
Si può tacere, con un oceano di singhiozzi in corpo, contenendoli. Cristallizzandoli. Si può urlare in boati di lave vocali contro la violenza, gli eccidi, l’istinto cannibalico persistente, dettato da interessi economici e dinamiche di possesso. Si possono voltare le spalle, minimizzando, evadendo, facendo sarcasmo. Si può entrare nella guerra con un proprio contributo personale, economico, fisico, medico, umanitario, giornalistico. Soprattutto, si può arretrare, paralizzati, scioccati, incupiti dall’orrore crescente in cui persone preposte a ruoli di rappresentanza istituzionale cancellano la memoria collettiva, mercificano, distruggono. Ci si può stupire e interrogare perché mancano persone capaci di arginare, contrapporsi, imprimere significati e energie vitali catalizzatrici di umanità, buon senso, diritti civili, nutrimenti e opportunità di intelligenza, crescita e buona convivenza.
Alexander Langer il 3 luglio del 1995 ha appeso a un albero di albicocco le sue forze stremate, esaurite, drammaticamente arrese, lasciando queste righe:
I pesi mi sono diventati davvero insostenibili, non ce la faccio più. Vi prego di perdonarmi tutti anche per questa dipartita. Un grazie a coloro che mi hanno aiutato ad andare avanti. Non rimane da parte mia alcuna amarezza nei confronti di coloro che hanno aggravato i miei problemi. “Venite a me, voi che siete stanchi e oberati”. Anche nell’accettare questo invito mi manca la forza. Così me ne vado più disperato che mai. Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto.
È qui presente nella sua magistrale testimonianza. Una fiaccola che chiede la continuazione della staffetta.
Mi detto: essere presenti consapevolmente, praticando il possibile, concependo, in unità di respiro, poetica e politica, portando in bocca, nel gesto e nella scrittura, responsabilmente, la parola, l’opera e il canto. L’opera che è pensiero ma anche pratica tra coloro che vengono definiti ultimi, come se noi tutti non avessimo sangue rosso dentro due date biografiche. Praticare integralmente questa marcia della pace è l’unica via di sopravvivenza. Capitini insegna. Anche lui perseguitato, incarcerato, irriso. Tornare alle forze e condividerle. Ma come? Se tutto ciò che si manifesta è sfondato.
In questi anni, ho cercato e studiato le mani che tengono il filo e quei piedi scalzi che compiono, marciando, la distanza dall’orrore della violenza e del furore possessivo, alla creazione di una cultura dei diritti, del recupero, dell’incontro, della giustizia e della grazia, della parola scelta e non vomitata e non sovrapposta, dell’ascolto e della meditazione, del fare per ogni cellula della comunità creaturale, cioè umana animale vegetale e minerale. Mi sono fermata a imparare come i maestri e le maestre rovesciano l’inferno, non sottraendosi ma generando. A lezione da chi, malgrado tutto e malgrado tutti, con ostinazione, sull’uscio della morte, anche della propria, dichiara e pratica la sua disposizione amorevole verso la vita e verso l’umanità stessa, senza monetizzare. Non riconoscendo nell’assassino il volto unico, assoluto dell’umano. Nessun sentimentalismo, nessuna santità, nessuna declinazione eroica, nessun idealismo, ma il vivere fino in fondo nelle radici della propria dignità dentro cui i valori.
Nel diario di Anna Frank si legge:
È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere all’intima bontà dell’uomo. Mi è impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria, della confusione. Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine, la pace e la serenità.
Queste righe furono enucleate e commentate da Natalia Ginzburg, riportate nella sua introduzione a una delle prime edizioni del Diario pubblicato da Einaudi. Una ragazzina esuberante, sensibile, Anna Frank appunto, è costretta a vivere contemporaneamente due dimensioni: la macrostoria oltre la finestra, al di là della porta dove la gente cammina in fretta, sbirciata al buio dietro la trasparenza del vetro, mentre i nazisti perlustrano, fiutando gli ebrei; la microstoria al di qua della porta, nell’appartamento segreto, compresso, dove persone incrociano i propri destini braccati dalla morte. L’orecchio di Anna Frank al pavimento, ma versato contemporaneamente in alto, al fruscio delle stelle, alla pagina che si irriga d’inchiostro e che ancora, da quel buio fitto, carnivoro, ci illumina.
