vuoti – mamme e/o nonne coi piccolini, gli stampini per la sabbia, i secchiellini, le palettine, i salvagente paperini, coccodrilleschi, delfiniferi, tutti plasticosissimi, e gli oli salvasole profumati, griffati, spalmati col gesto largo e delicato delle carezze. Qualche settimana d’enigma, qualche libro da aprire all’arrivo e da chiudere subito alla prima proposta di chiacchiere; rigorosamente nessun giornale, a meno di qualche cronaca sportiva o locale. Qualche serpentino anacronistico passaggio di ‘coccobelloooo’, pochissimi infiltrati ‘vucumprà’, mare caldo come il bagno in vasca d’inverno, caffè e brioche d’oro. In nessuna lingua parole come ‘emergenza climatica’, ‘guerra’, ‘recessione’, ‘Gaza’, ‘barconi’ o del genere. Molti: che caldo!, quanto prevedono per domani?; hai visto al mercatino il banco della verdura?; la mia comincia danza classica in autunno. Hanno trovato un bambino, con la maglietta blu, venga a prenderlo la madre al bagno 26. E quello là, in mezzo alla polvere, alle macerie, chi lo va a prendere?
No, non accuso nessuno. Mi chiedo solo cosa succede. Io ero una gran pasta di signora discretamente buonetta. Mi ritrovo, adesso, appena entra nel quadro visivo qualcuno –anche se lo conosco! – che, invece di ‘vederlo’, lo squadro, mi ci paragono, da qualche parte gli trovo qualcosa dove io sono meglio – fossero pure le unghie dei piedi o l’alto pensiero che partorisce il mio cervello lì per lì. E un bel respirone mi gonfia lo stomaco. Dopo si può lasciar cadere nel caso la mosca intrufolata nel ‘mio’ spazio visivo.
Ero una dei figli dei fiori, una che strizzava l’occhio a Gandhi, innamorata di Cristo e del Che, una del ‘make love not war’ e dell’‘amore universale’. Adesso ringhio.
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