
Da quali urgenze, motivazioni e ragioni nasce lo spettacolo “Chiamateci partigiane”?
“Nonna, che cos’è una partigiana?”
“Una partigiana è una donna che lotta per la libertà, sua e degli altri”
“Nonna e che cos’è la libertà?”
“La libertà è fare le cose senza paura. E ricordati: o si è liberi tutti o non si è liberi nessuno”
“E tu, cosa hai fatto tu?”
“Io…niente. Che ho fatto? Ho fatto quello che hanno fatto tutte le altre. Ho dato anche io il mio pugno di farina”
Queste frasi, che arrivano, come un dialogo immaginario tra nonna e nipote, durante lo spettacolo “Chiamateci Partigiane!”, potrebbero essere una buona sintesi delle centinaia di interviste ascoltate e lette, di testimonianze di tante donne che – chi prima, chi dopo – hanno trovato la forza di raccontare il loro indispensabile apporto alla lotta per la Liberazione d’Italia dal regime fascista.
Molte altre non hanno mai raccontato. Perché non va dimenticato che l’indicibile della guerra, in particolare di quella guerra, è passata anche, e per certi versi, soprattutto, attraverso il corpo e gli occhi delle donne.
Lo spettacolo Chiamateci Partigiane! è nato dal confluire, quasi contemporaneo, di diverse urgenze: raccontare la storia “piccola” di una donna e il suo profondo legame con la nipote, restituire alla scena il corpus letterario e storico che aveva nutrito le nostre ricerche, voler riaccendere una luce su un pezzo di storia di cui si sa ancora troppo poco.
E questa congiuntura ha un suo antefatto.
Nel 2021, portavamo nelle scuole e nei comuni, con la Compagnia dei Merli Bianchi in collaborazione con Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato di Cinisi, un progetto dal titolo “I Fiori della Memoria – ricordare, raccontare, costruire futuro”. Un progetto modulare sui temi della legalità democratica, la giustizia sociale e la lotta alla mafia attraverso la letteratura, le testimonianze, il teatro. Al suo interno, partendo dalla figura di Felicia Bartolotta Impastato, attivammo un modulo specifico: “Donne e Lotta, l’Amore Partigiano” dedicato proprio alle donne che avevano lottato contro la mafia.
Decisi di titolare così quel modulo, pensando a quelle donne, che già con le loro vite incarnavano pienamente valori e azioni tipici di chi sceglie da che parte stare, e che a tutto questo aggiungevano una forza particolare: calda, eretta e accogliente, nonostante il dolore. Il risultato di questa combinazione era (ed è) ai miei occhi un mix potentissimo che spinge a guardare ed affrontare anche l’indicibile con la dignità di chi sceglie consapevolmente di stare dalla parte della verità, della giustizia, della cura e dell’accoglienza. L’amore partigiano, appunto.
Da questo osservatorio in cui mi trovavo, la ricerca è naturalmente proseguita, come un viaggio a ritroso nel tempo, nella letteratura, nella storia e nelle biografie di tante donne, fino alle donne partigiane, fino a quell’ 8 settembre 1943, e poi ancora prima, fino al 1917, dove ad attendermi c’erano nuovamente le parole di Antonio Gramsci, quelle stesse parole da cui ero partita per capire il senso profondo dell’essere partigiano. Ed è in questo frangente che è riemersa potentissima anche la biografia di mia nonna e quel dialogo tra me e lei che neanche la sua morte aveva interrotto. Un dialogo curioso tra una donna piena di amore partigiano e una bambina prima e adolescente poi incantata (e – col senno di poi – formata!) dai racconti della nonna!
Quasi contemporaneamente, con la collaborazione della mia instancabile compagna di scena Ludovica Trimarelli (violinista e docente), abbiamo iniziato ad intrecciare le trame e gli orditi di questo nuovo tessuto teatrale. Leggevamo, prendevamo appunti, intrecciavamo, confrontavamo. E nel tessere è emerso il terzo elemento. Un elemento già sotto i nostri occhi, ma talmente palese da risultare scontato e quindi invisibile.
