Avvertenza: il secondo transito sarà pubblicato nel prossimo numero di CartaVetro

1-Alla posta di partenza

All’orizzonte l’alba appare una sottile striscia di luce che solleva le cataratte buie della notte, per poi allargarsi in vampate di colore, a volte tenue rosato, a volte rosso di fuoco, ed è l’aurora. Così si apre il mattino, in movimenti vitali, fecondo, operoso.
Torturato da ferite straripate in sangue raggrumato, e sangue a grossi chicchi sulla fronte sotto le spine, e sangue contuso nei larghi lividi sotto la pelle, questo è il corpo disarticolato che viene deposto dalla croce, come sempre ce lo hanno dipinto, scolpito, narrato. Corpo morto di un figlio di Dio.
Coniughiamo le due esperienze, ecco cosa ci annuncia il titolo dell’opera di Annalisa Ballarini.

L’exergo

Che non è ‘fuori opera’. Se è certamente databile ad un tempo non di poco precedente l’edizione, la comprende comunque nella sua completezza, ma non come sintesi, quanto piuttosto come visione profetica, disperata, di Cassandra. Quel “caldo fuori stagione”, che ieri, e ancora adesso, ci ha brutalmente costretto a sentire sulla pelle il disastro globale da tanto annunciato e inascoltato. Quei “bollettini di guerra”, qui forse specifici di una epidemia tra le tante morìe che abbiamo incontrato – ma non soltanto, se riescono ad artigliare la gente, a farla diventare “fanti”, in riga ordinata, senza alcun potere, sottomessi completamente, amorfi, inerti, indifferenti –, sono i  bollettini che poi, in tempi brevissimi, sono diventati gli abituali, consueti resoconti da Gaza, dall’Ucraina, dal Libano, dalla Cisgiordania, dall’Iran, da Ceuta, dal Mediterraneo, dall’AI, dalla crisi dei dazi, dell’energia, dell’inflazione, della ‘razzapura’, dal mondo tutto, tutt’intero. Noi, “fanti di passaggio”, siamo “narcotizzati a dovere” per muoverci al “passo dei simili”. Non a caso la poeta nomina un neurotrasmettitore, ‘ormone del buonumore’, che regola l’emozionalità, l’appetito, il sonno, la digestione, che fa da tramite tra corpo e cervello, tra mente e intestino, il quale, sedando le ansie – magari sollecitate proprio da chi poi assurge a salvifico capobranco – produce il perfetto gregge di fanti-pedoni, massa informe e non coralità, massa obbediente, manovrabile, sacrificabile. Anche se qualche “soldato” pare affrettarsi diversamente – ma in realtà sospinto solo dalla sua abitudinaria egotica “compulsione a ripetere” –, inevitabilmente “tornerà qui” e “terrà il passo” che lo omologherà alla schiera dove “ognuno” – mantenendo quindi il suo individualismo stremato di “tutti contro tutti, uno contro uno” – con la “stessa divisa, stesse armi, stessa musica nelle orecchie”, andrà incontro alla “stessa morte”.
È un testo di poesie che quasi sempre si orchestrano come brevi scene, su sfondi scenografici tanto precisamente particolari quanto essenziali per l’azione che veicolano, con attori – persone, cose, sensibilità – che agiscono, dicono –se dicono –,con l’incisività ad altorilievo oracolare del teatro, e in una successione che è vicenda tragica, nel senso più totale del termine, ben rilevata dai titoli delle ‘stazioni’: La sospensione nel tramonto, Il buio e oltre, Eclissi, Feriture di luce, La prosa del giorno, Tra l’iride e il cielo.

