
È in programmazione nelle sale cinematografiche in questo tempo prenatalizio, con grande affluenza di pubblico giovane – almeno nella mia città – il primo film ànime di Mamoru Oshii, Tenshi no tamago, col titolo L’uovo dell’angelo, di grandissima attualità, nonostante risalga al 1985. Di grande bellezza visiva, teso più a creare emozioni che animazione di vicende, capace anche di indurre tensione spirituale e speculativa, sensitivamente avvolgente nelle atmosfere oniriche e ombrose, anche per la bellissima colonna sonora di Yoshihiro Kanno, è quasi tutta una variazione sui toni del bianco e del nero, con un diffuso azzurro che dà sul grigio e pochissimi altri rari colori: della veste della protagonista, della divisa del soldato, dei carri armati. I movimenti sono pochi e spesso limitati a brani e non all’intero dell’immagine; a volte le inquadrature sono disegni, quadri fermi. Nonostante una certa cupezza complessiva, l’eleganza dei tratti sovrappone qualcosa di diafano, evanescente, etereo sull’immagine che fa lievitare i pensieri, alleggerisce, dà piacere. Da molti è considerato il capolavoro del regista, anche se resta primario nella sua carriera il film ànime del 1995 Ghost in the Shell, ispirato al manga di Masamune Shirow, e divenuto un vero cult-movie, che ha ispirato anche le sorelle Wachowski per la trilogia di Matrix.
Su un mondo in sfacelo, quasi completamente diroccato, plana nelle prime scene un grande oggetto di forma sferica con al centro quello che sembrerebbe un grande occhio. Potrebbe essere un’astronave. Su cui si innestano figure umane, che potrebbero essere molto rigidamente schierate. O statue di pietra. Tutti questi condizionali, che accompagneranno l’intera vicenda dell’ànime,non sono titubanze interpretative, ma linee portanti di un lavoro che lo stesso regista dichiarò aperto alle letture degli spettatori, non essendo egli stesso in grado di darne una definizione univoca; perché – aggiungo io – le profonde domande e le inquietanti multiverse prospettive non possono avere non solo risposta, ma nemmeno direzionalità definita. C’è infatti una ragazzina che ha lunghi capelli perennemente animati da un vento che viene dal suo muoversi inquieto – anche nel sonno – più che dall’ambiente, tanto che, se spesso i tratti del viso o del corpo sono fermi, questi capelli quasi medusei suggeriscono, indirizzano a immaginare-vedere il movimento completo, come l’espandersi di un’onda. Come onde, non hanno una matericità interna, tratti di penna, colore, sono solo contorni metamorfici di spuma evanescente. Non sappiamo e non sapremo chi sia; lei, peraltro, non risponde nulla alla domanda ‘chi sei?’, perché forse nemmeno lei lo sa. Soltanto, immediatamente, ci (?) – mi – pare sorella delle tante eroine seriali del nostro passato cartoon-televisivo (Lady Oscar, Sailor Moon, Occhi di Gatto, ecc.), che spesso avevano il comune destino di nascondere o non ben conoscere la propria identità, forse spinte ad agire intrepidamente agli estremi del pericolo più che da una scelta, dalla necessità di provarsi e trovarsi nell’azione eccezionale. Nonostante non fosse – come direbbe Gaber – ‘roba di sinistra’, a noi-me piacevano, e proprio per quel loro saper agire intrepido borderline, che metteva in scacco criteri precostituiti e guardiani e difensori dell’ordine sancito. Chissà se i maschi registi e cartonisti erano consapevoli dell’eversione.
Anche questa ragazzina ha un compito (?), impegno (?), in qualche modo prefissato e inderogabile: proteggere, portare – e spesso sotto la veste, a contatto con la pelle, quasi ne fosse incinta – un uovo, grande come potrebbe esserlo la sua pancia, se fosse gravida. Quando esce dal suo rifugio di pietra, per raggiungere – ma anche no – la città, percorre in lunghissime sequenze senza interruzione una terra che pare spogliata, con alberi contorti alla Gaudì, ricca e viva solo di acque: ha sempre l’uovo con sé. La ragazzina si ferma ad ogni specchio d’acqua, vi affonda le mani, lo sguardo, vi cerca le bollicine d’aria che poi finiscono con l’acqua nelle ampolle, che lei riporta nel suo rifugio, riponendole in fila lungo interminabili corridoi labirintici alle cui pareti stanno appesi o scolpiti scheletri di antichi animali. L’acqua è sempre purissima, lascia trasparire i fondali, i fili delle piante acquatiche, ondulanti come i capelli della ragazzina; riflette le ombre di lei e del mondo intorno, rendendole ancora più evanescenti. La ragazzina, ogni tanto, va fino a una città, per cercare cibo: la scena in cui mangia da un vasetto una probabile marmellata, affondandoci la mano e poi leccandosi le dita è mirabile, capace di trasmettere, di quella poco più che bimba, tutta la spontanea, incurante, inconsapevole innocenza di cui il personaggio, comunque e chiunque sia, ha bisogno. La desertissima città in rovina, tutta scale, archi, vicoli, pareti scandite da doccioni con musi mostruosi, da finestre monumentali e rilievi ornamentali, tutta percorsa da grandi crepe, slabbrature, buchi, quasi una immensa labirintica cattedrale gotica, ripresa in sempre inattese, oblique inquadrature, è al contempo morta, di macerie e di liquefazione in un’acqua che tutta la invade, la intride, la marcisce col suo passato lontanissimo, perduto – non c’è più niente, meno che meno i pesci. E al contempo, dicevo, è viva. Perché la ragazzina anche lì trova in fontane l’acqua pura con le bollicine da riempire la sua ampolla, ma soprattutto perché su quelle pareti corrono scorrono nuotano le ombre immense di pesci vivissimi, quasi l’aria lugubre della città fosse acqua e le strade i canali, i fiumi diretti al mare. Ma viva anche per un improvviso rumore stordente di cingoli, che annuncia bestie-carri-armati, di un rosso cupo, sanguigno, e frotte di soldati armati che cercano i pesci, pensa la voce della ragazzina, chiedendosi perché, se non ci sono più pesci. Segue il più assurdo, folle sterminio che il regista avrebbe potuto filmare: lance, arpioni con funi da caccia alle balene, e spari inseguono le ombre dei pesci, colpiscono i muri, fanno buchi, ulteriori macerie, ma, anche quando sembrano avere centrato il bersaglio, le ombre dei pesci, ondivaghe come nell’acqua, vanno avanti, libere, intatte. Non si può non sentirci le ombre delle vite ancora fluttuanti tra le macerie di Gaza. Non si può non sentirci l’oracolo delle future nostre venezie, non si può non pensare alle morti per acqua dei viventi nel prossimo diluvio dai ghiacci sciolti dei poli.