Le donne della Resistenza furono staffette, combattenti, sarte di camicie nuove e divise, cuoche, infermiere. Crearono linguaggi e codici per proteggere i partigiani, mariti, figli, fratelli, semplici “sbandati” dall’arrivo dei tedeschi; molte di loro rischiarono senza armi la loro vita per salvarne altre, mantennero segreti anche sotto tortura. Per quelle donne, la lotta di liberazione fu anche, come ci ricordano storiche come Anna Bravo, Anna Maria Bruzzone e ancor prima Miriam Mafai, la loro “prima occasione storica di politicizzazione democratica”. Inoltre scelsero di far parte di quella storia senza essere convocate, “volontarie a pieno titolo della Resistenza” e furono tante e tutte diverse, dentro la resistenza civile come in quella armata.
Ma nonostante tutto, la storia le ha spesso e per lungo tempo relegate a “contributo alla lotta”. Invece, noi siamo d’accordo con Lidia Menapace quando parla di “apporto indispensabile” senza il quale la Resistenza non sarebbe esistita.
E allora perché si continua a parlare del ruolo delle donne nella Resistenza solo come di un contributo? Perché nonostante molte storiche ne abbiano sottolineato più volte l’indispensabilità, nei libri di scuola si trova solo qualche frasetta del calibro: “Anche le donne hanno partecipato alla Resistenza”; perché tutta questa bibliografia meravigliosa non viene introdotta nelle scuole? Perché i nomi e le storie di queste donne sono rimaste ai margini? Le nostre Madri Costituenti non sono forse quelle stesse donne? Se la nostra Costituzione è così bella sarà forse anche merito loro? E da quale esperienza venivano quelle 21 donne se non da quella della lotta di Liberazione?
Questo spettacolo nasce anche dal desiderio di sottolineare questo apporto, tenere accesa la luce, o riaccenderla laddove è spenta, su una parte di storia indubbiamente taciuta.
E, per tornare a quel dialogo tra generazioni, quando a mia nonna chiedevo “Ma tu come hai fatto a resistere?”, lei rispondeva seria, posizionando le dita del pollice e dell’indice come a formare un cerchio concluso: “Tutto fu solo per amore!”
Ho scoperto poi cosa intendeva. Amore per un figlio, amore per un marito o un padre da proteggere, difendere o vendicare e ancora, amore per la propria sorte e per quella altrui, amore per i diritti di tutti gli esseri umani, amore per la libertà sua e mia.

Questo spettacolo si inserisce in un più vasto e ambizioso progetto, “La storia siamo anche noi”. Parliamo di questo progetto, degli obiettivi che si pone e della sua articolazione.
Il progetto “La Storia siamo anche noi”, è un progetto che portiamo avanti come Compagnia dei Merli Bianchi, per le scuole e per la cittadinanza e ha una programmazione che si costruisce insieme all’ente ospitante. Nasce con l’idea, ampia, di voler accendere una luce sui principali percorsi che le donne hanno fatto nella storia della nostra Italia nei vari periodi storici; un viaggio che segue traiettorie e biografie che hanno permesso a tante di raggiungere maggiore dignità e maggiori riconoscimenti; un itinerario per approfondire l’importanza del loro apporto alla Storia, della loro lotta per la conquista dei diritti alla parità, al voto; per comprendere i progressi legislativi che man mano si sono realizzati ma anche per provare insieme a tracciare rotte future per quel che ancora c’è da fare e da raggiungere.
La storia siamo anche noi si presenta quindi come un contenitore di proposte formative, culturali ed artistiche modulari. Spettacoli, presentazioni di libri, film, incontri con i testimoni, laboratori teatrali e di lettura espressiva.
Nello specifico, questo biennio 2026-2028, vuole rendere omaggio a tutte le donne partigiane note e sconosciute che non hanno semplicemente contribuito alla lotta, ma che hanno reso possibile con il loro apporto la Resistenza stessa.
L’intento è storico e culturale ed apre spaccati, a partire dagli eventi della “Grande Storia”, spesso declinata solo al maschile e che ha, molto spesso, relegato la figura femminile a ruoli di supporto o di secondaria importanza.

Torniamo allo spettacolo: quali sono i fili narrativi che vengono dipanati e come è strutturato?
“Chiamateci Partigiane! è un progetto teatrale che nasce all’interno della Compagnia dei Merli Bianchi, in co-produzione con Dafne ETS e con il sostegno del Centro Studi Internazionale Joyce Lussu. In scena sono insieme ai musicisti Ludovica Trimarelli (al violino) e Valerio Valerii (alla chitarra), nel suo ruolo di aiuto-regia e tecnica audio-luci c’è Cinzia Delbò. La regia è di Dimir Viana.
