Le righe che seguono sono state scritte a quattro mani da Elena e me – un omaggio a Francesco Guccini attraverso l’escamotage di usare alcuni eventi della nostra vita per raccontare quanto per noi siano importanti le sue canzoni.
Abbiamo giocato ad inserire in quasi ogni frase una piccola citazione, molto spesso riformulandone o stravolgendone il senso.
Per non farci mancare nulla abbiamo inserito anche richiami ad altri artisti che ci hanno regalato molto e continuano a darci emozioni, anche se non ci sono più: Tony Gatliff, Dolly Parton, Cassandra Wilson… e altri ancora.

Non era questione di musica. Erano passi maldestri fatti, così per dire, in “questo nostro bel mare di Lombardia”. Era, io credo, il cercare una quadra al cerchio; sentire che quel cane in chiesa che tutti prendono a calci probabilmente, all’inizio di tutto, eravamo noi. Allora sentivamo così.
A Modena corse all’imbrunire tra i palazzi di periferia, tra la via Emilia e l’est (non west) e poi, più tardi, ospiti di un piccolo liceo di provincia, con tanto da restituire ai nostri genitori e tanto di cui chiedere loro conto (di questo ci saremmo accorti più tardi).
Nella cuspide sottile che tocca Emilia, Veneto e Lombardia, avevamo a disposizione enormi campi di granoturco, storie struggenti di attese e meloni, zucche, angurie acquose e zuccherine con cui si giocava a tradimento. Era la terra tra le mani e tra le dita dei piedi; erano le fughe ad ogni ora per raggiungere, ad ogni costo, le nostre amate. Era il sapore dell’uva rubata a un filare.
Ercole mi lasciava il trattore e via, a bordo di quel pachiderma inarrestabile tra strade secondarie e canali di bonifica, verso un bacetto sulla guancia, una carezza timida e incerta, una dichiarazione che finiva inevitabilmente in un fiume di parole inutili. I vicini erano sodali – perchĂ© piĂą anziani e saputi – di quelle spudoratezze. Accettavano la nostra esuberanza e ci prestavano macchine fantastiche per percorrere i tre chilometri che ci erano necessari. Erano anche e per fortuna le vecchie suore nere che, con chissĂ  quale fede, regalavano a noi il senso di peccato o di espiazione. Argini come vette alpine ed innumerevoli casolari abbandonati nelle sconfinate campagne, tra una golena e un campo di pioppi a scansare quella neve secca di primavera.
Erano inverni di nebbie fitte e umide ed estati asfissianti (non quanto ora) … era una cantilena familiare che aveva anche la voce di Francesco Guccini.

Un tavolone sotto l’abbaino già buio alle quattro, la luce della lampada su libri e quaderni, il diario fitto di dediche e politica studentesca.
Dalle casse, quella voce lì e quelle parole così giuste per la mia testa e il mio cuore giovani.
Canta forte Guccini, stona, arrota le erre, e io non sono piĂą sola.
C’è Stefano con me, adesso, e tutto un mondo che mi si dischiude davanti agli occhi, sgranandomeli.
Ho un posto, finalmente; una tribĂą che mi fa sentire accolta e mi riempie di storie.
C’è qualcuno, là fuori, che la pensa e la sente come me, la dice proprio come vorrei dirla io.
La canta in un modo che posso ricantare, anche solo nella mente: quando è finito il tempo-letargo dei compiti di greco, latino e matematica e devo scendere dal rifugio in soffitta, quando la mattina prima delle sette corro a prendere l’autobus, quando la prof di biologia insiste con faccende di cui m’importa nulla, quando c’è una nuova lettera da scrivere al mio amore grande, in attesa che venga il tempo di riaverlo tra le braccia.
Piccola cittĂ , bastardo posto, non mi fai piĂą paura; la mia vita non ti appartiene.
Guccini è un Maestro e un alleato.

