Autore ignoto

Cara Anna Maria,

grazie della richiesta di raccontare come ho iniziato a lavorare, a modo mio, nella comunicazione che chiamo per comodità poetica. Per intenderci più o meno, perché credo sia impossibile definire poetico. Sarebbe come voler definire il crearsi della vita, impossibile, per me.
  Non è semplice, ma non posso dire di no. Ho un obbligo, legato proprio a quegli anni. La difficoltà principale è che per me il passato è passato. Di ciò che passa mi interessa ciò che rimane: se e come ogni esperienza modifica l’istinto che governa il mio comportamento. La mutazione, il mutamento, l’istinto dell’oltre andare.
  I ricordi evaporano e risulta quasi impossibile fissare date e volti. Rimane però chiaro l’ordine dei problemi, le sensazioni, le umanità e la certezza della fortuna di aver partecipato, assieme a molti altri, ad una vicenda credo molto particolare e unica. Naturalmente alla mia maniera, e per me non può esserci un altro modo.

Mi rivolgo a te personalmente perché non riesco a parlare se non è un dialogo, per comunicare; e non saprei proprio chi oggi, oltre te, potrebbe averci un qualche interesse; sempre che ci sia qualcosa di interessante da comunicare e che io sia capace di esprimerlo.

  Si parla di più o meno 50 anni fa, a Bologna, dopo il ’77. Anzi dopo il ’68, (avevo 18 anni), dopo la delusione tragica del rapporto di una generazione con la politica (io ero iscritto alla Sezione universitaria di Bologna del Partito Comunista, non al Partito Comunista: diciamo democrazia dei consigli, per intenderci), dopo l’incapacità della politica (in primis il PCI) di dialogare con istanze sociali, morali ed etiche tutt’ora irrisolte, dopo la folle deriva delle Brigate rosse e simili, (una tragedia per tutti), e dopo l’epilogo, che avrebbe dovuto essere scontato, dei carri armati a Bologna nel ’77, chiamati dal PCI.  Scontato, se ci fosse stata un po’ di memoria di cos’era stato il comunismo o più in generale la sinistra.
  Nelle pochissime ricostruzioni di quegli anni che casualmente ho incontrato, non ne ho trovato una umanamente attendibile: solo giustificazione di interessi di parte.  Comunque, passato anche questo epilogo della tragedia, rimanevano alcuni “puri” sbandati, potenzialmente disadattati, orfani del sogno di fratelli liberi e uguali, che avevano perfettamente capito cos’era la sinistra (e il centro e la destra) ma che non riuscivano a rinunciare al sogno. Nel pochissimo che ho letto, c’è una lettera di E. E. Cummings alla sorella che esprime molto bene la situazione, del perché si doveva stare lì, anche se si riferisce a prima della seconda guerra in America.

  Questa tragedia della sinistra è più o meno come e perché alcuni della mia generazione si avvicinano alla poesia, o a quello che il senso comune intende per poesia, o alla sua retorica. Ma bisogna essere chiari: essere fratelli liberi e uguali (con tutto e con tutti) è il sogno di giustizia che si trova alle origini del tempo. Vive come un fiume carsico, che ogni tanto riemerge come un sogno collettivo, oltre che individuale. Sarebbe bene ricordare che fu anche il sogno della rivoluzione francese, la nascita del mondo moderno; e se appare anche nella costituzione francese del 1958, una ragione dovrà pur esserci. E se fallisce ovunque, e se ovunque si continua a sognare oltre il fallimento, anche qui una ragione dovrà pur esserci.
  Ma solo per dire che non si trattava di digerire una morte qualsiasi. E fino qui tutto è facile. È sociologia. Il difficile arriva ora. Come riesce a vivere ancora quel sogno, oltre la tragedia raccontata per linee estremamente sommarie? E qui arriva il nome, e il problema, Roberto Roversi.

