Pensieri-passeri che becchettano sulle orme di pensieri tanto più pensati.
Zygmunt Bauman, Ezio Mauro, Il silenzio dell’opinione pubblica, Feltrinelli, 2026
Umberto Galimberti, Le disavventure della verità, Feltrinelli, 2025
Viktor E. Frankl, Uno psicologo nei lager, Franco Angeli, 2023

Il mondo di oggi è difficile da capire, da inquadrare in categorie solide, comprovate dall’esperienza del già-avvenuto. Un mondo liquido, ci indirizza Bauman. Dove il potere è stato capace di riplasmare la nostra capacità di pensare, ragionare, mettere in discussione, avere dei dubbi, avere un’opinione, avere voglia di capire a fondo. E là dove – per fortuna ci sono questi ‘chiari di bosco’ – si trova a fronteggiare manifestazioni contrarie o anche solo problematiche, reagisce con l’arroganza e la cecità della forza, della violenza, cinicamente nemmeno più mascherata da intenti santificati come ‘patria’, ‘popolo’, ‘razza’, ecc., ma dichiarata per se stessa, sinonimo assoluto di ‘verità’, di unica ‘morale’ possibile: chi ha la forza vincente può raccontare  la vera sua storia, la vera sua scienza, la vera sua umanità, la vera sua organizzazione del mondo, la vera sua prospettiva sul futuro, la vera sua revisione dei diritti e dei doveri.
Cos’è successo?
La liquidità di Bauman io la chiamavo ‘impermanenza’. Che c’è sempre stata, motore del cosmo, della storia, dell’etica umana, della conoscenza. Il divenire, lo chiamarono gli antichi primi filosofi. A volte lentissimamente, a volte fulmineamente mutevole, ma sempre, comunque, più o meno ‘digeribile’, affrontabile, valutabile, conoscibile. Oggi no. Ecco perché la ‘liquidità’ di Bauman è il termine più esaustivo, e perfettamente integrante la definizione specificativa di Galimberti: ‘mancanza di un orizzonte di senso’ per poter organizzare i continui molteplicissimi cambiamenti (per lui soprattutto nella forma di dati e informazioni). Giusta anche l’osservazione di Ezio Mauro quando registra che non c’è più il tempo di inquadrare le mutazioni in consuetudini, “abitudini”. Cioè. Vanno in crisi fino a sparire di fatto puntelli culturali e sociali che, pur se limitati o anche sbagliati e/o già coinvolti in ipotesi di riformazione, erano linee di riferimento per l’insieme simbolico, per l’organizzazione associativa degli umani, per i valori. Penso – esempio grande –  alle istituzioni rappresentative delle varie ‘democrazie’ – dai parlamenti, all’esercizio del voto, alla divisione dei poteri, alle Costituzioni –  ieri circonfusi di un rispetto laicamente sacrale, oggi svuotati di autorevolezza, relegati a marginalità, depauperati di spessore valoriale, quando non assaltati da gruppi eversivi; senza che niente di meglio si accampi in alternativa, anzi, contrapposti frequentemente de facto a quella che si offre come una più che possibile prospettiva: l’autocrazia, il dispotismo, il potere assoluto di pochi, pochissimi: quell’1% dell’umanità che detiene la quasi metà della totale ricchezza del pianeta.
Viviamo nel contempo bombardati da molteplici esordi, continui avvii di nuovi percorsi, che prospettano anche importanti sviluppi, ma che non arrivano a sedimentarsi, oppure nemmeno a concludersi pienamente, perché scavalcati e ‘rottamati’ da nuove proposte innovative: se la generazione che mi ha preceduto ne è stata semplicemente scavalcata, la mia – dei nati negli anni quaranta, cinquanta dello scorso secolo – ne è rimasta stordita e malamente coinvolta: dopo gli impacciati primi contatti con computer, videoregistratori, ‘telefonini’, siamo stati sradicati ogni volta dalle caute iniziali dimistichezze, a causa del tempestoso susseguirsi di sempre nuovi apparati tecnologici, ‘facilmente’ complicati, che non solo hanno ridotto alla rottamazione pazienti collezioni di ‘dischetti’, ‘musi- e video-cassette’, cd, dvd, memorie, programmi, ecc., ma hanno ridotto a nulla i loro contenuti, in quanto non più esistenti gli strumenti per leggerli. Qualcuno, poco tempo fa, mi ricordo che andava predicando in giro come un profeta di rimettere tutto tutto su carta, perché presto niente di quanto abbiamo su disco fisso sarebbe stato più raggiungibile. Un’apocalisse! Adesso, poi, che l’IA sta arrivando alla gran carica su ogni aspetto del vivere e convivere, dall’app sul cellulare ai programmi bellici, senza che nessuna, ma proprio nessuna preparazione sia stata offerta non dico alla gente comune, ma alle istituzioni sociali e politiche e culturali per poterla ‘gestire’ senza farsene travolgere, cosa possiamo aspettarci? Lungi da me nostalgie retrattili ai tempi cavernicoli, ma se, dopo aver chiesto alla mia super-app poesie iraniane legate alla tragica protesta attuale e, ricevutele in men che non si dica, pertinenti un po’ generiche, aver chiesto anche i nomi degli autori, mi sono sentita rispondere che, ispirandosi a quanto aveva trovato, era stata LEI (l’IA) a costruirle da sé con una sintesi delle principali espressioni e idee in questione, come posso trattenere un tremore quasi isterico?
