Sono tempi difficili quelli in cui si cerca disperatamente un appiglio per confermare scelte, difendere valori e sostenere principi che abbiano come perno l’apertura verso i mondi. Siamo in una miserabile condizione. Crolla ogni ragione vitale e si assiste -forse colpevolmente- immobili ad una progressiva, sottesa ma non tanto, manomissione del bene, della volontà di pace, di solidarietà, di incontro. Si è sbriciolata ogni parola, a partire da ‘democrazia’, di cui l’Occidente mostra sempre più di voler fare a meno, forte del suo essere in guerra con il resto del mondo.
Anche la comunicazione possibile, finalmente fornita, nel tempo di quel ‘partire da sé’ di cui il femminismo si è fatto carico, a chi non ha mai avuto voce, si è annichilita di fronte alla perdita di senso dei dibattiti politico-mediatici, che senza offrire alcuna sintesi sociale, disquisiscono sul vuoto e offrono il fianco a quella violenza che piove sulle nostre vite, priva di ogni pudore e soprattutto mossa dalla giustificazione della vendetta e dall’esibizione della forza.
Eppure resta la percezione che la realtà è più ampia di quanto ci viene raccontato e che, anche sotto questo cielo cupo, la vita pulsa e insiste.
Strano per chi è cresciuto a pane laico, trovare questa via di speranza nella parola del papa, quella contenuta nella prima enciclica di Leone XIV, firmata il 15 maggio di quest’anno. Non tanto strano e non da ora. Nel Vangelo la strada è indicata e nelle vie che invita a seguire tutto è scritto con chiarezza: quale il posto degli ultimi che ‘saranno primi’, come si capovolge l’espressione d’amore fino ad amare il nemico, l’assurdo del giudizio nel ‘chi è senza peccato scagli la prima pietra’…
Già papa Francesco invocava insistentemente la pace con chiarissima voce, ancora negli ultimi mesi della sua vita:

Ciascuno di noi deve sentirsi in qualche modo responsabile della devastazione a cui è sottoposta la nostra casa comune, a partire da quelle azioni che, anche solo indirettamente, alimentano i conflitti che stanno flagellando l’umanità. Si fomentano e si intrecciano, così, sfide sistemiche, distinte ma interconnesse, che affliggono il nostro pianeta. Mi riferisco, in particolare, alle disparità di ogni sorta, al trattamento disumano riservato alle persone migranti, al degrado ambientale, alla confusione colpevolmente generata dalla disinformazione, al rigetto di ogni tipo di dialogo, ai cospicui finanziamenti dell’industria militare. Sono tutti fattori di una concreta minaccia per l’esistenza dell’intera umanità. All’inizio di quest’anno, pertanto, vogliamo metterci in ascolto di questo grido dell’umanità per sentirci chiamati, tutti, insieme e personalmente, a rompere le catene dell’ingiustizia per proclamare la giustizia di Dio. Non potrà bastare qualche episodico atto di filantropia. Occorrono, invece, cambiamenti culturali e strutturali, perché avvenga anche un cambiamento duraturo. (Messaggio per la giornata della pace 2025)

Qui, nella Magnifica humanitas di Leone XIV, la scelta a cui siamo chiamati viene indicata nelle primissime righe: “innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città di Gerusalemme dove Dio e l’umanità abitano insieme”.
Pubblicata a maggio, è stata oggetto di tantissime riflessioni, di detrazioni ed encomi: la componente della chiesa legata alla tradizione vede in essa preoccupanti echi bergogliani, alcuni quotidiani accampano l’idea che qualche parte sia addirittura frutto dell’IA, qualcuno rileva errori (nella parte dedicata alla schiavitù), altri ne considerano la frammentarietà e altri ancora l’accusano di ‘statalismo’.
In essa si ribadiscono alcuni dei temi sui quali la chiesa non ha ancora mostrato aperture o disponibilità all’incontro con posizioni laiche, espresse e diffuse; resta ancorata ai principi classici del suo magistero sulla condanna dell’aborto e dell’eutanasia, su un’idea di famiglia “fondata sull’unione stabile tra uomo e donna”. Non è tempo, e forse in quest’enciclica nemmeno luogo, per affrontare in profondità questi temi che registrano la dissonanza tra la chiesa e il mondo, ma c’è in questo corposo scritto del papa tanto altro da cui trarre proposte e suggestioni per muoversi nel labirinto dei tempi nuovi.
Il primo pensiero che la lettura restituisce riguarda le molteplici diramazioni che il sottotitolo non consente di prevedere: Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. Ci si aspetta una disanima attenta dei vantaggi e dei pericoli dell’IA e invece ci si trova di fronte a una lettura accurata della situazione del mondo e dei poteri che lo dominano con l’attenzione rivolta sempre ai più fragili, a coloro che hanno meno, agli emarginati dalla storia. E qui è la grande novità della prima enciclica di Leone XIV che vuole essere ascritta al filone della dottrina sociale della Chiesa cominciata con il suo predecessore Leone XIII attraverso l’enciclica Rerum Novarum del 1891. Il papa infatti, a partire da essa, passa in esame tutte le encicliche a carattere sociale dei suoi predecessori e prepara all’incursione nei problemi salienti del nostro tempo, a partire da un’affermazione che precede: “La Dottrina sociale della Chiesa può essere considerata una forma di sapienza capace di orientare ancora oggi la vita personale e sociale dei credenti”. Parrebbe rivolta ai soli credenti, ma il respiro delle pagine che seguono è molto più ampio e consente di assumerne il valore anche da laici o agnostici. Il perno del discorso è infatti sul ‘bene comune’ e non è possibile non riconoscersi in questo principio se si ha orrore di quanto capita nel mondo e se si vuole un punto di inizio per muoversi alla costruzione della pace.
I principi di sussidiarietà, di solidarietà e di giustizia sociale seguono e preparano alla sezione in cui la ‘grandezza della persona umana’ prende spazio. Era necessario che qualcuno lo dicesse chiaro e forte, dato che tutti i pericoli che vengono annoverati quando non si tiene conto di questo, sono reali e sono gli stessi di cui si sente da ogni parte il lamento. Indicare pericoli, vedere le situazioni e saperle nominare non basta.