Un altro maestro, da quel buio cannibale tiene la torcia della staffetta, consegnandocela, affidandocela: Viktor Frankl (1905 – 1997). È stato, l’opera dei maestri deve essere nominata al presente, neurologo, psichiatra, filosofo, fondatore della logoterapia, centrata sulla radice umana e spirituale dell’essere umano. Fu deportato nel settembre del 1942 a Theresientsadt, in Boemia, per poi essere trasferito a Auschiwitz. Poi a Kaufering III e quindi a Turkheim, due filiali di Dachau. Nell’olocausto perse tutti i suoi familiari. Nei mesi precedenti la deportazione, Frankl aveva cominciato il manoscritto del suo lavoro più rappresentativo, Cura medica dell’anima, grande contributo alla psicoterapia. Lo portò con sé, nascosto nella fodera del cappotto finché non venne scovato e distrutto. Durante la sua prigionia, ricostruì il suo pensiero stenografandolo su pezzettini di carta sottratti alle SS. Sopravvissuto al lager, a Vienna, riscrisse il libro. E, successivamente, compose in nove giorni le sue memorie dal titolo, Uno psicologo nei campi di concentramento. Il primo libro è centrato sulla sua teoria psicoterapeutica, nel secondo tesse il suo experimentum crucis, la sua testimonianza di messa in pratica e conferma del suo pensiero.
L’essenza del suo messaggio si concentra sull’irriducibilità della vitalità profonda dell’essere umano che, in qualunque situazione, anche la più orribile come quella vissuta in un campo di concentramento, può essere in grado di mutare la tragedia personale in trionfo. In ogni estremo dentro cui si è sprofondati, la libertà interiore e la responsabilità (la capacità, cioè, di rispondere al proprio destino) sono l’ultimo baluardo della dignità umana contro la spersonalizzazione e il fatalismo – cito dall’introduzione di Daniele Bruzzone, edizione Franco Angeli, 2023. Frankl restituisce alle teorie motivazionali una luce rigenerativa praticata e verificata sul campo. Sul campo di concentramento.
Il suo intento è tutto orientato a comprendere dall’interno l’esperienza del deportato, sviluppando una fenomenologia dell’internamento… egli è più incuriosito dai motivi per cui alcuni (non necessariamente quelle persone fisicamente più robuste) resistessero più a lungo e, soprattutto, si opposero a quel processo di disumanizzazione che in tali situazioni apparirebbe, se non proprio inevitabile, quanto meno prevedibile e ampiamente giustificato. (cito sempre dall’introduzione).
Frankl descrive quel processo di spegnimento interiore prima ancora che biologico, tale da annientare ogni consistenza di vita spirituale, capacità trascendentale, reattiva. Individua e descrive il processo di riduzione del desiderio ai solo elementi del cibo e di un minimo miglioramento ambientale. Cito dall’opera di Frankl:
L’uomo nel campo di concentrazione, a meno che la sua autocoscienza opponga un’ultima impennata, perde la sensazione di essere ancora un soggetto e tanto meno un essere spirituale con libertà interna e valore personale. Egli sperimenta se stesso solo come parte piccolissima di una grande massa, il suo essere decade al livello dell’essere di un gregge.
Questa tendenza al suicidio interiore, all’ammutolimento, alla morte spirituale, risulta la base dei suoi studi e della sua esperienza. Accanto alle dinamiche che portavano una persona a scaraventare tanta ferocia disumanizzante contro i propri simili. Tuttavia, il fuoco centrale della sua ricerca è stato come resuscitare la leva interiore del disperato, accendendo le sue risorse seminali.
L’opera di Frankl rientra nel cardine bibliografico di chi percorre gli studi di psicologia, di chi vuole conoscere testimonianze eccellenti che attraversarono dimensioni tragiche come il lager, di chi, inoltre, si interroga oggi sul perché in tanta anestesia il gregge sopporta e si adatta a una violenza pianificata, governata da complicità politiche basate su equilibri economici disumani.
Di chi ancora si fa domande su come un popolo trafitto e quasi estinto a opera della follia nazista, lasci il proprio governo rovesciare un popolo di civili, bambini, donne, scarnificandoli in carestia, imponendo loro la povertà assassina nell’esodo. Come un popolo, oggi, ancora, riesca a nominare dio e autorizzare contemporaneamente un omicidio di massa.
Langer, Frank, Frankl sono tre nomi. Tre fari concreti di orientamento. Tre esistenze luminose che ci insegnano nella notte, qualunque notte che stiamo attraversando, singolare e collettiva, tre apici che ci invitano ad ascoltare il nostro cuore pensante, direbbe Weil.
Ognuno di noi lo ha in corpo. Ognuno di noi è un’entità politica, spirituale, poetica in grado di scegliere ed essere presente, rispondendo con la sua voce a quella delle altre creature attorno.
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