Adesso, al di là della velocità di proposta e sua sostituzione con nuova proposta, che impedisce, dice Ezio Mauro, “un deposito di esperienza coerente”, si pone il problema della ‘realtà’. Già oggi, col modo di vivere che abbiamo, il prevalere nella comunicazione di media che modificano addirittura la capacità di pensare, di analizzare, afferriamo un mondo che, se pur moltiplicato all’infinito di dati, informazioni, immagini, però non ci diventa nostro, interiormente rimesso insieme, ripensato, ma resta un coacervo a pezzi, caotico, sconnesso, anche geograficamente impreciso e sovrapposto, soprattutto indecifrato se non dalle didascalie riduttive, semplicistiche, quando non false – comunque facili da afferrare/’capire’ –, di chi detiene il controllo, il possesso, l’uso programmato delle informazioni che arrivano alla gente. Mania di complottismo? No. Ai primi posti degli ultramiliardari mondiali ci sono i possessori della Rete in tutte le sue manifestazioni. Davvero così casuale che oggi tutto quanto ha a che fare con il pensare, l’approfondire oltre l’apparenza, il ragionamento critico, l’impegno al non immediatamente semplice, sia stato semplificato fino alla riduzione massima, fino alla minimalità tollerabile, se non alla superficialità insufficiente – la scuola in primis, la letteratura media, la cultura scientifica di ampia diffusione, i palinsesti televisivi, la politica ed il confronto tra programmi diversi, la storia, ecc.?
Già oggi siamo orfani dell’“agorà”, della antica ‘piazza’ che dava spazio alla coralità degli individui, quel luogo simbolico che faceva interagire pubblico e privato, cioè coordinare i problemi, le necessità, i desideri e – perché no? – i sogni, le speranze delle persone in sostenibili proposte che diventavano pubbliche, cioè passibili di trasformarsi in diritti, doveri, programmazioni del presente e del futuro. C’erano i partiti. C‘erano. Non sempre trasparenti a formare e indirizzare l’“opinione pubblica”, spesso ideologicamente limitati e limitanti. Ma tenevano insieme, facevano discutere, popolavano le piazze. Oggi siamo “connessi”, sì, ma separatissimi, come in quel romanzo di Asimov, in cui solo a distanza la gente riesce a comunicare. Con l’ansia di apparire, non di essere: l’‘avatar’ che postiamo sui social o nel condominio, in ufficio, in famiglia non ci corrisponde; e come potrebbe, se nemmeno noi sappiamo bene a chi a cosa corrispondiamo, semplicemente tesi ad una ‘riuscita’, un ‘successo’, che si misura non con la costruzione di fini, scopi e relazioni profonde, ma ancora di nuovo con una moltiplicazione quantitativa del solo apparire: statue barocche in continua mutevolezza, dannate allo sguardo mai compiuto.
Sì, ogni tanto l’agorà si affolla: “nicchie” che declinano al piccolo plurale il privato, o grandi numeri che sembrano fare movimento – si chiamino ‘sardine’, ‘non una di meno’, ‘propal’ – ma che, pur onestamente mossi coinvolti sofferenti, non diventano mai presenze ancorate nel sociale, restano sempre ‘manifestazioni’ (ah!, quanta irrisione del potere in questo modo di definire l’agorà!); certo capaci di lanciare importanti gridi, voci, slogan, comunque non abbastanza condivisi, discussi, approfonditi, confrontati. Così l’eroismo di una, due, quattro giornate si traduce poi nell’apatia del resto dei giorni, nell’insoddisfazione verso i tutti uguali della politica, nell’astensione dalle chiamate istituzionali alla scelta, come il voto, il referendum, l’assemblea di quartiere per salvare le piante del viale.
