
“Quando la storia si mette a correre, il cinema non può continuare a camminare”. Questa acuta affermazione, Tinto Brass la fa dire al protagonista del suo film Col cuore in gola del 1967, presentato in edizione restaurata nella serata di pre-apertura della 83° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, appena conclusa. Frase che il regista italiano intende concretizzare accelerando il montaggio, giocando sui colori, utilizzando il fumetto e la pubblicità. Realizzando così un lungometraggio quasi sperimentale, imbevuto di pop-art e farcito di richiami cinefili al Free Cinema inglese che sorto a metà degli anni ’50 arriva alla maturità proprio negli anni ’60 grazie a un folto gruppo di nuovi cineasti come Losey, Loach, Richardson, Reisz e Lindsay Anderson che esploderà col suo film forse più cattivo: If (Se) su una rivolta studentesca in una prestigiosa e conservatrice università. Ambientato in Inghilterra, Antonioni ha presentato l’anno precedente, il 1966, uno dei suoi capolavori: Blow up e il giovane Brass ne è affascinato, tanto da citarlo visivamente con ironia e… col cuore in gola.
Il regista veneziano non è presente alla serata per motivi di salute. È la moglie a leggere ai presenti una lunga bellissima lettera anche di ringraziamento per il premio Pietro Bianchi che la presidente del Sindacato Critici Cinematografici Laura Delli Colli gli assegna per l’intera sua produzione. È lei che, traendo un bilancio sulla importante filmografia, ne omaggia l’autore, abbattendo ogni polemica, definendolo più che un regista erotico, un regista eretico.
La Mostra è poi cominciata e le proiezioni si sono succedute come sempre a ritmo frenetico lasciandoci la sola possibilità di memorizzare e riflettere brevemente sull’infinita alternanza di immagini, suoni e sottotitoli. I premi sono ormai noti e non resta che commentarli.
Il Leone d’oro al miglior film l’ha guadagnato il film danese Woman unknown (Donna sconosciuta) della regista May el-Toukhy, indubbiamente uno dei migliori in concorso. Ci racconta la vicenda di una donna che da governante di un facoltoso industriale vedovo, sta per diventarne la moglie. La vicenda però si complica perché siamo nell’immediato dopoguerra. L’occupazione nazista è appena terminata e in Danimarca come altrove la guerra non finisce in un giorno, lascia strascichi molto dolorosi e spesso le donne ne pagano il conto più crudele. Preferisco come sempre non anticipare la trama, sta agli spettatori scoprirla e restarne avvinti.
Basta sapere che Marie, la protagonista interpretata da Mathilde Arcel, premiata con la Coppa Volpi come migliore attrice, ha davvero il physique du rôle, la faccia giusta e l’espressione misteriosa tesa a nascondere il segreto che la tormenta e che se scoperto comprometterebbe il suo futuro di sposa. Interpretazione tanto convincente da trasmettere la sua ansia e il suo dolore allo spettatore con sofferta intensità. Premio meritatissimo.
Ammirabili il montaggio quasi sfuggente, la scenografia e la precisa ricostruzione d’epoca nel descrivere il clima di sospetto e anarchia di quei giorni confusi e assetati di ricatti e vendette. La fotografia attenua i colori e si concentra su tonalità opache, grigio-azzurre, che alludono alle ansie, alle attese e alle paure non solo dalla “sconosciuta” ma di quasi tutti gli agenti nella storia. Un film estremamente coerente al contesto spazio-temporale rappresentato.
Il Leone d’Argento per la miglior regia va al russo Ilya Khrzhanovsky e al suo chilometrico Dau (195′), incentrato sulla biografia dello scienziato sovietico Lev Davidovič Landau, (premio Nobel per la Fisica 1962). La storia abbraccia un arco temporale che dal 1928 arriva alla fine degli anni ’60, un colossal che ha richiesto un ventennio per la sua produzione (alcune riprese risalgono a circa quindici anni fa) e la partecipazione di almeno 2000 comparse. Messa in scena davvero imponente suddivisa in capitoli e ricca di note storiche molto interessanti. Occasione, almeno per me, di ispezionare e conoscere pagine di storia scolasticamente ignorate.