  Prima di questo però è bene dire che Bologna in quegli anni, e anche nei successivi, non era una città qualsiasi. Era forse il laboratorio principe in Italia, forse il più importante e probabilmente secondo a pochi nel mondo. Per tutto, e soprattutto per quello che qui interessa, la comunicazione: editoria del movimento autoprodotta, fogli volanti compresi di poesia, teatro, performance, radio libere, molto in Italia, parecchio, nasce qui, spontaneo ed autogestito. Fuori dai partiti, dalle istituzioni, dallo stato.  Nasceva, si creava, accadeva, era naturale, e tutti si sentivano egualmente protagonisti. Fratelli liberi e uguali. Non era proprio così, forse. Forse ci piaceva solo sognare che lo fosse, ma comunque la vita era un sogno.

  E anche se fosse stato solo un sogno, un’illusione, era comunque uno dei privilegi più grandi allora immaginabili, e forse anche oggi, essere parte di quello che succedeva a Bologna, per quanto il più semplice “compagno di strada”, (non di partito). Era così anche da altre parti, ma io l’ho vissuto a Bologna. E non sarebbe stato una tragedia se fosse stato solo illusione il sogno.

  Roberto Roversi era molto attivo nella comunicazione poetica con alcune scelte personali che lo collocavano certamente in una posizione molto contrastante sia con l’editoria che con l’accademia, benché dichiaratamente di sinistra, molto vicino al Partito Comunista. Certo assolutamente indipendente, e certamente non si lasciava usare ma lo usava.  Forse proprio per questo, e nonostante questo, diventa il punto di riferimento e il collante per alcuni, forse molti, di questi orfani del sogno. Roberto lo era già per molti “poeti”, era stato attivo fin dall’immediato dopoguerra, era già una parte della storia della poesia italiana del dopoguerra, o della sua cronaca; ma alcuni dei nuovi arrivati, se non tutti, non ne sapevano niente, o molto poco della Poesia. Mentre gli altri facevano riviste, fondavano e scioglievano gruppi, scrivevano e pubblicavano, ecc., ecc. … “questi” facevano politica militante. Insomma, credo che si capisca. Erano mondi che avevano molto poco, se non niente in comune.

  L’altra cosa interessante è che gli ultimi arrivati, a parte l’aver vissuto sulla propria pelle la tragedia, avevano quasi nulla in comune l’uno con l’altro. Non erano un gruppo, era un ammasso abbastanza caotico di istanze in primo luogo esistenziali, di storie personali diversissime e lontanissime le une dalle altre. Vorrei farti un esempio che mi serve per dopo. Maurizio Maldini, (Diddo), veniva da Lotta continua e aveva un modo di vivere e una cultura e ambienti che non avevano assolutamente niente in comune con me. Solo aver vissuto alla propria maniera il sogno. Ognuno cercava, seguendo la sua natura, il suo istinto, un modo per andare oltre, per continuare a vivere sentendosi vivi, non solamente sopravvivere (come morti). Per dirlo in un modo un po’ crudo ma chiaro, senza offendere nessuno, era vita che cercava la sua espressione non letteratura, era vita che cercava il modo per continuare a vivere oltre una morte. Naturalmente non tutti erano così; c’era anche chi già cercava la carriera e chi faceva letteratura. Ma a me questi non interessavano, e non interessano.

  Non che la letteratura non sia vita che cerca la sua espressione. Tutto è vita, tutto è espressione, e non si sceglie la propria vita, e non voglio e non cerco polemiche. Mi serve però per far vedere che Bologna era una piccola metropoli; non rifaceva, creava dal nulla qualcosa che prima non c’era. Era, a suo modo, avanguardia; un momento, un cimino della cresta dell’onda di quel tempo storico. E non sapeva di esserlo. Lo viveva, e basta, come solo a Bologna l’abbiamo vissuto. Unico e irripetibile. A Bologna come da altre parti, unico e irripetibile.

  Succede poi, nelle vicende che si susseguono, che Roversi sceglie alcuni di questi per fondare La cooperativa dispacci. Credo che fosse l’81. Ma sarebbe bene che tu chiedessi a Diddo, perché ha un’importanza fondamentale nelle vicende di quegli anni, almeno dal ’77, ben prima dell’81. Ed ha la documentazione di tutto. Sarebbe di una importanza fondamentale che lui ricostruisse come dal ’77 si arriva alla Cooperativa dispacci dell’81. Dopo Roberto, ma io penso assieme a Roberto, è lui che può dire, dati alla mano, cosa è realmente successo nella poesia in quegli anni a Bologna. Spero di riuscire a tornarci dopo.  Diddo potrebbe raccontarti di come rinasce qui una comunicazione, e un modo di stare nella comunicazione, che viene da molto lontano ed andrà molto lontano. Io ci arrivo nell’81.