“Un ottimo affare al mercato
del mercoledì: scarpe color piombo
con cui ancorarmi al suolo.
(…)”
p.36
“-Quando finirà questa notte?- ci chiedevamo.
La sentinella lasciava il campo, e nessuno
ci avrebbe detto dell’alba. (…)”
p.25
“Ti dico che non importa se il verderame
ora ricopre gli arbusti,
indica già il prossimo zenit
la vite, resisterà al tempo
degli assedi: vedi basta imparare
dall’incrinatura del muro
che ha partorito gli angeli nell’ombra
(…)”
p.64
“Tocca a te, ora contare.
(…)
Tu continua a contare, una pausa
di semiminima al secondo, conta
per un minuto e in un minuto
sarò sul ramo più alto
(…)
ma tu conta, intanto, in silenzio,
mentre apro le braccia.”
p.94
“L’aria delle sette è un agguato alla gola,
nell’attesa ha smosso gli stipiti, nascosto
le chiavi delle stanze, e per nessuno
c’era riparo. Fa domande (…)”
p.33

È una poesia quasi priva degli spostamenti semantici tipici del linguaggio poetico. Quelle che potrebbero sembrare metafore o metonimie o sineddochi, non lo sono; e nemmeno si tratta di figure assunte a simboli.

È tutto vero. Intendendo per ‘vero’ non il risultato di una concettualizzazione rigorosamente ragionata e condotta a deduzioni logicamente ineccepibili, né l’universale palesarsi di autoevidenze assolute aprioristiche. Vero come assunto tale da chi lo pronuncia, in quanto palpabile, sensibile, matericamente esperito da chi lo vive e gli dà nome, senza altre connotazioni.

I muri sono muri: qui, a bordo di strade, dove il caldo implacabile “scrive” tra gonfi di intonaco e crepe di calcina manifesti-avvisi di divieti e obblighi; là, a recinzione di un giardino, nella necessaria funzione di reggere “una panchina”. Le donne cantavano davvero d’estate come le rane, non soltanto per le voci non sempre melodiose, ma perché, lì sull’erba, la notte condivisa, vivevano adiacenti, intrecciate alle rane. I giorni “collidono” davvero con lo “stridore” che aggriccia la pelle, quello degli urti delle autoscontro, quando si accavallano l’uno all’altro, oppure si scavalcano persi di ore e di impegni, di noia, di niente, invissuti. Gli “occhi delle vecchie madri” allettate, dementi, disarmate, “urlano” davvero dal chiuso delle stanze. Sono davvero “braccia di rapace” quelle che ripiegano gli artigli della caccia, per “sminuzzare”, divorare “la selvaggina / a mani nude”. L’involucro casa- “tenda” sa davvero di “cuoio”, perché è fatta della pelle delle prede abbattute. E l’eternità della notte in parallelo con Dio – questo sì è un traslato per evitare una bestemmia – non lo esclude dalla brutalità di carnefice.  C’è davvero un giardino con l’acero, l’euforbia, la “ferita” nel muro di cinta che spinge fuori la sabbia con la regolarità di una clessidra. E la bottiglia di plastica con l’ultimo goccio d’acqua, il bicchiere rovesciato, il tappo, scomposti lì sulla tovaglia, abbandonati e non trasfigurati alla Morandi. Altrettanto veri che il “gatto” zoppo o i “panni stesi là fuori” sono “l’ursuono della creazione “ che come un’onda sismica corre sottoterra; la “coperta” sulle cui stampe del planisfero i corpi ricostruiscono una differente disposizione della terra originaria; la domanda di potersi domiciliare sulla “lastra di granito” della piazza, in verticalità, come certe antiche sepolture; il malmovimento che dà vita a un suono riverberante per gli acciai della cucina fino alla vertigine della “danza sufi”.
Non si pensi che siamo di fronte a una scelta stilistica intesa ad attuare un realismo oggettivo, per dare spessore materico a personaggi, emozioni, fantasie. Non è un vero formale, da scrittore più o meno assente o onnisciente. È un vero del vivere, che si muove nel mondo di fuori e nel mondo di dentro, senza misurarne la compattezza sostanziale.
Coinvolge e trascina chi legge con una immediata sensazione di diversità dal consueto della poesia – come se la poesia poi potesse racchiudersi in un consueto! Ci si accorge però che la diversità sta, assurdamente, nel fatto che le parole non rinunciano quasi mai al disporsi regolare, canonico della sequenza sintattica e grammaticale; scorrono limpide, immediate, facili. Ma recando quello che propriamente sono lì, solo lì, in quel contesto, in effetti spostate spesso dalle adiacenze, dal significato comunemente loro attribuiti. Ci rendiamo conto che un altro-da-noi, poeta, ci ha dato l’accesso alla faccia nascosta della luna, che è sempre quella lì, in cielo, quella di tutti, ma se ci giri dietro con il terz’occhio, oppure te la guardi da miope o presbite, ma senza occhiali… La poeta ha fatto in modo che a noi sia facile percorrere questi versi di-versi, così consueti da straniarci. Qui, forse, il passe-partout. L’attuazione di una coralità tra poeta e lettore.
Mi rendo conto di non essere per niente chiara.
Il soggetto che scrive, che tiene a volte il timone grammaticale, non si avvolge in una mandorla monadica, anzi trascorre quasi sempre, anche sottintendendolo, in un ‘noi’ corale.      
Che è sempre stata una cifra della poesia di Ballarini, anche quando, come in Specchio a figura intera, la ricognizione era rivolta soprattutto alla propria identità.
Uno dei modi con cui è fatta emergere questa coralità, a partire dall’‘io’ per includerlo nel ‘noi’, è l’adiacenza degli oggetti – i più comuni sempre – che gli stanno, più che intorno, complementari. Come congregazioni della psiche:

