Foto di David Mark da Pixabay

Piove acqua siberiana in questo Shabat da Cappella Sistina.
Vento, tuoni e fulmini agitano le palme.
Impressiona, dispiace più degli altri alberi, vedere le palme battute dalla tempesta.
Il clima è quello giusto anche se, mi spiace, non fumo la pipa né altro; prima fumavo però mi prendevano i sensi di colpa e ho smesso.
Ancora oggi, ogni tanto, mi attrae il vizio del tabacco ma sul desiderio prevale, come per il resto, l’autocontrollo.
Quanti eccessi!
I vizi è meglio goderseli senza soffrire.
Ideogrammi, segni cufici, il tigrino o l’aramaico, è bello l’esercizio della scrittura, polvere stellare della Notte Santa, arabeschi dalla Madrassa di Boukhara, preziosismi su seta translucida, croce e delizia per chi legge.
Sono costretto all’uso del PC, quasi condannato dal tempo ostile, di cosa vorrà mai vendicarsi? ma sarebbe così bello poter fare lo “stilobata”.
(il mestiere di  â€œstilista” non mi interessa punto).
Once upon a time, durante un viaggio fra Siria, visitai un bellisimo monastero di un tal Santo X, lo stilobata, per l’appunto.
Pare infatti che il mistico trascorresse il suo santissimo tempo a meditare appollaiato su una colonna allo stravento e incurante delle stagioni.
Una signorina, molto alletterata e priva della seducente virtù del silenzio, notò stupita: …quanto avrà mai scritto!
Tutti risero, io no, anzi prima risi anch’io, poi provai pena per tanta ignoranza in terra straniera.
Solo in seguito pensai che tutto sommato, a scrivere muove lo stesso piacere, la stessa emozione che credo si provi a scrutare l’orizzonte, fosse pure dalla scomoda sommità di una colonna
E se poi anche nello scrivere ci fosse l‘inconfessata convinzione di espiare tutti i peccati del mondo?
Forse che Dostojevskij non potrebbe essere stato uno stilobate e avere scrutato, per pena comminatagli da qualche accigliato pope, le fredde colline e i filari di betulle che dolci scendono sulla Neva?
E se Karamazov fosse saltato fuori fra un “appollaiamento” e l’altro?
Forse che scrivere, come meditare, non è capire e quindi espiare o anche, perché no, e-spiare?
Sono solo povere elucubrazioni, volevo solo dire che al PC non mi riesce bene fare le due cose, cioè scrivere e meditare, come si vede.
Inoltre devo confessare, con qualche vergogna, di non aver mai ballato il tango.
Forse è successo qualche volta negli anni teen, pesco nel buio della memoria, ma il tempo scolora e non perdona.
Sarò stato per questo poco macho?
In verità amavo ballare il tango e pure altro.
Una volta ballando Satisfaction dei Rollimg Stones mi agitai tanto che mi saltarono gli occhiali dal naso e fu una tragedia, io orbato e gli occhiali calpestati… dalla musica dei Rolling!
Gli astanti risero di gusto a vedermi chino e pensoso sul pavimento a raccogliere reperti e vergogne.
A mia discolpa, parziale, ho avuto donne in genere insensibili al ballo, incapaci di lasciarsi andare con un minimo di tecnica che non fosse il ciktucik che serviva allo scopo quando per toccarsi non c’era che la cinquecento o la balera.
A quel tempo si credeva che il trentèllode fosse inconciliabile con le malie del rokkenroll o col far tardi la sera.
Comunque l’esperienza del tango mi manca, quella musica intrigante e maliziosa rinnova il dolore ed oggi pagherei una cifra per un corso in una escuela de Bajres nella storica Piazza Dorrego.
Ho strappato il tappo ad una bottiglia vuota, mi rileggo con gratitudine e stupore, come sempre, imbarazzato.
Troppa Nutella anche stasera?
Nessuno ha bevuto a così grandi sorsi i miei poveri versi, mi domando cosa può, complice il vento sabbioso del Sud, lontano e loco, conciliare una lettura cosi…comprensiva!
In ogni caso…chapeau!
Per parte mia continuerò, cosciente, a giocare con la penna, coi suoni, con le parole.
In fin dei conti non è poi così dannoso, almeno per gli altri.
Quanto a me…non è più pericoloso che non sia attraversare di notte uno stradone di periferia.
Ieri sera, crollavo dal sonno, mi sono venuti in mente i nudini di De Pisis, ragazzini teneri e ambigui, privi di alcunché, sorpresi fra gli scogli o nell’afa di una lunga spiaggia adriatica.
Adesso si potrà pensare di tutto visto che non fumo il sigaro alla Hunfrey Bogart, non ballo il tango col pugnale fra i denti e in più mi vengono in mente le leziose figurine di De Pisis!
In realtà, da qualche parte ci sarà una foto che mi scattò mia zia al mare di Mondello, col costumino, ma smilzo e implume, proprio come i “modelli” di De Pisis. Forse per questo il pittore resterà fra i miei preferiti.
Ci si può mai sentire così, bimbi senza innocenza e privi pure di una misera foglia di fico da usare alla bisogna?
Proprio a questo in verità mi faceva pensare il pittore quand’ero poco più che un ragazzo.
Mi chiedo se può mai essere questo il mestiere dello scrivano, uno spogliarsi dietro uno scoglio per approssimarsi, furtivi e indifesi, al mistero delle cose, alle emozioni, al dolore che impedisce alla carne di rimarginare?
È ancora la poesia, un francescano rifiutare il superfluo per andare impudicamente, sfrontatamente, vis a vis, là, in fondo alla luce del pozzo, a tentare, misero Icaro, di osare dove nessuno deve.
La mia Cvetaeva e tanti altri ci hanno rimesso la vita in questo osare, non hanno vinto né premi né lotterie, hanno creduto di poter scendere al buio, gradino dietro gradino perché è così, solo così, che può avere oggi un senso fare poesia.
Un viaggio avventura nell’infelicità e nel dolore, nell’attesa che qualcuno voglia dare degna sepoltura ai miseri resti del fratello sulla spiaggia deserta e livida.
A questo ho pensato ieri sera rivoltando fra le mani il mio volumetto.
A questi pensierini della sera dunque, ancora un inchino e giù il sipario!
S’aggiunga pure che la vita, la mia vita ha attraversato se stessa senza che una donna, almeno una…m’abbia fatto mai sentire un vero tanguero.
Così stando le cose, ad occhi bassi, e come i veri gentiluomini, col cappello sul cuore in segno di rispetto, depongo davanti ad una foto sbiadita di bimbo ignaro il mio inutilizzato garofano rosso, ancora fresco di rugiada.

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