Il 25 aprile non è una data che si guarda da lontano, come una fotografia ingiallita. È qualcosa che, se ci si ferma un momento, ancora brucia un po’. Non per retorica, ma perché riguarda una scelta umana molto semplice e molto dura: stare da una parte.

Prima istruzione: non pensarlo come un anniversario lontano. Il 25 aprile non è un ricordo ordinato, è una frattura — il momento in cui qualcuno ha deciso che stare fermo non era più possibile. Usarlo oggi significa non addomesticarlo troppo, lasciargli un po’ di quella scomodità.

Seconda istruzione: non delegare. È comodo pensare che la storia riguardi sempre qualcun altro, persone più coraggiose, tempi più drammatici. Ma il senso politico del 25 aprile è esattamente l’opposto: ricordarci che la linea tra partecipare e restare a guardare esiste sempre, anche adesso, anche nelle piccole cose.

Terza istruzione: accettare il conflitto, ma non svuotarlo. Ogni anno tornano le polemiche, le divisioni, le letture contrapposte. È inevitabile. Ma se il 25 aprile diventa solo questo, perde la sua funzione. Non serve a vincere una discussione: serve a tenere aperta una domanda.

E forse è questa l’ultima istruzione, la più difficile: non usare il 25 aprile per sentirsi dalla parte giusta una volta per tutte. Usarlo, piuttosto, per dubitare un po’ di sé, per verificare dove stiamo — davvero — nelle cose che contano.

È il 25 aprile ogni volta che qualcuno decide di non voltarsi dall’altra parte, anche quando sarebbe più facile.

È il 25 aprile quando una parola giusta viene detta, anche se costa qualcosa. Quando si riconosce un’ingiustizia senza cercare scuse, quando si sceglie — magari in silenzio, magari senza eroismi — di stare dalla parte degli altri.

È il 25 aprile tutte le volte in cui la libertà smette di essere una parola e torna a essere una responsabilità.

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