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Uno dei fenomeni più rilevanti di questa fase storica, che rischia di travolgere alcuni degli assetti fondamentali su cui si reggono tutte le società, è costituito dall’onda montante di un eterno presente, unica dimensione sentita come importante (reale?) e perciò meritevole di interesse e di investimento emotivo. Questo carattere sociale, ormai pienamente definito, attestando una concezione semplificata e monca del tempo, cancella o riduce all’insignificanza la complessa e profonda interazione tra i diversi versanti che segnano, con rotture e persistenze, il divenire storico degli individui e delle comunità. Corollario di questa situazione è l’indebolimento, o più spesso, la revoca della consapevolezza dei nessi e delle prospettive che tengono insieme passato, presente e futuro, con lo smarrimento o la svalutazione della memoria e del farsi della storia collettiva. Questa condizione assume una importanza cruciale in periodi come l’attuale, di grandi cambiamenti, di modifiche profonde e protratte che aumentano l’insicurezza e la paura per tutto quello che si perde e delinea un futuro dagli incerti, e perciò, inquietanti profili. Da questo intreccio di timori e smarrimenti nascono le richieste pressanti di risposte e rassicurazioni pronte e facili da usare. Questo sommovimento di sentimenti e, più spesso, di risentimenti porta alla ricerca di scorciatoie, e quindi, alla genesi di populismi che, non solo riducono il discorso pubblico ad un livello di primitivismo politico, ma ipotecano il futuro, una parte di esso almeno, in pantomime di rivoluzioni che consumano la forza generatrice ed evocativa delle radici popolari della società. Oggi, hic et nunc, non è in gioco solo una gigantesca redistribuzione di ricchezze e, conseguentemente, di poteri e formazione di nuove mappe economiche; questa nuova, spesso brutale, ridefinizione degli assetti geopolitici richiede un nuovo ordine che suggelli e legittimi i frutti della forza. Non per caso si cerca di creare nuovi Organismi e di definire nuove procedure che siano, simbolicamente e concretamente, il vessillo della conquista realizzata. Per questo è in gioco, non solo la democrazia, intesa come sistema politico, ma l’intero sistema di valori su cui si regge e da cui viene retta. La semplificazione, spesso proterva, delle complessità delle organizzazioni e dinamiche sociali e la riduzione ad uno stato solo emotivo dei problemi, sono atti costitutivi di un sistema di pensiero politico e di potere. Nella convulsa fase che viviamo, in cui sembra che la storia, quella grande e quella minuta, abbiano acquisito una accelerazione poderosa, sotto l’apparente caos di una transizione indefinita, in realtà un nuovo sistema ha preso forma e forza. Da qui, e dalle paure, abilmente usate come leve di manipolazioni di massa, si generano un nuovo senso comune e comportamenti che stanno cambiando, in profondità, le modalità relazionali tra le persone e il segno, generale, dei processi e degli ambiti della socializzazione.

Questo pone, di nuovo ma in misura e modi inusitati, il problema della definizione di sé e degli altri, degli individui e della comunità. Processo che richiede, sempre, una idea precisa di società e di umanità, cioè una definizione degli altri in quanto tali e, poi, di questi in rapporto all’individuo, e della fitta rete delle connessioni che connotano gli spazi, i percorsi e i limiti della trama delle relazioni.

Il prevalere, nella dinamica delle possibili aperture e chiusure – che implica sicurezza, curiositĂ , fiducia, desiderio di conoscenza, riconoscimento e reciprocitĂ  la prima, e paura, odio, rifiuto di ogni riconoscimento e reciprocitĂ  la seconda- dell’una o dell’altra determina il carattere identificativo delle fasi della storia. Quello che viviamo, è senza dubbio, un periodo segnato da chiusure, ansie sociali, individuali e collettive, e da una sorta di incattivimento generale, riflesso estremo e rivelatore dell’idea che si ha degli altri e, conseguentemente, di sĂ©. Potremmo dire che, mai come ora, appare attuale e vera l’affermazione “L’inferno sono gli altri” che Jean-Paul Sartre pone in bocca da uno dei personaggi della sua opera teatrale A porte chiuse, scritta nel 1944. E, forse, quel titolo, da solo, può raccontare la nostra epoca. Chiudere le porte, chiudersi dietro o dentro le porte può dare, certo, l’effimera sensazione di una protezione, di una difesa che stabilisce le linee di distanza e di sicurezza. Si dimentica, però, che quella porta chiude anche noi e la distanza non è una tutela, ma solo lo spazio dell’assenza imposta agli altri, soprattutto di quelli visti e definiti come diversi da noi e perciò, in qualche modo, pericolosi perchĂ© rompono l’ordine del conosciuto, dell’eguale rassicurante. La rarefazione dei rapporti e delle parole usate, il circolo sempre piĂą stretto degli ammessi oltre quelle porte, delinea una nuova condizione di solitudini di massa, cellule sempre piĂą disarticolate di una societĂ  che tende a ridursi, da comunitĂ  ad aggregati di piccoli gruppi, tenuti insieme da legami tenui e a bassa intensitĂ  emotiva. Ma non è, questo, il profilo di un esito realizzato pienamente. Non ancora, almeno. Vi sono energie, parole e riflessioni, sistemiche e no, che non vediamo, posti come siamo di fronte a nuove linee di faglia sociali e culturali che sembrano gorghi. La complessitĂ  non concede sconti; se ne può fare una caricatura, ma i temi posti dalla rottura di un intero ordine internazionale e dalla frantumazione dei sistemi quotidiani di rapporti e di regole condivise, richiedono la ricerca e la scelta di soluzioni. Qui vi è il vero punto di caduta: provare a mettere insieme, con fatica, i fili, ora sfrangiati, di una nuova, possibile trama o lasciar fare ad altri tessitori tutte le scelte. Dentro questo processo va, dunque, ridefinito il rapporto comunitĂ -individuo e il luogo del sĂ© e degli altri. Possiamo uscire da un inferno di negazioni e paure, di sguardi negati e diritti violati e provare a costruire uno spazio nuovo di incontro?  E farlo cominciando a lavorare ad una ecologia civile della parola – dentro e fuori il mondo dei social- come condizione per l’elaborazione di un nuovo discorso pubblico e privato che possa esprimere, con strumenti nuovi, questa ricerca? Ä– possibile trovare un senso, una direzione nel magma ribollente di guerre, ingiustizie, diseguaglianze, violenze e abusi piccoli e grandi? La risposta è sì; possiamo farlo e farlo è tanto difficile, anzi difficilissimo, quanto necessario. Ogni filo, per quanto piccolo è essenziale al componimento del disegno generale; ogni assenza genera un vuoto. Il profilo del tempo che viviamo e di quello che verrĂ  sarĂ  il risultato di ogni nostro impegno, di ogni nostro filo, di ogni nostra parola. Siamo di fronte ad un bivio che non presenta scorciatoie e occorre scegliere fra l’incertezza faticosa e, a volte nebulosa, di tracciare una strada e la fatica, solo apparentemente minore, di chiudersi dentro bozzoli sempre meno impermeabili. Il primo passo è quello di riscoprirci, tutti, dentro la comune condizione di essere altri e degli altri specchio e parti costitutive del sĂ©, e, poi, di contribuire a costruire una comunitĂ  che sappia essere matrice di un comune e condiviso destino.

Il secondo passo è rivendicare, intanto, come atto di resistenza, di fronte al panorama quotidiano di grandi e piccole viltà, di fughe e di cattiverie spesso gratuite, messe in atto solo per non specchiarsi nel volto dell’altro, la parola buonista. Sì, si può essere consapevoli delle difficoltà, delle asperità dei rapporti, delle differenze a volte taglienti e cercare, ostinatamente, invece del coltello che taglia, il polso che tiene insieme lo stesso filo. Tenerlo ben teso, per sé e per gli altri, come testimone e memoria per il prossimo passo da fare insieme. Una resistenza, una memoria, un investimento del sé verso gli altri, che generano atti concreti, specchio di una opportunità non solo desiderata e astratta, ma possibile.

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