Tutto ruota intorno alla “necessità” del potere sovietico di arrivare a disporre dell’arma nucleare. Il gruppo di fisici e scienziati coinvolti non si dimostra propenso a soddisfare tale scopo. Il confronto-scontro si fa duro e il racconto si snoda inseguendo il sogno infranto di un uomo appassionato di astronomia che si vede costretto a lavorare in un laboratorio di ricerca segreto e strettamente sorvegliato. Dau cerca rifugio e soddisfazione in una dimensione privata, fuori dal matrimonio, alla ricerca di una felicità difficile e di una libertà lontana. Il lungo periodo produttivo ha visto all’opera diversi scenografi, costumisti e direttori della fotografia che hanno disegnato ambientazioni diverse conferendo al film aspetti documentaristici, a volte anche onirici o debitori di memoria, che il regista sottolinea in una composizione davvero magistrale e unitaria.
Il Gran Premio della Giuria lo conquista Possible love del regista sud-coreano Lee Chang-Dong e la lotta di classe 2.0 conquista lo schermo e l’attenzione del pubblico per ben 164 minuti. Due storie parallele per due coppie che si incontrano a causa di una regista che vuole fare un documentario su una fabbrica che chiude e un dipendente che viene licenziato. Ritratto più che mai attuale di un mondo e un sistema produttivo in feroce ristrutturazione. E come al solito a pagarne le spese sono i lavoratori. L’ipotetica storia d’amore del titolo più che accennata è intuita, forse solo desiderata e fa da contrappunto all’eterna antitesi tra ricchi e poveri, non solo metaforicamente evidenziata da una potente Porche e una vetturetta per famiglie di umile proletariato. Il licenziamento di massa, la repressione violenta di uno sciopero sono gli avvenimenti cruciali che la documentarista nel film cerca di riportare e che Chang-Dong pone come motore del suo racconto.
Un bon petit soldat ha vinto il Premio alla Miglior Sceneggiatura, firmata da Coralie Amédéo, Olivier Gorce e da Stéphane Brizé. Il film tratta ancora il tema del lavoro, molto caro e ricorrente nella poetica del regista francese. Ma l’angolazione non è operaia, tutto si svolge ai piani alti della ditta, negli uffici dei massimi dirigenti. Protagonista assoluta una eccellentissima Alba Rohrwacher che onora il ruolo ricevuto con una interpretazione impeccabile accanto a Vincent Lindon, uno dei massimi attori d’oltralpe. Coppia formidabile nei rispettivi personaggi di Responsabile delle Risorse Umane e massimo dirigente di una società di assicurazioni preposta a tutelare il benessere dei dipendenti salvaguardando comunque gli scopi economici dell’azienda. Un grande film che non poteva essere ignorato dalla Giuria.
Vorrei aggiungere una nota autobiografica suggeritami proprio dal film. Quando lavoravo ero uno dei rappresentanti sindacali degli insegnanti della mia scuola. Mi capitò che al primo confronto con una nuova Amministrazione, l’incaricato alla trattativa si presentò come Assessore alle Risorse Umane. Io non avevo mai sentito una simile definizione. Fino ad allora avevo trattato con l’Assessore al Personale. Ne ebbi una pessima impressione, trovai quella denominazione quasi offensiva perché improvvisamente il sostantivo era Risorse e le persone trasformate in aggettivi. Da allora è passato molto tempo e la storia ha confermato i miei timori: i lavoratori vengono dopo. Chiusa la parentesi.
La Coppa Volpi al migliore attore è andata a John Malkovich per la straordinaria interpretazione in Wild horse nine del regista inglese Martin McDonagh, già premiato a Venezia per Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2022). Occorre dire che il film rasenta la perfezione: tutto funziona a meraviglia, dalla sceneggiatura alla regia, ma il tocco dei due interpreti, il premiato e Sam Rockwell, è molto di più della classica ciliegina sulla torta. Avrebbero entrambi meritato il premio e non so se l’ex-aequo fosse possibile o impedito dal regolamento. Il pubblico potrà ammirare le espressioni nei loro primi e primissimi piani, davvero impagabili. Due grandissimi attori per una storia di amicizia e morte. Sullo schermo tutto il bello del mondo, sullo sfondo tutto il male del mondo: la CIA. E quando canta Victor Jara… la pelle d’oca.
