Foto di Moshe Harosh da Pixabay

Si può forse guardarsi attorno per cercare qualcosa che ci rassicuri sul senso della vita, sullo stare insieme e sulla nostra forza nell’uscire da quella bolla che Paola Montagner descrive. Non è facile trovarlo perché si annida in storie minime, dimenticate o non facilmente riconoscibili. Però ci sono. Ci sono nella nostra esperienza quotidiana e nelle pratiche di quanti si aggrappano al senso umano e sanno guardare negli occhi gli altri spogliandosi di giudizi e pregiudizi. Ci sono anche esempi grandi, giganteschi: ho sottomano il libro di Antjie Krog, scrittrice sudafricana, afrikaner anzi, Terra del mio sangue. Riaffiora dalla mia libreria per una ricerca indirizzata ad altro, ma mi aiuta a dire come sia possibile trovare una strategia di incontro persino come sistema istituzionale. Sappiamo bene che le istituzioni non sono il luogo più facile per pacificare i conflitti, eppure quella Commissione per la Verità e la Riconciliazione istituita in Sudafrica, voluta da Nelson Mandela all’indomani della sua scarcerazione, dopo lo smantellamento del regime di apartheid, e presieduta dall’arcivescovo Desmond Tutu, tentò un dialogo tra vittime e carnefici (oggi si chiamerebbe di ‘giustizia riparativa’), teso a sanare le ferite e non alla sola punizione dei colpevoli. Molte critiche sono state fatte a questa operazione, ma penso non sia da sottovalutare il fatto che dà il via ad una modalità del tutto nuova di esaminare i conflitti politici e i crimini che in essi sono stati compiuti.

Usciamo tuttavia dalle grandi esperienze, e affidiamoci alle parole di Simone Weil in Non ricominciamo la guerra di Troia, del 1937:

Chiarire le nozioni, screditare le parole congenitamente vuote, definire l’uso delle altre con analisi precise: ecco un lavoro che – per strano che possa sembrare – potrebbe preservare delle vite umane.

E le vite delle persone, vite umane in carne ed ossa, che sanno tenersi insieme nelle situazioni più difficili, sono il discrimine. Molti esempi lo testimoniano: palestinesi ed ebrei che lavorano insieme e sanno abitare pacificamente qualche ritaglio di quella terra contesa e ridotta in macerie; due villaggi bulgari, uno cristiano e uno musulmano, nella Grande Guerra, si proteggono reciprocamente; persino in Ruanda sono emersi casi di Hutu che hanno salvato conoscenti Tutsi, rischiando lo sgozzamento; Aeham Ahmad ha trascinato il suo pianoforte per strada tra le rovine del campo profughi di Yarmouk per distrarre i bambini durante la guerra in Siria; e i mille esempi di donne che, nella seconda guerra, proteggevano soldati allo sbando, e si inventavano le più disparate strategie per difenderli da chi li cercava e li avrebbe uccisi. Molte storie vere si possono aggiungere, raccolte nella quotidianità, nelle testimonianze, nei racconti, ma non avrebbero alcun senso se non divenissero il paradigma a cui guardare, anche nella desolazione del nostro tempo. Lì si può prendere coraggio, si può capire come tendere una mano, aprire una porta, spendere una parola possono diventare cure alla solitudine che ci chiude, ci intristisce e a volte non lascia respiro e speranza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *