CREPINO GLI ARTISTI!

Per un nuovo sistema di valori nella storia dell’arte

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Prendo come base di partenza per parlare del libro “Vecchie maestre” il titolo di uno spettacolo, Crepino gli artisti! del regista polacco Tadeusz Kantor (mi verrebbe da aggiungere l’aggettivo geniale, ma non lo faccio e dopo capirete perché). In questo spettacolo, Kantor mette in scena la figura dell’artista emarginato, perseguitato dalla storia e dal potere, fondendo autobiografia, memoria e riflessione sul ruolo dell’arte e della morte.

Il titolo inventato da Kantor si attaglia perfettamente al libro di cui voglio parlare e che provocatoriamente si intitola Vecchie maestre (Old mistress nell’originale inglese). È stato scritto da due storiche dell’arte inglesi Griselda Pollock e Roszika Parker. La prima cosa sorprendente: il libro è stato pubblicato in Inghilterra nel 1981, ma solo adesso, a distanza di più di quarant’anni, vede la prima traduzione in italiano. Merito di una casa editrice di Roma, Tlon edizioni, e di un’assegnista di ricerca in storia dell’arte dell’Università di Padova, Greta Boldorini, che ne ha fatto una traduzione scorrevole e puntuale corredata da una sua documentata e attenta prefazione.

L’assunto del libro di Pollock e Parker è che le donne sono state protagoniste nella storia dell’arte, ma che nella Storia dell’arte scritta dagli uomini non sono riconosciute. Il libro si prefigge l’obiettivo di indagarne i motivi e i risultati a cui approda sono sorprendenti:

“Scoprire la storia delle donne e dell’arte significa in parte dar conto del modo in cui la Storia dell’arte viene scritta. Mostrare i suoi significati impliciti, i suoi presupposti, i suoi silenzi e i suoi pregiudizi significa anche capire che il modo in cui le artiste sono documentate e descritte è cruciale per la definizione dell’arte e dell’artista nella nostra società. Le donne hanno davvero una storia nell’arte, sebbene diversa da quella comunemente accettata, proprio a causa del loro rapporto particolare con le strutture ufficiali e i modelli di produzione artistica dominati dagli uomini”.

Cominciamo dal titolo, che non ha un corrispettivo in italiano. Le autrici lo usano provocatoriamente come corrispettivo femminile di Old Masters. Ma mentre l’uso del termine al maschile indica prestigio, il Vecchio Caposcuola, il venerato Maestro delle Arti, al femminile suona molto più riduttivo, vecchie signore con allusione al molto più triviale vecchie baldracche.

Anche il titolo italiano si colloca sulla stessa falsariga, fa pensare alle attempate maestrine della scuola primaria, niente a che vedere con la grande creazione artistica.

Prima del saggio di Pollock e Parker c’era stato un altro breve saggio che aveva fatto scalpore nel mondo della storia dell’arte. Lo aveva pubblicato la critica d’arte americana Linda Nochlin nel 1971 e sin dal titolo tirava un bello schiaffone al mondo accademico dell’arte: Perché non ci sono state grandi artiste? È inutile, sosteneva Nochlin, tirar fuori nomi di artiste più o meno sconosciute e decantarle.  Non saranno mai alla pari con i grandi della storia dell’arte: “il fatto è che tra le donne non esistono i corrispettivi di Michelangelo o Rembrandt, Delacroix o Cezanne, Picasso o Matisse”. Per Nochlin la minor grandezza delle donne nell’arte va ammessa e la colpa è del sistema maschilista e patriarcale che ne ha impedito la formazione e l’investimento professionale.

Nochlin non ammette che si possano adottare criteri di valutazione differenti da quelli adottati dagli uomini. Al contrario proprio questo sostengono le autrici di Vecchie maestre: se adottiamo dei sistemi di valutazione diversi da quelli dominanti e imposti dagli uomini, se evitiamo di aggiungere semplicemente nomi di donne a un sistema artistico già dato, allora possiamo valutare i meriti artistici in modo diverso, possiamo scrivere una nuova e diversa storia dell’arte:

“Vedere la storia delle donne solo come una battaglia progressiva contro enormi ostacoli significa cadere nella trappola di riaffermare inconsapevolmente gli standard maschili consolidati come unica norma appropriata. Se la storia delle donne viene semplicemente giudicata in base ai parametri della storia degli uomini, le donne vengono di nuovo separate, poste fuori dai processi storici di cui uomini e donne sono invece parte inscindibile”.