Lo spettacolo è un viaggio nelle biografie, nelle testimonianze e nella bibliografia delle donne partigiane. Il nostro intento è quello di restituire spazio e voce a queste presenze, troppo a lungo marginalizzate, e ricordare che non hanno semplicemente contribuito alla Resistenza: l’hanno resa possibile.
Il filo narrativo principale si sviluppa attraverso un dialogo immaginario tra due generazioni anagraficamente lontane: da una parte c’è la nonna del 1913, con i suoi ricordi, ma anche con le sue reticenze, i suoi silenzi, quasi a voler proteggere o nascondere ciò che è accaduto tra il ’43 e il ’45; dall’altra c’è la nipote che, come una vera staffetta partigiana, raccoglie quel testimone e lo porta avanti. Questo passaggio di memoria costruisce un vero e proprio ponte generazionale.
Un elemento centrale è “l’amore partigiano” che tiene insieme verità, giustizia, cura e accoglienza e che lega indissolubilmente questo continuo dialogo tra nonna e nipote.
Accanto a questo dialogo intimo, interviene una voce narrante che apre continuamente lo sguardo sul contesto storico e culturale, intrecciando le singole biografie con la grande Storia; una Storia che troppo spesso è stata raccontata solo al maschile, relegando le donne a ruoli secondari.
Insieme al testo drammaturgico ci sono le musiche originali composte da Ludovica e Valerio che vengono eseguite dal vivo: un elemento fondamentale, perché costruisce un paesaggio emotivo, oltre che sonoro, che dialoga costantemente con la parola. Nessun brano musicale è lì in “accompagnamento”. Inoltre ogni azione dei musicisti entra direttamente nel piano drammaturgico e si trasforma in azione scenica tanto da rendere la loro presenza accanto a me, non come staccata o puramente tecnica/musicale, ma come parte integrante, teatrale.
Rispetto alla genesi dello spettacolo vero e proprio ci sono due elementi che credo meritino di essere ricordati. Intanto che si tratta di un progetto italo-brasiliano. Metà spettacolo è nato durante la mia permanenza in Brasile, dove vive il nostro regista Dimir Viana. Anche i costumi e le scenografie sono stati realizzati da costumisti e scenografi brasiliani. Non potrò dimenticare la passione e la cura con cui questi professionisti (André Macedo, scenografo e Debora Lutz, costumista) d’oltreoceano si sono appassionati alle nostre donne partigiane e hanno fatto ricerche e bozzetti prima delle loro realizzazioni finali.
L’altro elemento è che “Chiamateci Partigiane!” esiste in due forme sceniche distinte: lo spettacolo teatrale vero e proprio, teatro d’attore con musica dal vivo e un allestimento scenico e tecnico articolato per spazi prettamente teatrali, e un reading, che utilizza le tecniche proprie del teatro di narrazione sempre con musica dal vivo, più agile e adattabile. Questa doppia versione è una scelta sia artistica che pratica: lo spettacolo offre un’esperienza immersiva in un luogo specifico (il teatro), mentre il reading permette di portare questi contenuti anche in spazi più raccolti (come scuole, biblioteche o sedi associative) o all’aperto (giardini, parchi, boschi, luoghi commemorativi), ampliando la diffusione del progetto. Stesso copione, doppio allestimento scenico. È stato un lungo lavoro, ma crediamo ne sia valsa la pena.
Un ultimo aspetto, a cui teniamo molto, è che, in entrambe le versioni, al pubblico viene consegnata la nostra bibliografia: tutte le fonti storiche e le testimonianze da cui abbiamo attinto per costruire la drammaturgia. È un modo per rendere trasparente il lavoro e per invitare chi guarda ad approfondire.

Lo spettacolo e il progetto, come ricordavi, sono stati preceduti da un lungo e meticoloso lavoro di ricerca storica. Quali sono, sotto questo profilo, le scoperte più importanti e, magari, inattese?
Il lavoro di ricerca che ha preceduto Chiamateci Partigiane! è stato lungo, meticoloso e, devo dirlo, profondamente trasformativo. Le scoperte sono state tante, tutte per loro natura inattese, e le dividerei in due grandi categorie: quelle felici e quelle amare.
