Asmara, Eritrea. Wikipedia

Biglietto, passaporto, macchina fotografica. Anche la valigia è pronta, ricolma non tanto di indumenti, quanto di qualche pezzo di Parmigiano Reggiano, buoni salumi e, per ogni evenienza, polpo surgelato perché lì, all’Asmara (come in molti ancora dicono) certe cose non si trovano e si sa, ogni tanto una spaghettata vera, anche ai meno nostalgici, viene voglia di farsela.

È il febbraio 2008, una storia sentimentale si è conclusa da non molto e, forse, anche per distrarmi, mi accingo a prendere l’aereo per l’Eritrea. Vado a trovare mia mamma, che si è trasferita da Addis Abeba alla Scuola Italiana di Asmara, la più grande all’estero per quantità di studenti. un’istituzione storica.

Con me una cugina ed i suoi due figli di pochi anni (oggi è a quota quattro), consapevole che in viaggio dovrò assumere impegni pari ad un padre, perché il loro, in quanto israeliano, non è ammesso sul volo Yemen Airways (molto più economico degli altri) con cui voleremo noi. È costretto a volare con un’altra compagnia, in anticipo di un giorno.

E già il viaggio si presenta emozionante.

Scalo a Sana’a, capitale dello Yemen; da qui, presa la coincidenza, atterriamo ad Asmara qualche ora dopo.

L’aeroporto è forse uno dei più piccoli che abbia mai visto: marmo, neon e tanti ragazzi e ragazze in divisa militare a guidarci con fare gentile ma autoritario. In un piccolo salone, percorsi ben precisi stabiliscono la procedura di controllo dei passeggeri in entrata: controllo del passaporto, verifica del visto, dichiarazione del denaro contante perché, quando ripartiremo, verificheranno le ricevute a dimostrazione che la quantità mancante sia stata cambiata legalmente e non al mercato “nero”. In presenza di “sospetti”, c’è l’apertura del bagaglio (chissà che penserebbero del parmigiano…. e del polpo!?).

Usciti dall’aeroporto, ecco mia madre ad accoglierci. Si presenta con un fuoristrada bianco ed è felice sia di vederci, sia per la ragione che in questo paese si sta trovando bene ed è forte il desiderio di mostrarcelo e condividerlo con noi.

È notte, attività e negozi sono chiusi e pochi fiochi lampioni illuminano le strade (con qualche insidiosa buca) ma non riesco a vedere molto perché, tra la distrazione delle prime chiacchiere e la ridotta distanza dell’aeroporto dalla città, in pochi minuti siamo a casa.

Una bellissima villa, che subito mi trasmette, franco, lo stile italiano degli anni ’30. Un cane, dolcissimo e in forma, ci dà il benvenuto facendoci le feste. È Blacky, mia madre me ne aveva parlato.

Una splendida città ritroviamo alla luce del mattino seguente. Lungo la piazza su cui affaccia la casa, come fosse un autodromo, data anche la forma allungata della pianta stessa, corrono zompettanti vecchie fiat 600 di tutti i colori, alcune anche modificate nella carrozzeria, più per via della scarsezza dei pezzi di ricambio e della conseguente abilità nel riuso dei più disparati materiali, che non per vere e proprie personalizzazioni nell’estetica. Sono le auto utilizzate per la scuola guida con cui fanno esercitare gli allievi. Per le strade si possono incontrare uomini straordinariamente eleganti, talvolta con il borsalino in testa, e donne avvolte dal bianco tessuto dell’abito tradizionale bordato dei più diversi colori. Per alcuni versi la città sembra ferma ad un’altra epoca, le insegne dei negozi sbiadite dal tempo sono quelle originali in lingua italiana: latteria, ferramenta, Bar Vittoria, ufficio postale. Poco traffico. La città non è molto estesa. Molte biciclette.

È una bolla, siamo in Africa ma siamo anche in Italia: una strana sensazione.

Trascorrono le giornate tra bicchieri di tè speziato (chai b’kemam) e passeggiate per le vie della città, insalate di pomodori dal sapore vero (quasi esclusivamente qualità San Marzano) e la “guerra” alle mosche: la cucina ne è piena.

Si può girare liberamente, a tutte le ore. Nessun pericolo, semmai disponibilità all’aiuto. Ho anche richiesto la patente temporanea locale e la mattina possiamo vagare per la città con il fuoristrada bianco di mammà in attesa di andarla a prendere all’uscita da scuola. La vecchia autoradio canta Ivano Fossati e brani della colonna sonora de “Il Postino”, per via di due nastri trovati in macchina che facciamo girare e rigirare ininterrottamente: ancora oggi mi sento ad Asmara, se ascolto quella musica.