E di un diluvio, infatti, racconta un soldato uscito (scappato?) da una bestia-carro-armato, che si affianca alla ragazzina, la segue, prima spaventandola e poi divenendole compagno. Nemmeno lui risponde alla domanda: chi sei? E noi lo osserviamo senza sapere cosa aspettarci: ha un fucile quasi carnale, a forma di croce, sembra abbia una sorta di dovere a seguire la ragazzina; ma per proteggerla (e da chi?) o per carpirle qualcosa? In effetti sembra molto interessato all’uovo, ma c’è un momento che mostra di preoccuparsi che lei non dimentichi mai di portarlo con sé. Le racconta di un diluvio avvenuto, voluto da un ‘lui’ creatore che si era stancato delle sue creature. Le dice dei tanti, tutti morti, viventi sulla terra, meno quelli di un’arca. Che, dopo tanta pioggia, mandarono un uccello a cercare se c’era una terra. L’uccello non tornò e loro se ne dimenticarono fino a diventare statue di pietra, tutto il mondo di pietra. La ragazzina gli dice che sa dov’è quell’uccello e lo conduce nel suo rifugio, con tutti gli antichi animali divenuti pietra incuneati nelle pareti. C’è anche lo scheletro dell’uccello, grande come un diatryma del Paleogene, la possibile colomba mai tornata, l’angelo? L’infinita fila di ampolle fa capire al soldato da quanto tempo la ragazzina è in quel rifugio, con l’uovo. Segue una lunghissima sequenza in cui il soldato la veglia per tutto il tempo del suo sonno. È una scena assolutamente immobile, di grandissimo impatto emotivo. Qualunque azione dell’uno, o interazione dei due, di connessione o di ostilità, non sarebbe potuta arrivare a tanta tensione nel sentire dello spettatore, che sta come di fronte ad ogni possibile, al vuoto che è vuoto per potersi riempire di ogni cosa, al pensiero del soldato che guarda, divenuto in qualche modo tutt’uno col sonno-sogno di chi dorme. Cosa pensa, sente lui? Cosa sogna lei? Poi lei si muove nel sonno, su un fianco, l’uovo esce da sotto la veste; il soldato lo prende, lo posa a terra, alza il fucile, brandendolo come una mazza e… Schermo buio.
Quando lei si sveglia, il soldato non c’è più, ma ci sono i pezzi del guscio rotto dell’uovo. Lei corre fuori, disperata. A cercare. Ma cosa? Ma dove? Cade in uno specchio d’acqua, forse annega, ma si scioglie in migliaia di bolle che diventano uova. Sugli alberi, nel nido tra i rami alti, tante uova. Si muove, si stacca da terra l’astronave dell’inizio, con una specie d’occhio al centro. Tutti sulla nave sono di pietra, anche la ragazzina, assisa come su un trono tra loro. Spostandosi all’alto, l’inquadratura in sequenza allarga sempre più la visuale della terra che viene lasciata. Fino a mostrare uno strano oggetto. Dice un critico che è lo scafo dell’arca. Io non l’avevo neanche immaginato. Ma potrebbe.
Sempre i critici pongono l’accento sui tanti simboli religiosi (l’acqua battesimale, l’uovo pasquale della rinascita, ma pure l’uovo natale dell’origine, la croce, l’albero della vita, il diluvio, l’arca) e li mettono in relazione, per il pessimismo che traspare, alla crisi religiosa del regista al tempo del film. Comunque li si possa-voglia leggere, io credo che, oggi, nella cupa luce dell’Antropocene, dello sterminio di Gaza, della guerra aggressiva contro l’Ucraina e di tutte le guerre che vanno moltiplicandosi come funghi impazziti nel mondo, possiamo davvero farcene carico, quali simboli di una ‘civiltà’ del diritto e della convivenza paritaria che credevamo acquisiti profondamente e che invece si sono persi tra le acque del diluvio, lasciandoci nudi di ragione e di amore, portatori di uova che non facciamo schiudere, statue di pietra, indifferenti. Il pessimismo di Oshii, forse attenuato nel finale, ma forse no, visto il nostro presente, ci metteva in guardia già quarant’anni fa. Se potete, andate a vederlo, L’uovo dell’angelo. Un film, questo, davvero perfetto per il Natale. E fate, come potete, buone feste.
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