Tra le scoperte felici, la prima è stata sicuramente la mole incredibile di materiali esistenti. Parlo di libri, diari, testimonianze dirette, ma anche del lavoro di tante storiche che hanno studiato e raccontato queste vicende. È stato sorprendente rendersi conto che queste storie non mancavano: erano lì, ma spesso poco attraversate, poco restituite al grande pubblico.
Un’altra scoperta importante è stata quella del dibattito nato negli anni ’70 sul ruolo delle donne nella Resistenza. Un dibattito vivo, consapevole, che ha tentato di rimettere al centro queste figure e a riconoscerne la portata politica e sociale. Un dibattito partito proprio da quelle donne che erano state partigiane anni prima. Dagli atti di quei convegni emerge con forza la consapevolezza di quanto quell’esperienza abbia rappresentato un momento di emancipazione straordinaria.
E poi c’è una scoperta che è anche un sentimento: l’orgoglio. L’orgoglio con cui oggi guardo al ruolo, per esempio, delle Madri Costituenti, alla conquista del primo voto alle donne, e più in generale a tutte quelle battaglie che troppo spesso diamo per acquisite senza conoscerne davvero le radici. Sapere da dove vengono quelle conquiste mi rende profondamente fiera di essere, idealmente, loro nipote.
Ma c’è anche una scoperta più intima, personale. Attraverso questo lavoro ho compreso più a fondo le parole di mia nonna e le sue scelte di vita, quelle di una donna libera ed emancipata, una donna che ha scelto per sé in un contesto storico, politico e sociale dove difficilmente le donne potevano farlo.
Ho capito il senso profondo di quel suo “Nannò, tutto fu solo per amore”.
Intuisco bene, ora, di quale amore parlava: lo stesso amore che portava i condannati a morte a scrivere di essere fieri di morire, perché lo facevano per qualcosa più grande della loro stessa vita: la Patria e la Libertà. Si tratta di un amore radicale, assoluto, che riguarda anche la capacità, per una donna, di scegliere e di mettere, per paradosso, in secondo piano perfino la propria esistenza, quando ciò che è in gioco è qualcosa di più grande.
Accanto a tutto questo, però, ci sono state scoperte amare. Forse inevitabili, ma non per questo meno dolorose. Una delle più forti è stata la consapevolezza che molte di quelle donne, finita la guerra, sono tornate ai ruoli di sempre. Una decisione che va letta probabilmente nel contesto storico di quel periodo, certo, ma che non smette di interrogarmi, come non smette di interrogarmi il silenzio che le ha avvolte, alcune definitivamente. I numeri che abbiamo, secondo me, sono molti meno di quelli che realmente furono.
E, collegata a questa, amara è anche la scoperta di quanto il patriarcato fosse presente persino all’interno del movimento di Liberazione. Penso, per esempio, alla scelta — profondamente ingiusta — di chiedere alle donne di non sfilare il 25 aprile accanto agli uomini. O al fatto che le partigiane venissero spesso giudicate “ragazze facili”, a causa della promiscuità inevitabile della vita in montagna. Uno sguardo giudicante che colpiva proprio chi stava rischiando tutto. Quante ne devono aver sentite di sciocchezze!
Eppure, dentro questa criticata promiscuità, c’è anche una scoperta dai toni romantici: quella degli amori nati durante la Resistenza. Amori spesso profondi, costruiti dentro una condizione estrema, ma capaci di generare legami solidi, significativi e duraturi.
L’amaro più grande, però, riguarda qualcosa che purtroppo attraversa tutte le guerre: il corpo delle donne come terreno di violenza, di ricatto, di annichilimento. Ascoltare o leggere alcune testimonianze è stato a dir poco angosciante. Non ultima la memoria della mia vicina di casa, la signora Rosa, 90 anni e un ricordo vivo e lucido della Resistenza partigiana in provincia di Teramo; alla generica domanda “E le donne che facevano?”, la sua risposta sibillina ma immediata come fosse l’unico suo ricordo possibile: “I tedeschi si portavano via le donne e non poteva dire niente nessuno, sennò…”.
Rosa al tempo di questo ricordo, aveva 7 anni.