Occorre, dicono Pollock e Parker, “rendere conto dei modi specifici in cui le donne hanno creato arte sotto vincoli diversi nei diversi periodi, condizionate tanto dai fattori di classe quanto dal sesso”.

Ecco dove ci conduce in maniera impeccabile il libro: dalle prime miniaturiste medievali all’arte concettuale una progressiva messa a fuoco dei modi straordinari in cui le donne si sono mosse e hanno espresso la loro creatività nel mondo dell’arte, sfidando e bypassando i mille vincoli loro imposti. Scritto bene, scorrevole, con grande acume psicologico, senza tecnicismi, frutto degli approfonditi studi psicanalitici in particolare di Roszika Parker, il libro non sostiene affatto la tesi di un’arte femminile con caratteristiche proprie contrapposta a un’arte maschile. Questo assunto viene rigettato totalmente e con ragione:

“Poiché le artiste sono sempre esistite, la questione diventa piuttosto come esse siano riuscite a lavorare nonostante questi ostacoli. Inoltre in molti casi le donne hanno prodotto opere interessanti non solo nonostante, ma anche grazie al loro rapporto diverso con le strutture che ufficialmente le escludevano. (…) Ogni opera di donna è diversa, determinata da fattori specifici legati al sesso, alla classe sociale e al contesto geografico e storico. Le donne hanno dato il proprio contributo alle forme e ai linguaggi dell’arte perché sono, inevitabilmente, parte integrante della società e della cultura a cui appartengono. Tuttavia, a causa degli effetti economici, sociali e ideologici della differenza sessuale in una cultura occidentale e patriarcale, le donne hanno parlato e agito a partire da una posizione diversa all’interno di quella stessa società e cultura”.

C’è ancora molto da lavorare per rovesciare stereotipi duri a morire, per parlare di arte senza stare dentro a schemi e classificazioni imposte dagli uomini:

“Finché una donna evita di snaturarsi acquisendo genialità, può dilettarsi in qualsiasi cosa. La donna di genio non esiste, ma quando esiste è un uomo. Spesso l’unico modo in cui i critici riescono a lodare un’artista donna è affermare ‘dipinge come un uomo’, come disse Charles Baudelaire di Eugenie Gautier nel 1846”.

Da qui la mia resistenza a usare l’aggettivo geniale.

Il saggio è stato scritto a quattro mani da Griselda Pollock e Rozsika Parker, ma è frutto di un pensiero condiviso ed elaborato insieme. Non ci sono parti scritte dall’una e dall’altra, non si percepiscono stacchi o differenze sostanziali di scrittura. Scrive Pollock nella prefazione all’edizione italiana: “la nostra scrittura collettiva è stata la gioia e l’entusiasmo della mia vita”.

E allo stesso modo si esprime Roszika Parker nella lettera che la stessa Pollock ha voluto fosse pubblicata nell’edizione italiana a conclusione del loro studio:

“Cara Griselda, (…) ogni volta che ci siamo incontrate è stato messo a fuoco un aspetto diverso di ciò che rende la nostra prospettiva essenzialmente politica e legate alle relazioni di potere (…) Quali risposte ci suggerisce ciascuna donna artista in relazione alla società, alla carriera, alla pratica artistica? (…) Mi sento euforica per il senso di completezza che provo nel vedere i pezzi del puzzle andare al loro posto che ho bisogno di scriverlo. (…). Attendo con impazienza di arrivare a un documento di lavoro scorrevole e rapido. Con tanto amore, R.”.

E quel documento scorrevole e rapido finalmente è a nostra disposizione grazie alla magnifica traduzione di Greta Boldorini, imperdibile occasione per riflettere sui tanti pregiudizi incistati nella storia dell’arte.

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