I valori, le grandi idee, dice Bauman, richiedono tempo di sedimentazione, pensiero critico, scelta arata di dubbi. E nell’oggi metamorfico non c’è tempo per riflettere, nemmeno di fare crescere le proprie emozioni fino a progetti di costruzioni, di azioni. L’orrore per la strage di Gaza si mette in disparte per lo sconvolgimento della pretesa di Trump sulla Groenlandia, mentre l’Ucraina passa a un livello di minore attenzione, perché c’è anche l’arrivo delle Olimpiadi invernali e il nuovo assassinio a Minneapolis da parte degli Ice e la liberazione di Alberto Trentin. Che non significa un errore di graduatoria o di attenzione: ognuna di queste notizie ha importanza. È sbagliato il come dell’informazione: in genere non va più a fondo di un titolo, un’immagine che deve colpire, nessun approfondimento critico o indicazione connettiva per inserire l’evento in un quadro più ampio, per decifrare elementi apparentemente distanti o isolati come intrecciati tra loro e correlati alla storia e passibili di importanti proiezioni future, che tutte ci riguardano. Forse avremmo, senza troppa fatica, un’estensione più vasta, orizzontale, consapevole di memoria e una maggiore capacità di ri-conoscere la giusta allocazione di una informazione.
Ma questa interconnessione critica non può disgiungersi dall’assunzione di valori. Quei valori che, appunto, nell’oggi metamorfico sono corrosi da costanti modificazioni, rettifiche, reinterpretazioni, anche cancellazioni, che li rendono adattabili agli scopi più discordanti, alle verità più diverse. L’invasione russa in Ucraina si chiama ufficialmente Operazione militare speciale, per distoglierla dalla sua realtà di aggressione a un Paese sovrano. Netanyahu giustifica la strage a Gaza di civili inermi – moltissimi bambini –come guerra contro Hamas.
VERITA’. È sempre stata una parola difficile, anche per i filosofi. Se seguiamo Galimberti, qualcosa si può dire senza scadere in partigianerie. Si tratta di una specie di minimo comune multiplo di quanto nell’agorà, tiene in rapporto i vari ceti sociali, i vari individui, circa le idee, i valori, la cultura, l’organizzazione dello stare insieme e dello scambio, la concezione del mondo e della storia, le aspettative rivolte al futuro, il simbolico, ecc.; in un modo che è chiaro a tutti e col medesimo significato, cioè è una verità “partecipata”, non gestita o interpretata solo da specialisti o da profeti o da rivelazioni religiose, ecc. E poi c’è l’evidenza, quando qualcosa cade sotto la piena luce dei sensi comuni ragionati, che anche gli scienziati tante volte hanno messo alla base dei loro postulati (il punto non ha dimensioni, cogito ergo sum, l’uomo è mortale, ecc.), magari in attesa di future dimostrazioni o accertamenti. 
Certo che possono coesistere divergenze, distinzioni, proposte di aggiustamenti anche radicali (si pensi a come si è arrivati ad abolire la schiavitù, a togliere l’aureola alla nobiltà, a denaturare/proibire il delitto d’onore!), altrimenti il mondo sarebbe statico, ma importa che nell’agorà viga un sistema che permetta/promuova il confronto, la critica, il dubbio, che nello stare/pensare/progettare insieme  sviluppi la “parola partecipata”, quella, cioè, che riguarda non il singolo, ma la comunità (dei singoli), pubblico e privato intrecciati.
Ecco che oggi, invece, individui superpotenti o ceti dominanti o manipolatori dei media si ergono ad affermatori di paradossali verità, in nome, sic et simpliciter, della loro arroganza, dei loro interessi socio-economici, del terrore verso chi obietta, del proprio potere: la crisi globale ecologica è la più grande panzana inventata, quella terra è mia perché nei racconti mitici di tremila anni fa fu promessa a me (variante: questa terra è mia perché lo dico io), Got mit uns, l’imbroglio dell’evoluzione darwiniana è da far sparire dalle scuole, chi ha successo è il migliore (eletto di Dio), alla ricchezza e alla forza tutto deve piegarsi, noi siamo i migliori e gli stranieri ci portano il male, ecc. Come vincere la reazione all’assurdo, l’abitudine a pensarci su, il dubbio? Con la violenza diretta (ti ammazzo per strada perché il tuo cellulare è una pistola contro di me, ti faccio mettere in galera fino a che mi pare con accuse false, ecc.) e occulta (ti tolgo tutti i finanziamenti per insegnare cose a me sgradite, sottometto giudici e magistrati alle mie direttive di giustizia, ecc.), con l’ossessiva ripetizione di semplicistici e facili slogan, con un presenzialismo arrogante e invadente ogni spazio sociale, ma soprattutto coi media. Capaci, lo sappiamo ormai con certezza, di non solo influenzare i pensieri, ma di formarli, indirizzarli, farli. E coi pensieri le scelte, la vita, la memoria, gli interessi, i valori. Ma soprattutto la voglia, anzi no: la capacità di unirsi ad altri per discutere, programmare, organizzare la protesta. Tanti individui, isolati, che vivono in rete, vinti, succubi, rassegnati o che possono anche lamentarsi, star male, sopravvivere a malapena, da emarginati, se non esclusi del tutto, magari arrabbiatissimi, ma incapaci di fare del loro pur notevole numero una forza di reazione. Dice Mauro che si arriva soltanto a “una somma di sentimenti privati” senza sbocco.
