
Da qualche tempo fuori, ma anche dentro, tutto è cambiato.
Ogni cosa, ogni pensiero e azione, si traveste di fatica, e si avverte una stanchezza per cui non esiste rimedio, rimane nelle ossa anche dopo il riposo. Al cielo pare manchi qualcosa anche quando splende il sole: del brio, della leggiadria, difficile dirlo. La diffidenza tra gli uomini occupa lo spazio tutto intorno ed entra sottopelle. Le esplosioni sempre più facili, i dinamitardi al di sopra di ogni sospetto. Il fenomeno della cattiveria gratuita, indifferente verso chi o cosa, un’oscura moda giovanile. Nessuno sa ascoltare, nei social tutti hanno qualcosa da dire, meglio se da scrivere, così nemmeno la voce si può riconoscere, basta un nickname. Se qualcuno attacca bottone al supermercato è un guaio: non si deve dire per quel briciolo di educazione che ti è rimasto, ma la verità è che ti infastidisce, ruba pensieri e tempo, sei solo andato a fare la spesa, devi muoverti anche se nessuno ti aspetta, devi difendere le abitudini che tengono assieme i tuoi giorni. Senza di quelle, dove andresti a finire?
Insomma, il mondo strappa pochi sorrisi, sembra più un agglomerato di rabbia, frustrazione, fretta, di assenza di qualcosa. Di tutto in vendita, nulla di gratuito.
Non sei così assuefatto al cambiamento da non accorgertene, e nei momenti in cui lo avverti di più, ti fermi e ti chiedi: quando è cominciato tutto questo? Ma poi, di cosa si tratta veramente? Non hai ancora finito di porti la domanda, che rientri nella bolla. Tutto sommato ci stai bene dentro, ti fa sentire protetto. La solitudine è comoda, ti calza come un vestito cucito addosso, a te e alle tue piccole cose. Piccole e pratiche, trappole di finto benessere, in fondo le uniche che ti puoi permettere.
Poi arriva il giorno in cui tocca a te, di scoppiare. La dovresti forse ringraziare quell’anziana signora con l’acconciatura fresca di parrucchiere, che ti ha riempito di insulti verbali e non, da dietro al vetro della sua vettura, quando non ti sei accorto del verde scattato nel semaforo. Quella furia eccessiva, che somigliava tanto al disprezzo, ha superato il casino della strada, la coltre di idrocarburi nell’aria, poi il tuo finestrino, infine la tua bolla… e un fischio di aria compressa ha iniziato a uscire.
Hai fatto in tempo a pensare: prendo Orlando. Per quale motivo e per dove andare, mica lo sapevi. Il cane non si è fatto pregare, con un balzo era già dentro l’auto. Però ha fatto una cosa strana, che di solito non fa: invece di spalmarsi sul sedile posteriore come sempre, ha infilato il muso tra quelli davanti e ti ha alitato sul collo il suo fiato caldo. Non portava profumi, ma un calore amico. Solo che tu non eri pronto ai contatti, lo hai spostato infastidito. Hai acceso la radio, altro errore. Stanno dicendo che il numero dei single è aumentato in tutto il mondo ricco, raddoppiando i numeri negli ultimi cinquant’anni, arrivando al 50% negli uomini, al 41% nelle donne. Pensi volevo solo ascoltare della musica brutti stronzi, ma non c’è pace, dove ti volti ti viene ricordato che sei solo. Che anche tu fai parte delle percentuali, di sterili statistiche. Ma non è il vuoto dentro casa a farti cadere, è quello di fuori. Ti fa sentire come un grano di polvere nella tempesta, invisibile, inutile, al massimo puoi dare fastidio se centri l’occhio di qualcuno.
Spegni la radio con un pugno, Orlando guaisce, qualcosa non va. Lo ammonisci, non ti ci mettere anche tu cane! Acceleri impaziente in fuga, direzione monti. Direzione, ricerca luce. Ma l’angoscia è tenace, non molla. Scendi per un caffè – schifoso, in un bar gestito da cinesi, per carità non sei razzista, però – e fumi la ventesima sigaretta.
Ai piedi del monte sei costretto a fermarti: il cuore salta fuori dal petto, fa quasi male, hai brividi in tutto il corpo e un groppo ti chiude la gola. Spaventato, ti scaraventi fuori dell’auto, Orlando ti segue con un balzo. Ti sta succedendo qualcosa che fa paura. Certo che qualcosa ti sta succedendo. Hai superato il confine, oltre non si può andare. Ci raccontano che libertà significa non aver bisogno di nessuno, che non dobbiamo pesare sugli altri e non chiedere se non viene dato. Ma se stare bene da soli può essere una conquista, anche se non per tutti, la solitudine imposta da un mondo che non senti più tuo, è agonia. Dove scappi? Dove puoi trovare qualcosa che ti faccia star bene come un tempo? Pensi che se anche sparissi per dei giorni, non ti verrebbe a cercare nessuno, forse solo chi vanta diritti su di te, il tuo capo. Se tu non avessi un lavoro, se tu fossi un vecchio, nessuno si accorgerebbe della tua assenza… è questa la pena maggiore. La bolla protegge, ma separa.
Il cane fa cose strane, ti salta addosso con tutto il suo peso, che non è poco. Appoggia le zampe sul tuo torace. Lo scacci malamente, Orlando basta! Ti stendi sull’erba, slacci la camicia, cerchi aria nell’aria, il ritmo del respiro fuori controllo. Lui ti torna accanto, cauto, appoggia dolcemente il torace sul tuo petto e tu non hai più la forza di respingerlo. È così che senti il suo cuore battere sopra al tuo, le pulsazioni ti sorprendono, ti trasmettono un flusso di calda, inaspettata emozione che sale agli occhi. Un cuore accanto al tuo. La vita palpitante ha scelto di risvegliarti dal letargo emozionale in un modo così puro, perpetuo, incontestabile.
Piangi con singhiozzi, il corpo del cane rimbalza sugli scatti del tuo torace ma non si sposta, accompagna e segue il tuo sfogo. Passa un anziano in motorino, rallenta fino a quasi fermarsi, tu tenti di contenere i tuoi singhiozzi per la vergogna. Vi guarda, domande mute scorrono sotto i suoi occhiali. Capisce che si tratta di un vostro momento, intimo, a tutti può capitare, non vuole disturbare, alza appena una mano in un timido segno di saluto – conforto? – e se ne va. Umanità e rispetto, senza tanto baccano. Il gesto tocca una corda sensibile dentro di te, apre i tuoi sensi come se aprisse ulteriori bottoni della camicia e tu fai un respiro liberatorio.
È solo a quel punto che lo senti. Una melodia allegra lontana, sempre più vicina. Dev’essere una cinciallegra e il suo canto ti trasporta in un altrove di altri tempi. Una volta eri bravo a riconoscere gli uccelli dal loro canto, te lo aveva insegnato tuo padre. Stai dimenticando. È vicino, così vicino, lo cerchi con gli occhi, forse in quel cespuglio da cui giungono fruscii, Orlando annusa intensamente l’aria in sua direzione. Questa è vera musica, una carezza che cura l’anima. Pensi alla musica che ascolti fino allo sfinimento sul cellulare e fai una smorfia. Quella aiuta, ma fa parte del lungo elenco di attività di ogni giorno, di tutto ciò che richiede scelte, strumenti, pulsanti artificiali. Sull’onda del bizzarro accostamento ti accorgi che da ore non guardi il tuo telefono, anzi, non sai nemmeno dove si trovi e, invece di preoccupartene, ne sei stranamente sollevato. L’eterna connessione virtuale avvicina tutto ciò che è lontano e allontana ciò che ti circonda e ti chiama.
È strano, inizi ad avvertire un po’ di fame, fino a pochi secondi prima avevi un macigno nello stomaco. Ti ricordi che non hai nemmeno fatto colazione. Poco più in là una volta c’era un forno, chissà se esiste ancora. Sono piccoli paesini di montagna questi, ti auguri che i supermercati restino lontani. Lasci la macchina, ti incammini e ti vengono incontro il profumo del pane appena sfornato e il saluto garbato del viandante sconosciuto, più amico di tante facce che conosci.
Tu e il tuo piccolo amico mangiate pane caldo camminando, deviate per un sentiero trascurato da tempo, seminascosto da un tappeto di foglie ed erbacce incolte. Il cane apre la strada contento, nella vegetazione alta talvolta emerge solo la coda fulva che gira a elica, ogni tanto si volta indietro a guardarti e ti aspetta. Ti fa sentire prezioso. La terra è umida, il fogliame ancora di più, alle scarpe tue e alle zampe sue si appiccicano fango e foglie, ma il sole inonda di un tepore gentile il tuo corpo.
Sei poco allenato, il battito del cuore accelera, il fiato è corto, la fatica si fa sentire. In una radura libera, scaldata dal sole, ti stendi a braccia e gambe aperte, Orlando si accuccia accanto, la lingua a prendere aria veloce, il pelo morbido a contatto con il tuo braccio nudo. Gli appoggi una mano sulla testa, lui si gira verso di te e risponde contento con un abbaio. Si alza un po’ di vento, e anche lui compone la sua musica tra gli alberi. Il peso nel petto pare ogni minuto più leggero.
È deciso: stasera non torni a casa, ti fermerai da qualche parte con la piccola tenda e tutto il necessario che tieni sempre nel baule. Questa radura, da cui si può ammirare la luna, potrebbe fare al caso tuo. Hai anche un libro e sorridi al pensiero di leggerlo al lume di una candela, come facevi quando papà ti portava in campeggio, il fruscio delle pagine nelle orecchie. Orlando sarà di guardia e in festa. I tempi, i rumori e gli odori diversi, dell’essenzialità della terra cui apparteniamo, si sono fatti riconoscere e ti hanno riaccolto. Li stavi dimenticando. Hanno scalzato la coltre grigia che ti rendeva cieco e sordo alla vita, offrendoti soluzioni semplici e naturali.
È quando smettiamo di ascoltare, che ci sentiamo soli, quando ci convinciamo che la felicità sia da ricercare negli altri, nel mondo alienato in cui siamo costretti a vivere. Conquistati da ciò che luccica e che non porta alcun ristoro all’anima, ignoriamo ciò che abbiamo sempre a portata di mano.
Può non essere sempre facile, ma dobbiamo tornare a prestarvi attenzione, saper vedere il fiore che spunta nel cemento, il nido perfetto nell’intreccio di quei rami, le nuvole che compongono disegni buffi nel cielo, le lenzuola profumate stese al sole, la mano di un bimbo in quella del nonno. Proviamo a guardare negli occhi spenti del ragazzo che cammina per strada: per riempirli, anche se solo per un attimo, può essere sufficiente un sorriso negli occhi e sulle labbra. Potrebbe stupirsi del calore che avvertirà, soppesarlo e aver voglia di far sentire gli altri come si è sentito lui. Soffi di vita che si propagano. La delicatezza del vecchio in motorino, insegna.
La gentilezza è un potente strumento di cura e benessere per noi stessi e per gli altri, un’arte preziosa, di semplice struttura ma alta levatura morale. Ed è contagiosa. La gratitudine per la vita è come il pane: profumata, calda, buona. E sazia lo spirito.
Ingegnosi ed eleganti supporti della zattera con cui percorrere il cammin di nostra vita.
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