  La Cooperativa dispacci è molto attiva ovunque, comprese radio, manifestazioni sindacali e politiche, carceri, centri sociali, feste, ecc. Ma per quello che qui più interessa, direi che le cose più significative fossero Numero zero e Lo spartivento. In più c’era un movimento collaterale dei singoli, (ma anche lontano da Dispacci), che producevano in proprio. Era la scuola, il modo di Roberto, (ma anche dell’avanguardia più in generale), e Diddo vi si inserisce con una propria precisa e già formata personalità e responsabilità, giocando un ruolo fondamentale nel come tutta l’esperienza di comunicazione del movimento continua a vivere nella e attorno alla Cooperativa dispacci. Tende o tenta di essere comunicazione poetica. Permettimi il termine, perché molti di noi di poesia non ne sapeva proprio un bel niente. Sempre che ci sia qualcosa da sapere della poesia.

  Io arrivo solo ora. Facevo altre cose. Lavoravo già in Biblioteca, e questo mi dava modo di fare trasmissioni su libri, anche di poesia, perché era il mio lavoro, e di poesia in diretta, già da diversi anni. Allora Radio città. Poi sono passato a Punto radio, con una piccolissima esperienza di giornalismo radiofonico a 360 gradi.   Collaboravo con La società (una interessante rivista di politica e cultura) e fra le altre cose facevo interviste a protagonisti, allora, come Massimo Cacciari e Franco Rella. Cosucce simili. Underground metropolitano, facevo cose e vedevo gente, ed ero in contatto con Roversi, per quello che a me serviva, prima umanamente e poi culturalmente. Sai Anna, Roberto era una miniera inesauribile. Non so grazie a quale incredibile magia, tutti ci trovavano quello che cercavano. Magari senza saperlo.
  Fu così che Roberto mi chiese, unico che non scriveva poesie, di essere socio fondatore della Cooperativa dispacci. E mi ha praticamente messo la penna in mano. Cosa ho scritto non lo so, e non mi interessa saperlo. So che Roberto mi ha messo la penna in mano, chiedendomi di scrivere una “poesia” per una trasmissione di poesia così, di punto in bianco, in riunione davanti a tutti. Cosa potevo fare?
  Non mi ricordo quale fosse l’”argomento” sul quale dovevamo scrivere. In qualche modo l’ho fatto. Era poesia? Che importa.  L’ho fatto perché mi divertiva, perché il mio istinto mi diceva che era la cosa giusta da fare, in quel momento. C’ero con tutto me stesso. Come in un gesto.

  Io credo per ciascuno di noi fosse così: era la cosa giusta da fare. In un panorama di diversità umane e culturali, e in un crocicchio della comunicazione che, per quello che si poteva, non era proprio retroguardia. Poter far parte di quell’esperienza è stata una delle più grandi fortune della mia vita. Non per tutti, ma per altri so che è stato così. È stata un’esplosione di fiori di bosco e sottobosco, di una varietà e spesso rarità unica, una fioritura di primavera a 360 gradi. Si tornava a sognare. Un modo migliore non poteva esserci per iniziare. Le differenze erano tutte splendide occasioni per imparare. Ad un livello culturale talmente alto che solo la presenza di Roberto poteva permettere. Avevo appena iniziato, e mi regalò una preziosissima antologia della poesia provenzale. Proprio il calcio nel culo che mi ci voleva: se vuoi andare lì, impara ragazzo.