A questo punto sento il bisogno di arrivare a un minimo che fare?, consapevole dei limiti estremi del mio pensiero, ma determinata a non arrendermi al fato di non c’è niente da fare.
Ma prima devo obiettare con tutta la forza che mi resta a quei pochi, ma pericolosissimi, che un che fare ce l’hanno in testa, ma violento, pericolosissimo, perdente e cinico, e che si attua nelle forme più o meno radicali del terrorismo. Cos’ha prodotto il violento attacco e massacro di Hamas al rave nel deserto del 7 ottobre del 2023? La reazione ‘sacrosantemente’ motivata e giustificata degli sterminatori al potere in Israele per fargliela vedere una volta per tutte ai ‘palestinesi-tutti-terroristi’ e quindi ridurre in macerie Gaza,  ammazzare nei modi più barbari mai esibiti così alla luce del sole bimbi, donne, gente assolutamente estranea alle scelte di Hamas; e non solo: anche la Cisgiordania è entrata nel mirino della colpa e vecchi programmi di spodestamento, di cacciata dei legittimi abitanti, sono tornati a manifestarsi con la più feroce e subdola violenza verso i palestinesi residenti, fino alla decisione di un’annessione tout court che danna i sopravvissuti a lasciare le proprie case e ad andarsene chissà dove. E non solo: sulla striscia di Gaza, un comitato mondiale di affaristi straricchi, con eternamente a capo Trump, ma ben sorvegliato da Meloni, sarà costruito un sistema di hotel, resort, villaggi turistici che Dubai neanche se lo sogna. Forse qualche gazawi a pulire piscine e wc. Cos’altro volevano, cos’altro si aspettavano quei terroristi di Hamas? Il tanto peggio tanto meglio? La ripresa mondiale dell’ideologica vigliacca menzogna che tutti gli ebrei sono malvagi da eliminare?  Magari perché i – certo, non moltissimi – dissidenti da Netanyahu non hanno i modi o il coraggio di opporsi a un governo violento anche verso i propri dissidenti? Magari non riusciamo a sentirli perché sono frastagliati, divisi, e come noi incapaci di mettere insieme una durevole, politica, affidabile protesta? E lo stesso vale per i Black Bloc di casa nostra e limitrofa, che programmati ad attaccare i poliziotti, ottengono – bontà loro – limiti ingestibili alle manifestazioni, tentativi di ripristino di misure da stato di polizia, immediato dissenso di tanta gente moderata verso le questioni portate in piazza. Ora ditemi: dopo il fallimento di quasi tutti i terrorismi novecenteschi, e soprattutto dopo i risultati amarissimi dei nostri armati anni Settanta, cosa si crede ancora di ‘eroicamente’ fare, ottenere? Senza dimenticare che violenza chiama violenza, vendetta, odio, faida. Anche il futuro ne viene contaminato. Ma proprio non ha insegnato niente Mandela, quando invece di permettere scontri più o meno vendicativi o altro, ha indirizzato all’incontro, al confronto faccia faccia dei ‘nemici’, con una forma di giustizia riparativa?
Il mio che fare farà ridere i pugnanti impavidi, gli eroi dei sanpietrini, ma dico lo stesso: in ogni forma possibile – dalla scuola agli interventi in rete, dalla sala d’attesa del dottore al punto di lettura, dall’assemblea di quartiere a quella condominiale – mai disperdere la possibilità di discutere con maniere rispettose dell’altro, discutere di questioni essenziali agli umani e al loro vivere insieme, mai tralasciare occasione di fare cultura, di incentivare l’approfondimento critico, di indicare mezzi e modi di imparare, di capire, di porre domande. Non essere disattenti ai bambini: non è vero che ci penseranno poi da grandi. Se non li abitui a essere curiosi e aperti al diverso che gli sta a fianco all’asilo o nel banco in classe, forse non impareranno a difendersi dal nazionalismo razzista, dalla paura dello straniero che viene per rubargli tutto, dallo scontro duro con chi non la pensa o vive come loro. Se li parcheggiamo al cellulare fin da piccini, il loro piccolo pensiero si organizzerà in un modo che gli limiterà la libertà: lo dicono già gli studiosi dell’apprendimento.
E poi non smettere mai di accertare ciò che ci danno per vero, coi mezzi che abbiamo, che avremo. Non dimenticare i faticosi passi culturali dell’umanità dalle caverne a oggi, anche a costo di imparare a memoria libri imperdibili, come in Fahrenheit 451.        

  1. Avatar Renzo
    Renzo

    Un aiuto a trovare l’interruttore della luce nella stanza buia

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