Giorno bianco, giorno nero e le strade anonime del Tennessee.
Di mattina presto, aspettando il bus giallo per la scuola. A dicembre già le piogge d’aprile, lo scirocco e una Thule immaginaria masticata tra le consonanti sbiascicate di una Dixieland capitata quasi per caso. Last train to Clarksville.
Trovavo, alla fine, solo galaverne estranee e qualche dunkin’ donuts che mi allungava Dusty Chester: bambina dolce, Jolene ruba cuori, culodritto d’oltre oceano… lontano ricordo sbiadito, incanto di giorni andati. Farewell Dusty e grazie ancora per quello che non… ho saputo dirti o raccontarti. Addio Dusty, a quelle tue radici così lontane dalle mie.
Anni sfiatati di miti inventati e di costernazioni: tra infiniti giorni persi in pigrizia e stagioni srotolate nel tempo di una canzone di notte, si faceva rotta verso Venezia.
Ma prima, poco prima, una rivolta gentile, un primo sabotaggio fatto con grazia di ragazzino. A lettere cubitali stampate su un muro di un’aula deserta: “perché quelle poche volte che busso a bastoni…”.
Chiudevamo dietro a noi cancelli grigi e peregrinavamo assenti e incerti in un’isola mai trovata, mai nemmeno pensata. Certo è che di andirivieni ne avremmo fatti: a sfinimento.
Per qualche detestabile caso del destino, appena tornavo io ripartiva lei, appena tornava lei andavo io. Sì, Venezia era il punto d’incontro ideale. L’autogrill sull’A22 e il rombo dei tir carichi dei nostri pensieri. Avevo molto tempo da dedicare ad una contemplazione inutile del nulla. Era, devo dire, molto confortevole e piacevole.
Da Venezia, con il tempo, puntammo prua verso Bologna.
Negli infiniti andirivieni, ignaro di tutto, prendevo infiniti treni trainati da infinite locomotive.

E corre, corre, corre la fantasia verso la prateria: c’è tutta un’America da immaginare, dall’alto dell’argine di Secchia.
Pronti assieme ad affrontare ogni impresa, maciniamo chilometri e voli aerei, fusi orari e continenti, con l’innocenza dentro al basso ventre.
Storie su storie da aggiungere al repertorio delle cose di cui stupirci, mai sazi; ogni sera a inventarci una fantasia.
Portiamo una coscienza immacolata, e una vita da inventare, tra le dita.
Guccini è… gli eroi son tutti giovani e belli.

A Granada, appena fuori porta, iniziava l’afflamencatura. Fatta un po’ così, alla boia di un Giuda. Masticata a piccole dosi durante il giorno, divorata nelle notti eterne. Quasi all’estremo limite di un continente arrivava una lettera blu. Da quella prima ne seguirono millemila, quasi ogni giorno da punti diversi del mondo. Scrivevo al lume di lampadina fioca, quella da trenta candele. Le mie erano solo quattro stracci di parole confuse e scarabocchiate su fogli a quadri; le sue erano risposte gentili e sempre più profonde e vicine, millanta storie di cavalieri erranti. Capivamo, scrivendo, che potevamo vedere il mondo, e noi nel mondo, in modo solidale. Nelle pagine ripiegate con cura prendeva via via spazio il coraggio di dire ti amo. Avevamo citato tutti i miti e tutte le canzoni a modo nostro, ci sfidavamo ad indovinare le espressioni dei nostri visi a migliaia di chilometri di distanza. Quasi toccato dalla buona sorte, chiusi con cura il mio zaino, riposi la chitarra nel suo fodero, preparai le scarpe comode, indossai il mio eskimo e tornai.
La casa sul confine della sera aveva porte spalancate alle nebbie invernali.

Sorridiamo e sappiamo sorridere, coi nostri vent’anni portati così,
come si porta un maglione sformato su un paio di jeans;
come si sente la voglia di vivere
che scoppia un giorno e non spieghi il perché:
un pensiero cullato, un amore ch’è nato e non sai che cos’è.
Giorni lunghi fra ieri e domani, giorni strani,
giorni a chiedersi tutto cos’era, vedersi ogni sera.
Ogni sera tu vieni a prendermi, con quel tuo buffo montone orientale,
ogni sera lĂ , a passo di danza, salire le scale,
e sentire i tuoi passi che arrivano, il ticchettare del tuo buonumore,
quando apro la porta il sorriso ogni volta mi entra nel cuore.

Nelle case affollate da studenti, cantiamo tutti le stesse canzoni. Ecco la famiglia dell’anima, il mondo largo dei primi Duemila, l’India che arriva e si prende una gran fetta di cuore, tempo, progetti.
La Storia si mescola alle storie; imparare un posto così lontano, così diverso, ripaga di tutti gli anni passati, il tempo del tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali.
Guccini è un compagno, uno di noi; solo un po’ più vecchio (e dunque con più storie da raccontare).

E allora non andare, vai; non restare, stai; non parlare, parlami di… così un bel giorno di chissà quale autunno presi un aereo. Per l’Argentina? No. Prima per il Nepal, poi per il Mali, poi ancora per il Nepal e alla fine per il Messico e poi per la California.
L’indirizzo segnato sul moleskine non era 100, Pennsylvania Avenue, no, era Ada (sa solo Dio dove), Oklahoma State. Sentivo di dover tornare a qualsiasi costo e così mi capitò che lo feci. Non avevo spiccioli in tasca e dovevo raggiungere l’altro capo del mondo come potevo. Elena era là ad Ada, in Oklahoma. Mai sentito prima.
Prendila un pochino lunga, uomo bianco, e avvicinati piano piano. Non sarĂ  mica la prima volta!
Dunque sceso dalla Falaise Dogon, tagliando un po’ a destra per l’Annapurna e concedendomi una caipirinha fresca su una spiaggia a Cabo San Lucas, detto fatto, mi trovai a bordo di un enorme camion americano rosso. Di quelli che si vedono nei film. Erano la mia America e la sua. L’autista imprecava ad ogni incrocio ma fu tanto gentile da lasciarmi lì, esattamente di fronte a quella piccola cassetta della posta con la bandierina bianca, in un posto tanto remoto quanto familiare. Le nostre lettere allora partivano e arrivavano da quel luogo lontano da tutto.
Senza saper dire il giorno e l’ora ero arrivato nel cuore di un’America che poi abbiamo imparato insieme ad amare, nei suoi contrasti e nelle sue idiosincrasie. Un’America che ci è diventata affettuosa nel tempo e, attraverso mille avversità, quasi usuale.
Una carezza distratta alla cassetta della posta, camminatina lungo il vialetto esposto al sole, arrivo ad una porta sconosciuta e, ad aprirmi, dietro la tenda Elena bella di una sua bellezza immensa, mora senza averne l’aria.

Ma se avessimo previsto tutto questo? Se solo fossimo stati in grado anche lontanamente di averne una mezza idea? Se non avessi dovuto render conto ad un monaco copto e ad un frate francese che ci teneva molto a ricordarmi ogni giorno che Dio non era morto? Mi barcamenavo.
Studiacchiavo a Wadi el-Natrun, tra il Cairo e Alessandria. La mattina prendevo il bus di linea con uomini dai tratti decisi e fieri e donne dai visi dolci e rassegnati; la sera riprendevo lo stesso bus e tornavo in città. Abitavo a Zamalek, nel bel mezzo del Nilo. Una giungla di clacson e inquinamento. Mi intrattenevo in piccoli bar ad osservare il calar del sole tra i minareti. Spesso ero accompagnato da un amico che, quando non impegnato in mistiche visioni della Madonna, amava discorrere con me dei figli che avrebbe voluto avere. Mi fermavo al caffè Al-Shawi e il tempo passava, impietoso della ressa che lo attraversava ad ogni ora e della mia ascetica compostezza.
Se un altro giorno andava, un altro si avvicendava e io solo volevo tornare da Elena. Ancora: chiudere bene lo zaino, scarpe comode per il viaggio, indossare il buffo montone orientale e ripartire per tornare.

Il primo incontro con l’India è il gran numero di uomini con il turbante in attesa, a Malpensa, e poi l’odore dell’aria di Delhi, che quella sera, appena uscita dall’aereo, mi stringe lo stomaco e mi spalanca il cuore, mi riempie gli occhi di commozione.
Un momento che non ho piĂą dimenticato.
A Massouri, montagna cascate e pini, scimmie ovunque – dentro e fuori casa – e una scuola di lingua di cui invece ricorderò poco.
Ubriache di meraviglia, si stendono le coperte al sole e si preparano le settimane a venire, in giro per il Rajasthan e l’Uttar Pradesh, fino a Varanasi, tonnellate di chilometri e ore macinati sui sedili di un’ex terza classe.
Infiniti altri incontri seguono il primo, un nuovo andirivieni che anno dopo anno diventa rituale fare insieme: ad ogni autunno viene il momento di pianificare un’altra partenza, sognare di aggiungere ancora un pezzetto di conoscenza di questo mondo distantissimo e familiarissimo insieme.
Vagabondare, studiare, inventarsi modi per tornare ancora e ancora.
Le sere, nelle stanze di hotel improbabili o nel ciondolio di treni e bus, Guccini è casa.

Poi diventiamo grandi e Guccini diventa sempre piĂą nonno.
Continua a tornare nella nostra lingua d’amore – modi di dire, pezzetti di versi, sberleffi, quella r lĂ , “mi disseto un momento e cominciamo subito!”.
Ad ogni melodia canticchiata, il ritorno di tutti questi scorci di vita e giovinezza, e un affetto che – come è appunto quello per i nonni – non smette di maturare con il tempo, si fa perenne.

Grazie Francesco Guccini

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