Infine ma non ultimo, il film più atteso della Mostra: NAZA, prodotto dal quotidiano inglese The Guardian e da Jonathan Glazer, regista de La zona d’interesse, e realizzato da Yuval Abraham e Rachel Szor coppia di registi israeliani già vincitrice insieme ai palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal, dell’Oscar 2025 per No Other Land. Una Giuria più coraggiosa avrebbe dato il massimo riconoscimento a questo docu-film e non un Premio Speciale della Giuria che sembra tanto un’aggiunta per non vergognarsi del tutto. NAZA è un’opera che travalica ogni dimensione e caratteristica cinematografica perché risponde a quell’esigenza fondamentale di mettere i puntini sulle i della Storia. Perché la storia, quella con la esse maiuscola esce dallo schermo e colpisce mente e corpo dello spettatore. Di fronte al genocidio reso palese, ogni disquisizione linguistica o terminologica diventa obsoleta. Le dichiarazioni dei 24 testimoni fra i molti intervistati nel corso di tre anni, danno l’esatta misura della sistematicità e “ordinarietà” del massacro. NAZA è scritto maiuscolo perché è l’acronimo che l’IDF utilizza per definire gli “effetti collaterali” dei loro assassinii. E gli effetti collaterali sono le migliaia di civili e bambini eliminati consapevolmente da “funzionari” militari e di intelligence che si limitano ad eseguire da perfetti impiegati gli ordini ricevuti. La banalità del male ad opera dei perseguitati di un tempo. Imperdonabile Israele, e imperdibile il film.
VENEZIA 83 – Prima o poi l’amore arriva (al cinema)
Parigi, 28 Agosto 2009, al festival Rock in Seine il concerto degli Oasis viene annullato a causa di un duro litigio tra Liam e Noel Gallagher, i due fratelli che dalla fondazione a Manchester nel 1991, hanno portato la loro rock-band al successo internazionale. Il documentario di Dylan Southers e Will Lovelace: Oasis – Don’t look back in anger parte da quel lontano bisticcio, per arrivare al perdono, alla riconciliazione e si srotola lungo un tour trionfale segnato da uno straripante successo globale, frutto dell’inattesa, ma desiderata (dai fans), reunion che nel 2025 ha permesso ai due riappacificati di tornare a esibirsi davanti a folle di vecchi e nuovi fans.
Io che ignoravo tutto di loro, ho seguito con sincera curiosità il racconto cinematografico che scansiona le tappe del difficoltoso ma affettivo rapporto fraterno. I due arriveranno anche a salire sul palco mano nella mano. Trovo spesso interessanti i documentari che spaziano tra musica, storia e biografia. E di musica qui ce n’è tanta, fortunatamente, alternata ad alcune schiette perle di saggezza come “la nostalgia non è una brutta parola” e “a volte la musica è un’esperienza mistica”: quella degli Oasis, rivendicano, “non è una cosa di destra”.
Quando si ritrovano sul palco, seppur distanti, il chitarrista sparge note magnetiche e il front-man assume una postura davvero insolita e mai vista: canta con le mani dietro la schiena e il volto proteso ad appoggiare la voce al microfono, mentre nell’aria esplodono “lacrime di felicità per l’Incantevole fratello”.
Gianni Amelio partecipa al Concorso con una parabola spinta al paradosso su accoglienza e solitudine. Un bancarellaro di libri vecchi vuole espiare il suo senso di colpa per la morte di un bambino subendo anche il carcere con stoica e francescana determinazione. Sarebbe tutto molto bello e cristianamente auspicabile, ma non è detto che un pubblico già saturo di pregiudizi e maldisposto ad amare il prossimo come sè stesso, afferri la provocazione del film. Discutendone a Venezia con alcuni “colleghi” ci siamo chiesti se una storia come questa comporti il rischio di mala interpretazione: allo straniero, al nero, non puoi offrire una mano che si prende il braccio e anche di più. Le immagini sciorinano una vera e propria invasione. Al pubblico avveduto è chiaro che l’intenzione dell’autore è più che nobile, l’intera sua filmografia lo conferma, ma la situazione del nostro paese è più che problematica e pervasa da radicato astio per gli odiati invasori. Anche la premier, madre e cristiana, tradisce la religione che ostenta come propria e non mostra alcuna solidarietà per chi cerca rifugio da guerra, miseria e oppressione.