Seguendo invece la biografia e le testimonianze di Tosca Bucarelli, ho fatto un’ulteriore scoperta, di cui si parla davvero troppo poco, tra le più dure: quella delle cosiddette “Ville Tristi”. Luoghi di tortura sparsi in tutta Italia, luoghi scelti, non caserme, ma spesso ville abitabili con i piani bassi, fondaci che diventavano luoghi di torture, dove uomini e donne venivano sottoposti a violenze indicibili per giorni. Ho sentito il bisogno di approfondire, di capire, e ho iniziato a ricostruirne una mappatura, che è ancora in corso.
Si racconta che quando i fascisti dicevano “vi portiamo a Villa Triste”, si sapeva perfettamente cosa questo significasse.
In quali città lo spettacolo è stato già rappresentato e quali sono le prossime tappe?
Lo spettacolo, grazie anche a questa doppia versione, ha già attraversato tanti luoghi diversi in giro per l’Italia, ospiti di associazioni varie tra cui, in omaggio a Mamma Felicia Impastato, a Cinisi invitati da Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato; alla Casa Internazionale delle Donne con l’organizzazione di Roma Capitale e l’assessorato alla Cultura; a Chivasso; ad Ancona con l’organizzazione della CGIL Marche, a Milano con la Fondazione Roberto Franceschi e centinaia di studenti presso la Camera del Lavoro, a Lanciano per i martiri ottobrini; a Vasto e ad Atri per le giornate del 25 aprile. Siamo stati ospiti di diversi comuni dell’entroterra montano, siamo andati in scena anche per piccoli gruppi di escursionisti nei luoghi della Memoria, abbiamo incontrato le scuole e i loro studenti.
Le prossime tappe ci vedono impegnati in un percorso di avvicinamento al 25 aprile 2026 e ai festeggiamenti per questi 80 anni di voto delle donne, e il nostro pensiero vola alle nostre Madri Costituenti. Aspetteremo il 25 aprile 2026 a Sasso Marconi: la sera del 24 aprile al Teatro Comunale all’interno della rassegna “La storia siamo anche noi” che si concluderà, dopo un ciclo di sei incontri proprio con lo spettacolo. In questo caso, per esempio, la rassegna, di cui parlavamo sopra, è stata accolta e organizzata dalla Cooperativa Lo Scoiattolo con il contributo del Comune di Sasso Marconi, con la mia direzione artistica.
Saremo poi con altre date tra Abruzzo, Marche, Molise e Umbria.
Se dovessi raccontare a ragazze e ragazzi ventenni il tuo spettacolo, il senso stesso dell’operazione culturale di cui è espressione, e la cosa che vorresti che ogni spettatore si portasse a casa, cosa diresti?
Se dovessi raccontare Chiamateci Partigiane! a ragazze e ragazzi di vent’anni, credo che partirei da una cosa molto semplice: questa non è una storia lontana, e anche se non le hanno trovate citate a dovere (anzi quasi mai) nei libri di scuola, queste donne sono esattamente l’altra faccia della Grande Storia. Ed è qualcosa che li riguarda direttamente. E so che si appassionerebbero subito. Ci sono ventenni “spaziali” in giro e ce lo hanno dimostrato di recente con il referendum.
In ogni caso, direi loro che questo spettacolo parla di scelte. Che, come dice la nonna nello spettacolo: “si può scegliere di avere coraggio!”. Direi poi loro che questo spettacolo parla di persone, e in particolare di donne, che a un certo punto hanno voluto decidere da che parte stare, spesso senza essere state chiamate, senza avere un ruolo assegnato, senza armi, ma con una consapevolezza fortissima. Donne che hanno scelto, e che in quella scelta hanno trovato una forma di libertà e di responsabilità enorme. Direi anche che dentro questa storia c’è qualcosa di profondamente contemporaneo: il tema del corpo, della libertà, dello sguardo degli altri, del giudizio, della possibilità di autodeterminarsi.
Il senso del mio fare teatro è proprio questo: restituire contesto e presenza a storie che ci sono sempre state, ma che non sono state raccontate abbastanza. Non per fare memoria retorica, ma per riattivare uno sguardo critico sul presente. Perché quando scopri davvero cosa è stata la Resistenza, anche e soprattutto quella delle donne, capisci che non è finita, che continua ogni volta che qualcuno sceglie da che parte stare.
