
Non sono facile a farmi sedurre dalla letteratura contemporanea, anzi sono piuttosto esigente. Devo però confessare che il romanzo Storie bumbare di Francesca Silvestre, Italo Svevo edizioni, 2026, mi ha letteralmente conquistato. Se fossi un amico della Domenica, cosa che non sono, non avrei dubbi a candidarlo al Premio Strega. L’autrice, all’opera prima ma non giovanissima, dimostra padronanza dei mezzi espressivi, una notevole sapienza costruttiva e un impasto linguistico originale e di grande qualità. L’idea bella è quella di intercalare l’italiano con parole ed espressioni bumbare, il dialetto istrioto che l’autrice ricostruisce attraverso i racconti ascoltati dalla nonna.
Già questo semplice stratagemma espressivo ci cala con immediatezza nella realtà di un piccolo villaggio dell’entroterra istriano, Dignano oggi Vojdnan, a pochi chilometri da Pola.
Il racconto si svolge principalmente nell’immediato dopoguerra in un clima di tensioni tra italiani e slavi, “sciaoni” o “drugarisi” in lingua bumbara. Il fulcro in cui gravita la vita del paese è l’emporio del sior Bulessi, dove si può trovare un po’ di tutto,anche in tempi di forzate restrizioni. Ha una figlia Luze, giovane maestra nella scuola elementare del paese e un’aiutante di bottega, Valdina, coetanea e compagna di scuola della figlia. E poi tanti altri personaggi meravigliosi come Vincenza, la madre di Valdina, don Mario, il parroco del paese, Nando, il padre di Valdina, la maestra Tolloi, più temuta dai ragazzini delle bombe sganciate da Pippo, Mate, il meccanico slavo innamorato di Valdina.
Cosa mi ha colpito di questa microstoria raccontata magistralmente? La capacità di narrare vicende anche dolorose senza odio, senza risentimento, riconoscendo nell’altro, anche quando schierato su fronti opposti, una persona e non un nemico da odiare. E Valdina è un po’ l’incarnazione di questo spirito di umanità che supera ogni barriera e ogni confine, Valdina che si innamora di uno sciaone, Mate, Valdina che decide di restare ereditando il mestiere di levatrice della madre e continuando a far nascere indifferentemente ‘taliani e drugarisi:
“Per quale ragione s’era presa la briga di far nascere un drugariso? Quelli venivano al mondo con o senza l’aiuto di una levatrice, per poi crescere tutti uguali: pieni d’odio e determinati a rapinare gli italiani di quel poco che gli era rimasto. I padri avevano ridotto a misera seraja i campi, un tempo rigogliosi e tanto ordinati da sembrare coltivati con il righello. (…) Agli uomini seduti intorno al tavolo Valdina spiegava che non se l’era mai sentita di negare aiuto ai mariti che dopo la nascita di Frane erano venuti a cercarla. Erano in tanti, drugarisi e ‘taliani. Lei non si prendeva la briga di contarli o distinguerli”.
Il libro misura la distanza tra la grande Storia e la storia di una piccola comunità che segue logiche diverse fatte soprattutto di persone che si conoscono dalla nascita e che condividono miseria e umanità:
“Non era passato molto tempo prima che Frane portasse con sé i compagni di gioco. Pici drugarisi avevano iniziato a fare capolino da portoni, stalle, orti e ogni angolo del paese. D’improvviso non c’era cancello, porta o finestra da cui non spuntasse un ciuffo irto di capelli castani, non comparisse un sorriso sdentato a rischiarare la piazza e le calli. “Valdina, Valdina, Valdina”. Tutti insieme la pedinavano fino a casa. (…) “Forsa, venì ‘vanti” Nella cucina annerita dal fumo, Valdina distribuiva fette di pane di segale ricoperte di burro e zucchero. I ragazzini se le contendevano azzuffandosi più famelici dei cani randagi”.
Dopo il trattato di Parigi, la figlia del sior Bulessi, Luze, decide di lasciare l’Istria insieme alla figlia Ida e al marito. Valdina rimane, nell’attesa vana di ritrovare Mate, l’innamorato slavo che ha saputo anteporre l’amore alla disciplina di partito:
“Mate (…) attendeva che nel buio si sentissero soltanto gli schiocchi delle falive nel caminetto, scintille che scandivano il tempo, preannunciando il momento in cui Valdina si sarebbe alzata dalla branda e in punta di piedi si sarebbe sporta dal davanzale a scompigliargli i capelli”.
Francesca Silvestre ha costruito la sua narrazione rielaborando i racconti e le parole bumbare ascoltate dalla nonna, la Luze del romanzo, come spiega in una nota posta in premessa:
“la sola (lingua) che potessi usare per tentare di ricomporre i frammenti delle storie con cui mia nonna cercava di spiegare (…) quanto accaduto in Istria, e in particolare a Dignano, a partire dalla Seconda guerra mondiale. Nelle sue parole, scevre da giudizi su etnie e schieramenti politici, riecheggiava l’ammirazione per il coraggio con cui i suoi familiari e amici avevano tentato di opporsi alle lacerazioni del conflitto, preservando la loro umanità”.
Ed ecco le parole di Valdina: “No fasevo niente: spetavo, spetavo soltanto ch’el picio nassesse.
Romanzo che cattura e avvince e in cui traspare e risplende in ogni riga quell’umanità che la nonna ha lasciato in eredità all’autrice.
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