
Abolire l’impossibile. Le forme della violenza, le pratiche della libertà propone una riflessione sull’abolizionismo come prospettiva politica e come metodo di analisi del presente. Una domanda che attraversa l’intero volume: è ancora possibile pensare l’utopia in un tempo segnato dalla normalizzazione della violenza, dall’espansione delle diseguaglianze e da un crescente ricorso a dispositivi securitari?
Il libro assume l’utopia come pratica concreta, richiamando “L’utopia della realtà” prodotta dall’esperienza basagliana, ossia: uno strumento per rendere pensabili e praticabili trasformazioni radicali. In questo senso, “abolire l’impossibile” significa sottrarre alcune istituzioni e categorie (da sempre considerate naturali o inevitabili) al loro statuto di evidenza, e mostrando come siano prodotti storici e quindi, in quanto tali, non solo modificabili, ma se necessario, superabili.
La prima parte del volume è dedicata alla ricostruzione delle forme della violenza. Attraverso una genealogia che intreccia violenza originaria, coloniale e istituzionale, il libro mostra come le istituzioni moderne, dal carcere al confine, dalla polizia alle pratiche di controllo, siano profondamente legate alla gestione delle diseguaglianze e alla produzione di esclusione. La cittadinanza stessa viene letta come un dispositivo ambivalente, un giano bifronte capace al contempo di includere e di produrre scarti sociali, eccedenze e soggettività problematiche.
A partire da questa cornice teorica, il testo si concentra sulle pratiche concrete della violenza, articolate attraverso una serie di “affioramenti”. Si tratta di episodi, di cronache e situazioni che rendono visibili le forme contemporanee del controllo e della repressione. Dai confini europei alle carceri, dalle politiche migratorie alle pratiche di polizia, emerge un quadro in cui la violenza istituzionale non appare come eccezione, ma come elemento strutturale delle democrazie contemporanee.
Su questa base si innesta la riflessione, necessaria, sull’abolizionismo. Il libro distingue tra abolizioni già realizzate, abolizioni possibili e abolizioni “impossibili”. Le prime (sono stati scelti come esempi l’abolizione della schiavitù o il superamento del manicomio in Italia) mostrano che anche istituzioni radicate possono essere smantellate. Le seconde, ossia le abolizioni possibili, riguardano dispositivi come il carcere, il confine e la polizia, che vengono analizzati come strutturalmente non riformabili e quindi oggetto di un possibile processo abolizionista.
Il passaggio più radicale del volume riguarda però le cosiddette “abolizioni impossibili”: la messa in discussione di strutture profonde come il patriarcato, il razzismo, il lavoro e la proprietà. In questo caso, l’abolizione non può essere intesa come un semplice intervento istituzionale, ma implica una trasformazione culturale, politica ed epistemica. Si tratta di processi che richiedono un ripensamento complessivo delle forme di convivenza e dei rapporti di potere che organizzano la società.
Il libro si colloca nel solco del dibattito abolizionista sviluppato in particolare negli Stati Uniti, ma lo rilegge alla luce del contesto europeo e mediterraneo, mettendo in dialogo tradizioni teoriche diverse: dal femminismo nero e decoloniale alla critica della violenza strutturale, fino alla lezione basagliana sul rovesciamento delle istituzioni totali. In questa prospettiva, l’abolizionismo non è una semplice critica del sistema penale, ma un progetto politico che connette carcere, razzismo, capitalismo e patriarcato.
Nelle sue pagine conclusive, Abolire l’impossibile propone una riflessione sulla speranza come pratica politica. Di fronte a un presente che tende a chiudere lo spazio del possibile, l’abolizionismo viene inteso come un lavoro collettivo di immaginazione e costruzione di alternative. Non si tratta solo di eliminare istituzioni oppressive, ma di creare le condizioni per forme di vita diverse, capaci di ridurre la violenza e ampliare gli spazi di libertà.
Il libro invita a considerare l’utopia come una necessità politica e un’urgenza del presente: lo spazio del possibile, ossia la traduzione letterale ed epistemologica proprio di u-topia, diventa un modo per organizzare la speranza e orientare l’azione in un tempo in cui la trasformazione appare, più che mai, urgente.
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