  Cara Anna, io ti dico il mio. Credo però che, per ciascuno alla sua maniera, Roberto sia stato così importante per tutti. Con tutte le nostre differenze, che naturalmente nel tempo non potevano non venir fuori e indirizzare alcuni a cercare altre strade. Ma se si andasse a rileggere i testi che circolavano in quest’ambiente, probabilmente si avrebbero non poche piccole sorprese. Non per me, io cercavo solo di imparare di cosa si trattava. Sillabare parole era troppo, cercavo di balbettare l’alfabeto. Senza averlo imparato.
  Sono sicuro che, alla fine di tutto quello che potremmo dire, questo era, ed è, il problema. Bene o male era qualcosa che alla sua maniera aveva a che fare con la poesia e con questa doveva fare i conti. E come poesia andrebbe letta. E, se possibile, nel suo panorama collocata. Alla fine scrivere poesia è quel fare che crea dal nulla qualcosa che prima non c’era, in “Poesia” come ovunque, in qualsiasi fare, ed ha una storia. C’è o non c’è nella sua storia? E se c’è, di che vicenda si tratta. Questo era ed è il problema.

  E da questo punto in poi non sono in grado di dire più niente. Tuto è scritto lì, nero su bianco; chi può e vuole leggerlo, lì lo trova. Anche come le varie differenze comunicavano, o non comunicavano, fra di loro. Dove era dialogo e dove era un parlare fra sordi. Io, anche se ne fossi capace, (e non lo sono), non potrei farlo.

  Si potrebbero tentare alcune domande. La prima è: Perché nessuno ha avuto la curiosità di andare a rileggere cosa è veramente stata nei testi questa vicenda? Chiaro, la presenza di Roberto portava, e porta, ad etichettarla facilmente, equivocando sia su Roberto che sul resto. Inoltre Roberto era uno, e diciamo già più che ben formato e collocato. Ma Roberto era uno. E la vicenda ha riguardato un numero molto ampio di persone, che qui hanno trovato la possibilità che la loro voce potesse essere ascoltata da altri. Che diventasse comunicazione.  Una individualità non più afona. E un numero molto ampio vuol dire forse il numero di voci più ampio in quel momento in Italia.

  La seconda è: Premetto che io sapevo molto poco se non niente della poesia di allora (e niente di quella di oggi), però si potrebbe tentare da una parte Einaudi, Mondadori, e tutta l’Accademia e dall’altra l’avanguardia, che aveva anche lei i suoi problemi.

  Questa esplosione di individualità dove si colloca? Spesso, soprattutto quella più acerba, improvvisata e comunque ancora immatura, non ci sta, né di qua né di là. Di che cosa è trasparenza, o espressione? Io, se fossi un poeta, mi verrebbe da pensare che non c’è una vita che vale di più ed una di meno. L’espressione di queste vite che nessuno fino ad ora ha avuto la curiosità di leggere o ascoltare, cosa ha da dire nel divenire dello specifico poesia o, forse meglio, nel mutamento.
  Credo che varrebbe la pena curiosare un pochino.
  Tu mi conosci molto bene Anna. Sai che una volta avrei urlato queste domande … divertendomi a farmi sparare. Oggi le sussurro accanto al fuoco, ben attento che non siano udibili oltre il calore del fuoco e il chiarore della fiamma. L’amicizia fraterna. Il mio obbligo. La vita deciderà, noi possiamo solo con gratitudine a lei sottostare, se abbiamo la fortuna di questo potere. Così conduce oltre l’ultimo banco in fondo, alla scuola della vita.

  Negli anni ’80 feci una curiosatina simile nella poesia della guerra civile spagnola, piccola piccola, una vacanza a Madrid. Se non l’avessi fatto non sarei mai arrivato a Prados. È chiaro, potrebbe farlo solo un poeta … Grazie per avermi aiutato a mettere a fuoco meglio una mia morte e rinascita; ma te lo chiedo con il cuore: se ti interessano veramente quegli anni, chiedi a Diddo; ed è anche uno che sa cos’è comunicare.   Mi piacerebbe se il mio grazie non fosse di maniera; e ti trascrivo un testo del 1971, la disillusione del sogno era già iniziata. Per ora lo lascerei anonimo. Sarà nella nostra scocomerata newsletter aziendale che tu conosci, credo.  Nota bene: 1971, che è anche il titolo. Gli errori sono testo.

1971.
Accoglienza fraterna, questocchio rende viva
la sua vita come vero insegnante di accogliere
abbracciare la sofferenza altrui, nonè come
quel povero uomo che non cerca altro che guerre e violenza
d’ogni genere come vera e propria produzione del
suo potere, Osservate edscoltate questa Natura
non sarai più un disumano.

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