Tutto scorre tranquillo ad Asmara, non c’è molto, ma c’è tutto. Tutto quello che a me piace, tradizioni, pace e semplicità. Voglio mescolarmi il più possibile, non ho mai amato sentirmi turista e cerco in ogni modo di confondermi nell’ambiente. Difficile ancora capirlo veramente perché si sa, quando una realtà nuova ci circonda, spesso l’emozione e la curiosità ci fanno apparire ogni cosa bella, ma io credo proprio di sentirmi a casa.

L’acqua è raccolta in cassoni e l’erogazione dell’acquedotto comunale è regolare ma sempre meglio gestirla con parsimonia perché, se malauguratamente si dovesse rimanere senza, le quiete giornate verrebbero disturbate quasi interamente dalla gestione dell’approvvigionamento del caso. Se ad Asmara è riconoscibile la mano italiana nelle strutture urbane, altrettanto facilmente si scopre che quell’influenza si può ritrovare anche dentro gli edifici. Negli uffici è il trionfo della burocrazia. Serve un’autobotte? allora: una lettera di richiesta ufficiale da parte della scuola all’acquedotto, ma forse manca la corrente ed il modulo non si può stampare, oppure hai il modulo ma non chi te lo firma perché non è andato al lavoro in quanto, forse, quel giorno piove e tutto si ferma (molti si muovono anche dalle campagne in bicicletta – biciclette bellissime); oppure è ad un funerale (speriamo non il suo), o semplicemente è l’ora del tè. Sacra! Finalmente hai il tuo modulo firmato, ma prima devi passare a farlo vidimare in un altro ufficio (forse anche due), situato tendenzialmente dall’altra parte della città. Gli orari di apertura, anche questa volta sono variabili, ed è tutto lasciato al fato. Poi, se anche intercetti un’autobotte, non è finita. Gli appuntamenti sono molto approssimativi e così tra uno “sto arrivando” e l’altro, aspetti. E aspetti.

Analoga trafila vale per la bombola del gas, per la revisione dei mezzi (che ad Asmara è annuale), come per qualsiasi altro documento, compreso il visto d’uscita.

Così scopri che ad Asmara nulla si improvvisa e per le emergenze ci si deve sicuramente attrezzare di molta pazienza e, magari, nel caso dell’acqua, saggia mossa è munirsi di qualche tanica di scorta. Nel caso della corrente, torce sempre cariche (candele per i più romantici, o retrò) e, possibilmente, il computer carico così, all’occorrenza, puoi distrarti con qualche film dalle scorte che preventivamente ognuno di noi si è procurato.

Anche per lasciare la città servono autorizzazioni, che non si ottengono facilmente: è necessario qualche giorno, ed il carburante per l’auto, non sempre disponibile presso le stazioni di servizio. Poche le località che è ammesso visitare: a noi, fondamentalmente, è riservato il mare, il Mar Rosso.

L’Eritrea, a poca distanza dalla costa, vanta un ricco arcipelago di isole: le Dahlak. Si raggiungono con piccole barche in vetroresina che possono accogliere al massimo 8/9 persone. Chi le conduce è un capitano di marina, ma niente uniforme: pantaloncini, maglietta e grande conoscenza di quelle acque che nascondono insidie sui fondali, ma soprattutto nelle correnti improvvise.

Mia madre è attrezzatissima, la riscopro vera campeggiatrice (mai vista così!), perché sulle isole non sono presenti strutture ricettive, alberghi, strade o bar e lei, pur essendo donna da pane e mortadella, in quel contesto non vuole farsi, né far mancare agli altri, nulla. Non basta essere in spiaggia a febbraio: tutto ha un altro gusto se si sorseggia un campari soda e noi ci lasciamo viziare. Ancora oggi credo che ad Asmara si senta il profumo delle polpette preparate da mia madre, immancabili compagne di viaggio come base del pasto finché, arrivati sull’isola, non si pescava pesce in quantità da cuocere alla brace direttamente in spiaggia.

Le isole sono prevalentemente atolli: sabbia bianca, bassissima vegetazione, e mare. Mare che ti circonda e ti toglie il fiato. Anche di notte quando, in assenza della Luna piena che illumina a giorno ogni cosa, tanta è l’oscurità, scopri che le stelle sono veramente tante e rimani incantato a guardarle prima di addormentarti.

Ci si imbarca a Massawa, la principale città portuale dell’Eritrea che si raggiunge percorrendo poco più di 100 km lunga la strada stretta tutta tornanti aggrappata alle pareti delle montagne su cui sorge Asmara, ad una quota di circa 2400 s.l.m., e che talvolta taglia l’unica ferrovia del paese, opera di maestranze italiane, ormai in uso per fini turistici solo lungo i primi chilometri partendo da Asmara.

Si attraversano villaggi e paesini, ma soprattutto lunghi tratti desertici di una terra di un colore rosso intenso dall’aspetto “lunare”, frequentati non di rado da flemmatici dromedari, vispe scimmie, pronte a saltare sul cofano delle auto, e spericolate caprette.

Massawa ha tutto un altro stile rispetto ad Asmara, si avverte l’influenza araba. Le facciate delle basse costruzioni della parte storica sono arricchite da porticati in legno; buona parte dei portoni degli esercizi commerciali sono chiusi e portano i segni del tempo, un tempo in cui tutto era molto vivo ma ora non più. Ora appare, soprattutto nelle ore più calde, simile a una città fantasma.

Sono con mia cugina e ci sembra di essere soli, noi e la ragazza dell’unico bar aperto dove stiamo sorseggiando un tè. C’è una piazza, andando più internamente, dove si trova la moschea: anche lì non c’è asfalto, ma solo terra battuta ed un lampione sproporzionato nel centro ad indicare la fermata di un autobus che stentiamo a credere esista veramente. Appena vista tale scena, mi sono sentito in un film di Salvatores, Marrakesh Express, quella in cui i protagonisti attendono fuori dal carcere, speranzosi, il loro amico. Insomma, realtà che mai avrei potuto credere di vivere in prima persona.

È già ora di partire, è passato un mese dal nostro arrivo, e neanche aver prolungato la permanenza di una settimana rispetto a quanto pianificato inizialmente, impedisce alla tristezza di prendere il sopravvento.

Mi trovo anche nei guai, e questo mette in ansia tutti: ho smarrito il foglio della dichiarazione del denaro e rischio fortemente di non passare i controlli e quindi di non essere autorizzato a partire (come già a qualcuno pare sia capitato). Purtroppo, o per fortuna, alla fine riesco a partire, e Roma ci accoglie col freddo e una pioggia battente: ai piedi porto ancora, pur di tenere con me il più a lungo possibile la terra che ho appena lasciato, un paio di sandali in corda, decisamente inadatti a quel clima. Una signora davanti al portone di casa li commenta anche. Stanchi, infreddoliti, ma soprattutto tristi, ci rifugiamo sotto il piumone. L’unica soluzione, per il momento, è dormire per sottrarci alla nostalgia già fortissima e, chissà, magari sognando Asmara.

L’anno successivo sono tornato in Eritrea, fremevo.

Inaspettatamente la mia vita cambiava pochi giorni dopo, aprendo ufficialmente un nuovo capitolo, più personale, con quella terra di cui, obiettivamente, prima del 2008 poco sapevo e che molto probabilmente non avrei mai conosciuto se non fosse stato per mia madre.

Libero del tutto dal cliché dell’occidentale dalla facile conquista, l’amore mi ha colpito. Pochi mesi dopo ero sposato, una bella festa che certo ha dato prova di quanto cultura, lingua e pensiero diversi possano realmente giocare un ruolo determinante e delicatissimo nei rapporti. Noi, due ragazzi. Molti invitati, una spider verde smeraldo e lei, mia moglie, donna bellissima di cui ancora ricordo il sorriso immenso.

Quindi avevo iniziato a dividermi tra l’Italia e l’Eritrea finché non avessi trovato occupazione ad Asmara, perché a lei non era ancora permesso lasciare il paese, giacché anche le ragazze sono soggette al servizio militare, ed io lontano non le volevo stare, visto che si disponeva a darmi un figlio, Sami: un dono meraviglioso che ancora oggi, inevitabilmente, porta entrambi (mio figlio ed io, intendo) a sentire, più forte ed indissolubile che mai, il comune legame con l’Eritrea.

La vita poi riserva risvolti inaspettati, non sempre facili da superare e dopo vicissitudini varie ed un paio d’anni trascorsi in Italia, facciamo ritorno, io e Sami, ad Asmara.

Di nuovo un lavoro, un’altra moglie (italiana, questa volta) ed amicizie tra cui quella con Maurizio, tanto profonda quanto inaspettata, resa anche di maggior valore essendosi sviluppata in un periodo di difficoltà e limitazioni dovute alla pandemia. Eravamo lì: partite a carte, mangiate in compagnia e gite in moto, sua passione come la scrittura. La terra d’Eritrea ha assunto così un volto ancora nuovo.

Sono giorni che devo fermarmi a scrivere: l’amico Maurizio mi chiedeva una testimonianza sulla mia vita in Eritrea. Sono stato subito lusingato, ma anche molto emozionato, ed ora forse sarà più chiaro ad entrambi perché abbia tanto rinviato e preso tempo. Quell’emozione, che dovrebbe portare a cogliere l’occasione per ricomporre e trasmettere le proprie memorie, mi sta portando a toccare e rivivere quei momenti e non è facile, perché l’ansia di riuscire a descriverli appieno porta a risvegliare i sentimenti, non sempre semplici da domare, e non si tratta solo di ricordi. Sono ormai passati 15 anni dal 2008 e l’Eritrea è stata la mia casa per buona parte di tutto questo tempo: l’anno successivo a quel primo viaggio, come dicevo, sono tornato ad Asmara e si può dire che non ne sia più venuto via.

  1. Avatar Memilia
    Memilia

    Ho finalmente visto Asmara attraverso i tuoi occhi. Bello e romantico.

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