Uno spettacolo come “Chiamateci partigiane” e un progetto come “La storia siamo anche noi” non possono nascere senza un solido e particolare retroterra culturale. Possiamo dire che lo spettacolo e il progetto derivano da questa tua scelta, dalla tua matrice?
Sì, possiamo dirlo senza dubbio: Chiamateci Partigiane! e il progetto La storia siamo anche noi nascono da una scelta precisa, da una matrice che mi accompagna da sempre.
Vengo da un lungo apprendistato nel teatro di impegno civile, nell’attivismo antimafia, e più in generale in un’idea di teatro come strumento per arrivare direttamente a un pubblico il più vario possibile, portando vicino temi che altrimenti verrebbero percepiti come lontani.
I temi che ho attraversato, sia nei lavori teatrali che in quelli laboratoriali, hanno riguardato spesso condizioni di fragilità — in particolare quelle femminili, la malattia mentale — ma anche ambiti come le mafie, la storia e la memoria. Sono percorsi diversi, che richiedono ogni volta ascolto, studio, responsabilità e uno sguardo critico.
Parallelamente, porto avanti da anni un lavoro laboratoriale molto intenso: lavoro con scuole di ogni ordine e grado, con persone con disabilità fisiche e psichiche, con le donne dei centri antiviolenza, con i migranti. In questi contesti, il teatro diventa davvero uno spazio di relazione, di espressione e di trasformazione. E davvero riconfermo a me stessa, tutte le volte, che il teatro è una potente pratica di PACE, la mia a cavallo tra antropologia teatrale e teatro dell’oppresso.
Dentro questo percorso, questa formazione, in qualche modo, era, credo, inevitabile arrivare alle donne partigiane. Forse era un approdo necessario, un nuovo intreccio di fili per continuare a tessere.
Infine quello che mi interessa profondamente sono le biografie. È chiaro che in ogni piccola storia sia contenuta, come in una miniatura, la Grande Storia. E allo stesso tempo è evidente che la Grande Storia non esisterebbe senza quella miriade di piccole storie, indispensabili e potentissime. È da lì che parto sempre. Ed è da lì che nascono molti dei nostri spettacoli e progetti.”
C’è un filo che tieni insieme il tuo precedente spettacolo “Rosetta Malaspina” e “Chiamateci partigiane”?
Sì, certamente. Un filo tra Rosetta Malaspina e Chiamateci Partigiane esiste, ed è più concreto — anche visivamente — di quanto io stessa mi fossi resa conto all’inizio.
Ci sono almeno due elementi ricorrenti: le scarpe e il telo bianco. E la cosa interessante è che non li ho mai pensati come segni distintivi del mio teatro, me ne sono accorta solo dopo, guardando a ritroso il lavoro.
Le scarpe, in particolare, per me hanno un ruolo centrale. Sono oggetti che conservano i passi fatti e quelli da fare, raccontano il cammino, la direzione, le deviazioni. In Rosetta erano solo due paia; in Chiamateci Partigiane diventano molte di più, come se si moltiplicassero le storie, le presenze, le traiettorie femminili che attraversano la scena.
Il telo bianco è l’altro elemento ricorrente. In Chiamateci Partigiane è un telo merlettato lungo sei metri. E anche qui, a posteriori, riconosco che non è un semplice elemento scenico: credo abbia a che fare con un mio vissuto personale che inevitabilmente entra nel processo creativo, anche quando non lo decido consapevolmente.
Ripensandoci, anche le due opere dialogano tra loro per i contenuti.
Rosetta Malaspina è la narrazione di una donna, una poetessa, vittima di certi atteggiamenti mafiosi in un Sud Italia degli anni ’60, considerata “la pazza del paese”. È una donna che compie una scelta estrema: si chiude nella propria visione poetica del mondo e da lì continua a resistere, anche prendendo in giro il potere mafioso che la circonda. È una donna che ho realmente conosciuto e alla quale avevo promesso che avrei raccontato la sua storia.
Chiamateci Partigiane è la narrazione di tante donne che hanno combattuto per la libertà dell’Italia ma anche per liberarsi e liberarci da quei pregiudizi che hanno tentato di ingabbiare Rosetta portandola a scelte estreme. Ma in entrambi i casi ci sono donne che, in modi diversi e in contesti diversi, scelgono una forma di resistenza. Una resistenza che può essere politica, poetica, o semplicemente esistenziale, ma che nasce sempre da un atto di libertà radicale.
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