
Encomiabile sempre quando un editore sceglie di rivitalizzare opere uscite di scena, portandole ancora alla luce, non come atto archeologico ma come atto poetico in sé, che non ubbidisce alla dominanza delle mode e del tempo. Per scelta di Antonio Bux, allora direttore della collana “Le Mancuspie”, Rossana Ombres ci incontra con questa sua opera che nel 1974 ricevette il Premio Viareggio. Poeta, narratrice, giornalista, Ombres è stata sempre apprezzata, ricevendo diversi riconoscimenti, tuttavia per la sua inafferrabilità, per la sua complessa, coltissima, lavorazione del tessuto lirico, per essere fuori da ogni codifica, per la sua sospensione tra il reale e il simbolico, è lentamente uscita dalla scena letteraria.
L’energia incandescente di Ombres è quella di includere l’improvviso, l’impensato, in una dinamica vertiginosa in cui il quotidiano e il simbolico si impastano e diventano stessa materia lirica. Si intersecano i registri di una sofisticata nominazione con il quotidiano. Tutto è presente. Il filo lirico ad alta tensione impone al lettore una doppia lettura: assecondare la velocità dell’interconnessione e al tempo stesso, rallentare con lente d’ingrandimento il canto fino a coglierne il dettaglio, il fruscio dello spostamento.
Il titolo dell’opera è magnetico. Promette il brulichio, il caleidoscopio, il carnevale che nulla ha del disordine, ma la cui composizione coriandolesca ha una sua matrice organizzata, lavorata, cesellata.
Portarsi alla psicanalisi del testo sarebbe radiografare una fontana cromatica. L’amore tiene tutto, compresa l’insostenibilità degli infiniti che la poeta sente, nomina e canta.
Il saggio di Andrea Breda Minello e le note finali sostengono chi legge.
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