È una corsa contro il tempo quella che ti incolla alla sedia e ti fa spalancare gli occhi e aprire la mente davanti a uno schermo che si riempie di Storia, quella vera, sofferta, vissuta. E non importa se è una finzione. Il grottesco si fa accettare senza colpo ferire, proprio nello stesso istante, ma sarebbe più appropriato dire, nello stesso fotogramma in cui un colpo alla nuca gela ogni sorriso e ogni speranza di intrattenimento spensierato. A cena con il dittatore sa procedere in mirabile equilibrio tra farsa e tragedia e non ti lascia un attimo di tregua, con l’ansia di scoprire cosa succederà e il timore che la burla si tinga sempre più di disgrazia. Un meccanismo perfetto, un congegno a orologeria che puntualmente esplode a ogni cambio scena. Siamo a Madrid subito dopo la fine della guerra civile. È il 15 Aprile 1939 e il dittatore Francisco Franco vuole festeggiare la vittoria offrendo alla sua corte e ai suoi generali una ricca cena in una sede prestigiosa all’altezza della sua vanità: il salone delle feste dell’Hotel Palace. Solo che l’albergo, durante la guerra è stato adibito ad ospedale e, al posto di tavoli e camerieri, ora ci sono letti, pazienti, infermieri e dottori. L’incaricato di organizzare l’evento, tale Medina (Mario Casas), un integerrimo tenente tutto d’un pezzo, di fronte a quello spettacolo di sangue e dolore non vuol sentire ragioni: entro sera l’ampio salone dovrà essere di nuovo lo sfarzoso ambiente di un tempo. Subito dopo l’ufficiale si premura di convocare i migliori chef della città per metterli subito all’opera. E qui sorge il primo inghippo. Il maître dell’albergo Genaro Palazon (Alberto San Juan), lo informa che i cuochi stellati sono tutti in galera perché tutti rossi. Medina non si scoraggia e da plenipotenziario strappa letteralmente i prigionieri al plotone di esecuzione e fa dilazionare la fucilazione al giorno dopo. Il film può davvero cominciare e non c’è più tempo né spazio per esitazioni, ripensamenti o intoppi. Il racconto della trama invece deve fermarsi qui, basta aggiungere che succede di tutto e tutto è imprevedibile, compreso il finale.

Il film è tratto dalla commedia La cena de los generales di José Luis Alonso de Santos ed è stato sceneggiato per lo schermo da Joaquín Oristrell, Yolanda García Serrano e dal regista del film Gómez Pereira. Il film non risente della sua origine teatrale e procede libero e spedito anche se quasi tutto girato in interni. Il salone, i corridoi, la cucina e tutti gli ambienti del vecchio albergo prendono il posto del palcoscenico, dove gli equivoci, i sotterfugi, gli inganni e i desideri di vendetta si intrecciano con precisone geometrica a provocare un raffinato umorismo latente, spesso allo stato potenziale. Stride il contrasto tra il sofferto dopoguerra fatto ancora di fame, miseria e violenza con la messa in scena di una pace godereccia foriera di leccornie al ritmo di musichette patriottiche. E lo spettatore, cosciente di tutto ciò e memore di quella feroce dittatura, trattiene a fatica il riso e il sorriso. Emozioni che inevitabilmente e volentieri esplodono se si accetta il gioco al massacro che i vari personaggi architettano sperando di prevalere gli uni sugli altri. È chiaro però che non c’è nessuna ambiguità o titubanza nel mostrare da che parte sta la ragione, non solo quella storica, anche quella umana. Un racconto limpido ed esemplare dove si respira antifascismo in ogni inquadratura, dal primo all’ultimo fotogramma. 

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