“Il passato venduto a peso
come l’argento usato
-candelabri portapane cartagloria –
Soffiando sulle mensole
(…)

(…) non è mai stata tanto grande
la casa (…)
p.27
“Gli oggetti accatastati sono parole prive di senso
(…)”
p.41
Come fisiche pertinenze della casa-corpo – siano cose di casa, di strada, di natura:
“(…)
(…) Anche gli oggetti
conosceranno il freddo dell’inverno,
e anche i poeti in ordine alfabetico
(…)
Sopporteranno bene, lo so,
(…)”
p.60
“Ho imparato la legge dell’erosione
graduale del minuendo fino a un resto
(…)”
p.44
Il tempo è misurato sulle rose:
“ (…)
(…) rimani
il tempo di una rosa recisa,
(…)”
p.91
Come mediatori per spazitempi di un qualche altrove, soggetti comunque ai medesimi destini crudeli degli umani:
“(…)
(…) fatta di grazia
e porcellana (…)
(…)
il volto (…)
pronto a far vibrare di miracolo la stanza,
(…)
(…) a suggerire
la direzione del soffio, alito
fresco, ipotesi di un altrove,
stava
lì, di grazia e porcellana
venduta oggi a un rigattiere.
(…)”
p.77
“(…)
(…) forse
l’insetto conosce la via segreta
(…)
lungo cui procedere adagio, per salvarsi
(…)”
p.58
Anche le parole, tanto del registro alto quanto di quello quotidiano e specialistico, sono materiche; immesse nel tempo, nel divenire, diventano vive, sofferenti, animali, luminose, morenti:
“(…)
(…) si raccolgono parole
da riporre ordinate negli ossari.”
p.91
“Queste sono le parole guarite
(…)
Hanno la pelle del djembe,
la vibrazione dell’ape nel torace,
il suo miele regale in bocca
(…)
eccole, portate
dalla lunga erranza, con il polline
e i semi della terra sotto i piedi,
l’impronta delle notti sulle mani
(…)”
p.96

Il filo che tesse le parole è una musicalità prosodica delicata, un ritmo non troppo battuto ed esibito; a volte interrotto, mai bruscamente, per sottolineare un concetto, un’immagine, una sorpresa. Con una discreta occorrenza, peraltro molto varia, di endecasillabi; con misure metriche originali ma non troppo difformi dalle classiche. Poche allitterazioni e mai insistite, piuttosto leggere, quasi per dare appena un tono più alto a un’immagine, un’emozione: “coperti dai capelli lunghi del lutto”, “un canto antico come quello delle rane”. Più frequenti le assonanze e consonanze, mai eccentriche, ricercate; presenti le anafore, i paralleli a sottolineare situazioni, concetti. Praticamente nessuna rima.
L’impronta che lascia questa poesia, emozionale e conoscitiva, è quella di essenzialità: ogni eccedenza è stata rimossa, e un ‘vero’ vissuto – ma che non lo si intenda sinonimo di ‘biografico’! – ha filtrato – con dolore, si sente – i grumi della voce per farne un canto tanto alto, quanto rigato dalla gola che i fiati di quel vissuto ha respirato.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *