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“La morte dell’altro uomo mi chiama in causa e mi mette in questione, come se diventassi, per la mia eventuale indifferenza, il complice di questa morte, invisibile all’altro che vi si espone; e come se, ancora prima di esserle io stesso destinato, avessi da rispondere di questa morte dell’altro: come se dovessi non lasciarlo solo nella sua solitudine mortale.” E. Levinas, A. Peperzak, Etica come filosofia prima,1989

Che non passi giorno

Non passi giorno senza che testimoniamo le atrocità patite dalla gente di Gaza, dell’Ucraina, dell’Iran, di ogni parte del mondo, a causa della guerra, della violenza, dell’oppressione, dell’ingiustizia; non passi giorno che il loro sangue non si unisca al nostro per cantare, nei tortuosi sentieri al futuro, la volontà del bene.

Dall’Iran

Una donna iraniana, in un video si mostra con metà viso e capelli liberi, dice:

“Ho ascoltato le tue minacce, ma sono quarantaquattro anni che ci minacciate.
Hai spiegato le punizioni che ci aspettano, ma sono quarantaquattro anni che ci punite.
Ci avete uccise, avete sparato all’altezza del volto i vostri proiettili di gomma, per renderci cieche,
ci avete rapite e arrestate e mai più rilasciate, ma non ci avete spaventate. (…)
Ora avete finito le carte e i giochi sono aperti.”

Sadira (nome di fantasia per protezione) risponde così al messaggio di una giornalista:

“Il mondo è violento. Cosa vi è preso a voi europei che fate finta di non saperlo, di non ricordarlo? C’è vita su questo pianeta, i popoli come i regimi non sono pezzi da museo. O forse voi lo siete, noi no. Mai. Grazie.”

Toomaj Salehi, rap-e-farsi, per avere scritto la canzone Soorakh Moosh, dal 2022, è condannato a sei anni e mezzo di carcere duro, evitata per un soffio l’impiccagione.

Se ti copri gli occhi con le mani,
le vedrai insanguinate.
(…)
Giornalista in cerca di soldi, reporter da un penny,
artista di corte, dai, pagati una topaia,
tu che servi e ti sottrai, tu che esegui gli ordini dall’alto,
tu che azioni la forca comprati una tana per topi,
tu valvola di sicurezza, funzionario senza potere,
riformista nonchalant, comprati questo buco,
mettici tutti i tuoi risparmi.
(…)
Non aspettare un salvatore, perché non ce n’è traccia.
Tu sei il tuo stesso salvatore.
Tu sei l’eroe.
Tu e io, se diventiamo la stessa cosa,
saremo sconfinati.
(…)

Dall’Ucraina

Viktorija Amelina, scrittrice ucraina, si fa portavoce di donne della resistenza all’aggressione russa. Muore a trentasette anni nel 2023, con altri scrittori, colpiti da un missile russo.

(…) Anche se la propaganda russa si fermasse ora, le parole continuerebbero a uccidere.
Venerdì 8 aprile 2022, in un attacco missilistico alla stazione ferroviaria di Kramatorsk, i russi hanno ucciso altri cinquantadue civili ucraini, tra cui cinque bambini. Su uno dei missili erano scritte a pennarello le parole PER I BAMBINI. Chi ha poca familiarità con questo genere di cose potrebbe chiedersi cosa significa. (…) Lo slogan sugli ‘ucraini che uccidono i bambini’, con la favola macabra del bambino crocifisso, è apparso per la prima volta nel 2014 dopo l’occupazione di una parte delle regioni di Donestsk e Luhansk. (…) E io non faccio altro che pensare che le tv russe, i proprietari, i ‘giornalisti’, i redattori e perfino le loro segretarie, hanno sempre saputo la verità. Eppure hanno continuato a lavorare per anni per la macchina della propaganda, guadagnando soldi e facendo le loro vacanze al vostro o al mio fianco, magari in Italia o in Florida. (…) Le parole PER I BAMBINI scritte sul missile rivelano quanto i media russi e tutta l’industria della comunicazione siano corresponsabili dei crimini di guerra. (…)

Non ci resta che la voce.
La useremo.
Anche se trema.
Anche se brucia.
***
La guerra voleva il nostro silenzio.
Ha ottenuto le nostre voci.

Ilya Kaminsky, nata nel 1977

E quando bombardano le case,
noi facciamo gesti con le mani,
come se il silenzio potesse salvarci.

Quando arrivano i carri armati
restiamo in silenzio.
Non perché siamo muti,
ma perché stiamo scegliendo le parole
che non potranno essere uccise.

Da Gaza

Hend Joudah, nato 1983

Cosa significa essere poeta in tempo di guerra?
Significa chiedere scusa,
chiedere continuamente scusa, agli alberi bruciati,
agli uccelli senza nidi, alle case schiacciate,
alle lunghe crepe sul fianco delle strade,
ai bambini pallidi, prima e dopo la morte
e al volto di ogni madre triste,
o uccisa!

Cosa significa essere sicuro in tempo di guerra?
Significa vergognarsi,
del tuo sorriso,
del tuo calore,
dei tuoi vestiti puliti,
delle tue ore di noia,
del tuo sbadiglio,
della tua tazza di caffè,
del tuo sonno tranquillo,
dei tuoi cari ancora vivi,
della tua sazietà,
dell’acqua disponibile,
dell’acqua pulita,
della possibilità di fare una doccia,
e del caso che ti ha lasciato ancora in vita!
Mio Dio,
non voglio essere poeta in tempo di guerra.

Yousef Elqedra nato 1983
Poesie dedicate alla tenda dove era sfollato nell’accampamento di al-Mawasi (Khan Yunis), colpito da un attacco aereo che ha distrutto quaranta tende e ucciso ventidue persone, tra cui otto bambini. Lo stesso giorno, nel cuore di Gaza, nel campo di Nuseirat, le bombe israeliane hanno ucciso quattro bambini in fila per il pane. (…) Nelle tende di Gaza le temperature scendono ogni notte. Il 25 dicembre 2024, nell’accampamento di al-Mawasi, Sila è morta congelata: aveva venti giorni. Il 29 dicembre nel campo profughi di Deir al-Balah muore il piccolo Jomaa al-Batran, tre settimane di vita, seguito il giorno dopo dal gemello Ali, sotto la stessa tenda.

Posso scrivere una poesia
con il sangue, con la polvere nel mio petto,
con i denti della ruspa, con le membra smembrate,
con le macerie dell’edificio, con il sudore della protezione civile,
con le urla delle donne e dei bambini,
con il suono delle ambulanze, con i resti di un albero che amo,
con tutti questi volti che cercano i loro dispersi,
con la voce del bambino Anas sotto le macerie che dice:
“Sono ancora vivo”,
con i corpi senza lineamenti,
con l’attesa, l’attesa, e ancora l’attesa!
Posso scrivere una poesia con il fragore del tradimento,
con il silenzio nudo,
con la neutralità viscosa, con l’impotenza svelata,
con il servilismo verso l’America.
Cosa può una poesia?

Marwan Makhoul nato 1979
Da Versi senza casa
(…)
Potremmo non cambiare questo mondo con ciò che scriviamo,
ma potremmo graffiare la sua vergogna
(…)
Nella tempesta, e a bordo della barca,
battiamo le onde con i remi
per farla placare.
(…)
Anche se gli occidentali hanno derubato gli orientali,
non potranno mai privarli
della vista del sole che sorge.
(…)
Per scrivere una poesia non politica,
devo ascoltare gli uccelli,
e per sentire gli uccelli
bisogna far tacere gli aerei da caccia

Dall’Italia

Anna Maria Farabbi

da Abse

Mi rovescia al muro
questo invisibile vento   questo
inferno di primavera nella testa   questo
mulinello di polvere incendiaria
che innesca la carie nella radice del nervo   sento
gli spari che hanno bucato gli uccelli
e i bambini di gaza a bocconi sui sassi
con le stelle filanti appese sulla croce degli occhi   sento
i picconi dei minatoripoeti
nel buio grezzo di una cartaminiera
tra la vena la frana le scariche di singhiozzi
dentro la tempia   sento
centinaia di clandestini camminare a piedi scalzi il mare
sento le rondini che hanno perso orientamento
e la transumanza che non riconosce
la lingua antica dei tratturi

Sento i papaveri tra le spighe
quell’oro vegetale che a giugno sarà pane
mentre in città gabbiani e barboni rubano rifiuti

Canto tutto questo
scrivo poesie per terra come le madonnare

Da ninnananna talamimamma

chi canta sul barcone? l’acqua fredda blucupoviola brilla
gradualmente si azzurra riscaldata dall’alba
sono i pesci sono i venti sono le onde che sembrano corpi galleggianti
a cullare il dolore chi canta
sul barcone?

è una piccina con il volto di lunapiena che beve le sue lacrime
stringendo tra le braccia la mamma
tutt’intorno uomini e donne ascoltano
accatastati l’uno sull’altro guardandola
perché in quel momento lei è l’unica voce al mondo
la sua bocca è quella di tutti
che canta ninnando tutta l’acqua del mediterraneo
la vita la morte l’egoismo il razzismo la ricchezza grassa
ninna la lontananza della sua baracca in africa
i fratellini rimasti con il bestiame

tra leoni giraffe elefanti serpenti iene avvoltoi scorpioni uccelle celesti
i vecchi del villaggio raccontano gli avi sotto la grande acacia
le vecchie cuociono il pane preistorico sulla pietra
conoscono il silenzio delle radici della grande madre acacia

onda

Molti dei testi riportati sono presi da: Il loro grido è la mia voce-Poesie da Gaza, Fazi Editore, 2025; Victoria Amelina, Guardando le donne guardare la guerra, Guanda 2025; Cecilia Sala, L’incendio-Reportage su una generazione tra Iran, Ucraina e Afghanistan, Mondadori 2023; Barbara Stefanelli, Le ragazze iraniane camminano davanti a noi, Solferino 2023

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