Una storia, opera prima di Anna Foglietta, in competizione nella sezione Orizzonti, ci porta dentro una coppia che vive la propria quotidianità senza colpo ferire, ma quando la figlia abbandona il nido per andare a studiare altrove, la confort-zone dei genitori svela la propria fragilità. Il tocco femminile della regia è sostenuto anche dalla produzione in cui spicca il nome di Valeria Golino. Una scrittura cinematografica tesa ad analizzare la relazione di coppia attraverso due persone che si ri-guardano e faticano a riconoscersi. Il pubblico non può che ascoltare parole in un interno non solo racchiuse tra le mura di un appartamento, ma dentro corpi e menti dai confini insospettati.
The Echo Chamber, da un soggetto di Bernardo Bertolucci realizzato da Andrea Pallaoro è, a mio parere, una delle cose peggiori vista alla Mostra, e non saprei a chi dare la colpa. Sta di fatto che la vicenda di Leo, produttore discografico chiuso in casa a causa di forti dolori fisici, e della fisiatra che gli prescrive antidolorifici fino a portarlo alla dipendenza, è troppo claustrofobica ed estenuante per il malcapitato spettatore. Dispiace soprattutto per Susan Sarandon, che nelle vesti di una cantante in cerca di rilancio, resuscita ricordi con la sua voce che eccheggia nella stanza. Avrebbe meritato molto di più, perché non basta la sola sua presenza per apprezzare un film il cui forse unico merito è di averla ingaggiata, stante l’ostracismo che, per le sue posizioni filo palestinesi, sta subendo negli Stati Uniti.
Onore invece a Riccardo Scamarcio, giustamente premiato per la sua interpretazione nel film di Tommaso Landucci: I figli della scimmia. Un film difficile da affrontare perché il bambino intorno al quale ruota l’intera vicenda è realmente disabile. Non c’è finzione. Scamarcio si trova a recitare come forse non gli è mai capitato e si guadagna sul campo l’encomio della giuria e del pubblico. Il suo personaggio non si sottrae ai doveri paterni che affronta con vero amore e scrupolosa dedizione ma contemporaneamente riserva affettuosa attenzione al nipote, mettendosi così anche in competizione col fratello. Non aggiungo altra trama perché la storia è intrigante e avvincente e merita di essere seguita con adeguato interesse.
Marco Bechis torna al cruciale Garage Olimpo (1999) sulla tragedia dei desaparecidos argentini. In questo film i luoghi della tortura sono deserti e il Ritorno a Buenos Aires è per partecipare al processo agli aguzzini di quel tempo lontano. La vicenda non è direttamente autobiografica ma il regista conosce bene la materia essendo stato sequestrato il 19 aprile del 1977 e detenuto quattro mesi nel centro clandestino Club Atletico. Il film è costruito su un passato da dover rivivere nel presente, sulla fatica, sul dolore, ma soprattutto sul dovere della testimonianza. Quello che inevitabilmente porta a rivivere una condizione che ha richiesto sacrifico, forza e molto tempo per essere superata e sopravviverle. Il film ha il pregio di accompagnare il protagonista e con lui lo spettatore con gradualità nell’abisso vissuto, nel mistero da palesare, quasi come in un thriller in cerca di soluzione.
La città dei vivi è liberamente tratto dall’omonimo testo letterario di Nicola Lagioia. Edoardo Gabriellini ne fa un film estremamente pudico e privo di ogni aspetto crudele o scabroso proveniente dalla cronaca dell’omicidio, nel 2016, di Luca Varani, ventiduenne romano. Tutto scorre nella più completa tranquilla quotidianità: una famiglia adottiva che lo ama, le amicizie festaiole e un amore importante per una ragazza che lo ricambia. Senonché questo quieto vivere cela una doppia vita sperimentata con superficialità e una buona dose di ingenuità, fino alla brusca interruzione capitata nel più banale dei modi: un incontro casuale, ma sfacciatamente e insensatamente fatale.
Dall’Iran il regista Ali Asgari racconta il malessere suo e di un intero Paese attraverso la storia di un medico che dopo aver subito l’arresto e l’impossibilità di esercitare ancora la sua professione decide di suicidarsi. Non anticipo nulla che lo spettatore non apprenda nei primi fotogrammi del film. Il suo calvario, se così possiamo definirlo, comincia proprio dal suo lucido e spropositato proposito. Sembra paradossale ma il film sfoggia un realismo accattivante e angosciante allo stesso tempo. Ne esce un ritratto personale e collettivo di un paese chiuso al futuro. Siamo lontani dalle imprevedibili vicende belliche dell’attualità, l’aggressione israelo-americana non è, per ragioni temporali, minimamente accennata. L’interesse dell’autore è tutto rivolto a “cosa dia valore alla vita quando la sofferenza entra a far parte della quotidianità”. E la sofferenza citata non è solo quella privata, ma quella di un intero popolo a cui manca, tra tutto il resto, anche solo Un po’ di luce.