Affidare, nei fatti, a un algoritmo il potere di selezionare chi merita e chi no, senza che nessuno si assuma più il peso della decisione, significa affidargli il compito di ridefinire i confini delle possibilità umane. Ciò che viene meno, in questo processo, non è solo l’empatia verso l’escluso, che può essere imitata artificialmente, ma la responsabilità politica, perché lo scarto dei deboli viene ammantato di neutralità e oggettività, davanti alle quali è impossibile protestare. E così l’ingiustizia si fa silenziosa e la compassione, la misericordia e il perdono, non come mera apparenza, ma come gesti politici, scompaiono dall’orizzonte.

E non è certo un caso se i pochi personaggi, che non siano papi o esponenti di istituzioni religiose, nominati nell’enciclica, che sono Tommaso d’Aquino, Agostino naturalmente, Romano Guardini, Viktor Frankl, Martin L. King, Nelson Mandela, Hannah Arendt, J. R. Reuel Tolkien, Giorgio la Pira, presi da mondi diversi per cultura e religione, vengono richiamati per un solo punto del loro agire e pensare: il retto uso della potenza, la conoscenza dell’uomo a partire dall’orrore di cui è capace, i movimenti per i diritti civili, il lavoro per non consegnare all’odio il futuro di un paese, l’interesse per la verità che contiene il rischio di scivolare verso il totalitarismo, il compito di fare il possibile per gli anni nei quali viviamo e il metodo del negoziato, dell’incontro, cioè il metodo autenticamente umano, da sostituire alla guerra. Insieme indicano tutte le strade possibili, invitano a un agire consapevole. E le molte donne “coraggiose e generose” chiamate per nome che hanno “contribuito a rendere più umana la storia, insieme alla trama nascosta di coloro che scelgono i luoghi poveri e pericolosi o aiutano, educano, curano nel quotidiano, senza clamore e con perseveranza, forniscono materia al bene.

Il punto critico, alla luce della Dottrina sociale della Chiesa, non è l’uso della tecnica in quanto tale, ma la visione che vi soggiace: se l’essere umano è trattato come materiale da perfezionare o da oltrepassare, allora diventa più facile accettare che alcuni vengano considerati meno utili, meno desiderabili, meno degni. In nome del progresso si può arrivare ad immaginare ‘sacrifici necessari’, e far pagare ai più fragili il prezzo di una presunta ottimizzazione della specie.

…

Per questo è necessario distinguere con chiarezza: una cosa è integrare le tecnologie in una visione umana e relazionale, un’altra è lasciarsi guidare da un immaginario che svaluta il limite e promette una ‘salvezza’ puramente tecnica.

Piuttosto il saper accogliere il limite, la finitudine, guida verso il discernimento dell’ingiustizia, aiuta a riconoscerla come scandalo. Per seguire questa via c’è bisogno di pensiero, a partire dal prediligere la ‘civiltà dell’amore’ alla cultura della potenza.
“L’umanità -magnifica e ferita- non deve essere sostituita né superata: può accogliere i progressi della tecnica per alleviare le sofferenze e aprire possibilità nuove, purché non rinneghi ciò che la rende se stessa, cioè la capacità di relazione e di amore”.
L’uso delle tecnologie digitali, l’impiego ormai diffuso della IA in tutti i processi di comunicazione, di gestione e controllo delle relazioni sociali, vogliono fornire un’impressione di ‘oggettività’ e allontanano dal pensare che invece riflettono i parametri culturali di chi li ha progettati e addestrati. L’uso della IA non è un fatto solamente tecnico, ma incide sulla vita delle persone, nel lavoro, nelle relazioni e perciò non è moralmente neutra. Occorre disarmarla, “sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva… Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare”.
I pochi miliardari, senza alcun freno inibitore che limiti o mimetizzi le loro nefandezze, che possiedono il mondo e ignorano o disprezzano masse di persone spaventate, agiscono senza controllo, sostenuti dall’ambigua equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare.
“Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano. Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita”.
Le ultime pagine dell’enciclica sono dedicate al Magnificat come canto della speranza, attenzione all’invisibile, attenzione come orientamento dell’anima nel senso caro a Simone Weil. Se ascoltiamo la vicinanza tra il titolo di questa enciclica e il canto di Maria, riusciamo anche a leggervi una indicazione ancora: non si tratta soltanto di seguire una linea additata, ma di ritrovare una vocazione profonda, quella propria dell’umanità che non si consegna ai miraggi, ma scopre la bellezza e il senso del bene e può assumere come modello simbolico quel vangelo sulla bara di Enzo Bianchi.

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