L’estranea, presentato in concorso da Paolo Strippoli, non ha vinto niente ma è stato scelto per rappresentare l’Italia ai prossimi Oscar nella categoria Miglior Film Internazionale. Tra i cinque titoli italiani a caccia del Leone mi è parso il migliore. Tre i suoi punti di forza: la sceneggiatura robusta che occhieggia l’horror restando a giusta distanza dal film di genere, descrive con precisione il progredire della storia, trascinandola sempre più a fondo senza farne scorgere mai la possibile fine. Punteggiata da dialoghi e battute fulminanti a dispetto della tragedia incombente, strappa più di un sorriso e spesso una convinta risata. Il secondo è la presenza di Valeria Bruni Tedeschi che ci regala una delle sue prestazioni migliori e indimenticabili. Probabilmente nessun’altra attrice avrebbe reso il mefistofelico personaggio con tale tragicomica efficacia, impietosa leggerezza e spudorata provocazione. Terzo la regia, che usa inquadrature e montaggio per sottolineare il paradosso, il sarcasmo, l’angoscia e i colpi di scena seguiti a una confessione, con implicito processo al passato, che assomiglia molto a un disperato, forse tardivo, gesto d’amore. Un breve accenno alla trama: una verità famigliare taciuta da sempre irrompe nella vita di una figlia per bocca della madre. E da qui in poi inizia l’incubo in cui si viene catturati ma piacevole da sognare… (solo al cinema).
Quarto italiano in concorso Il fuoco che ti porti dentro. Commedia molto verbosa con una travolgente Vanessa Scalera, bravissima nel ruolo di una madre che, per le festività dicembrine, da Napoli raggiunge il figlio emigrato; ma sarebbe meglio dire fuggito a Milano per cercare lavoro, farsi una nuova famiglia e una nuova vita. Il cenone di Natale diventa l’unità di luogo e di tempo dove tutto accade. L’autore lo definisce un campo di battaglia emotivo, comico e feroce, dove riaffiorano il passato, le incomprensioni e le sopraffazioni che hanno spinto il giovane Antonio ad abbandonare le sue radici. La nota comica che fa da contrappunto alla problematicità della serata è un cappone che non ha alcuna intenzione di finire in pentola.
Infine Nanni Moretti che dopo il poco riuscito Tre piani torna a rivolgersi alla letteratura di Eshkol Nevo per estrarre un soggetto da alcuni suoi racconti e confezionare una sintesi cinematografica dal titolo Succederà questa notte. Questa nuova messa in scena funziona. La storia d’amore tra Matteo (Luis Garrel) e Greta (Jasmine Trinca) si sviluppa lungo una quindicina d’anni e nasce per caso quando lui tornato in Italia dalla Norvegia perché lasciato dalla moglie, incontra lei che scappa da una improbabile proposta di matrimonio. I loro sguardi si incontrano e forse scoppia il colpo di fulmine. Molti anni dopo è ancora la casualità a farli incontrare, in una giornata di sole, su un campo da tennis. Ancora sguardi, improvvisate parole, e il nascente legame procede sul filo di un amore immaginato, respinto, inseguito e infine consumato. Tra Roma e Oslo Moretti si sofferma sul rapporto che si instaura tra i due protagonisti che si trovano a gestire una relazione clandestina contornati da figli, mariti, mogli e abituali amicizie. Una commedia a tratti corale e romantica, con una spruzzata di musical – perenne paura e desiderio del regista – sulle note di She’s a rainbow dei Rolling Stones. La coreografia molto bella e vivace nasce in un interno per poi esondare in esterni, davanti a una libreria e guadagnare finalmente la strada con la presenza di un nutrito gruppo di veri ballerini. Un film brioso e spumeggiante che accompagna i personaggi alla ricerca della felicità: “Io ti aspetto, tutto il tempo che vuoi. Ma succederà prima o poi?”
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