
Chi narra è poeta. Per quanto il narrare si distenda nelle maniere prosastiche, è il baluginio della poesia che illumina le parole, le fa scattare in rilievo:
“la neve in punte di bianco ha coperto il rosa della panchina la testa degli alberi è nuziale la festa danza inquieta e leggerissima dei fiocchi il lampione connette il piccolo parco al cielo e mi consegna questa cerimonia silenziosa” (p.12)
Conosciamo questa neve, è quella di leièmaria, di dentro la O, di Caro diario azzurro, di La casa degli scemi,e di tanti attraversamenti che approdavano al focolare della casa. Adesso, come fosse stato fatto passare il testimone da un testo all’altro – ed in effetti “ho deciso prendo il testimone” è la stessa scelta, se non proprio le stesse parole, con cui l’io narrante di leièmaria e la scrittrice di La casa degli scemi decidono di rendere testimonianza dell’orrore con cui sono venute in contatto –, è una ragazza giovane che comincerà a scrivere, guardando “la coniugazione aerea dei fiocchi” come “una scrittura”. C’è una circolarità di rimandi e ritorni nei testi di Anna Maria Farabbi che ne fa un corpus unico, un’esperienza in fieri, qui anche una trasmissione generazionale, quasi un’offerta testamentaria ai giovani nuovi lettori. Non a caso, secondo me, la giovane protagonista resta innominata, quindi nominabile da qualunque lettora/e senta di chiamarla col proprio nome.
Nelle primissime pagine c’è una nuova libertà stilistica che dimentica punteggiatura, maiuscole e anche connessioni sintattiche e che non tornerà più in seguito– unica motivazione: “riassumo”. Credo che voglia scandire un tempo secco, diverso, d’interruzione tragica della vita viva, vuoto e inerte di congiunzioni a prospettiva, sostenuto solo da eventi esterni ripetitivi (“un lampione a lanterna che si accende alle diciotto in punto”, “l’infermiera è venuta per il solito prelievo”, “cinque ore di scuola on line”), quando la grave malattia della giovane protagonista si accampa totalitaria nella sua quotidianità. Gli unici eventi che la dis-traggono fuori dalla “camera 8” sono la neve viva citata sopra e le gocce del suo sangue:
“ in un’action painting sul lenzuolo (…)quasi pollock un’opera d’arte (…) in grado di scrivere sui fili di cotone di un lenzuolo pubblico usato da tanti prima di me e ora consegnato a me come fosse la tela creata da un’antica penelope dentro cui entrare nel tempo fino alla preistoria // scrivendomi con il mio alfabeto biologico con gocce di sangue ammalato ma capace di un’opera d’arte rido” (pp.7-8)
Scritture.
Da cui lei si fa condurre a scrivere sui fogli a quadretti la sua avventura per caverne preistoriche, scrittura di salvezza, comunque si concluda l’avventura presente vissuta dal suo corpo e che intervalla l’altra avventura come per prenderne fiato, significanza, e quindi ricomporre ripercorrere riconoscere la propria intimità. Un’interiorità che è stata ottusa sì dalla malattia, ma che sarà vivificata dal progressivo sentirsi nell’appartenenza a quella lunga catena corale che le impronte delle mani sulla roccia delle grotte preistoriche le hanno fatto incontrare.
Non si tratta delle più o meno consuete avventure che si incontrano nei romanzi. Farabbi ci ha abituato nei suoi testi narrativi a stare su un margine mai ben definito tra sua biografia e invenzione, comunque sempre in adiacenza a reali contatti, esperienze, incontri con le cose, le persone attraversate dai problemi, dai dolori, dalle violenze di cui ci vuole parlare, così come dagli entusiasmi, dalla fiducia, dalla caparbia scelta del bene, di chi lei sente, riconosce, addita come Maestre, Maestri. Qui valgono i tanti incontri con cui si è inanellata a persone portatrici di pesanti handicap, fisici e psichici, nonché i suoi interessi e varie esperienze inerenti i tempi preistorici in senso lato: il culto della Grande Madre, e l’origine della parola, della poesia, del canto in particolare.
Guidata dalle mamme archeologhe, la ragazza protagonista ha visitato grotte e caverne della preistoria, dove gli antichi lasciarono disegni, pitture, sculture. Ora, nel tempo coatto dell’ospedale, ricompone dagli appunti disordinati il filo profondo della sua vicenda: un’ esperienza letteralmente vissuta sottoterra, in punti del globo tra loro distantissimi, ma stranamente coniugati come se di un’unica pancia si trattasse: le viscere appunto della Terra. Dove il suo corpo, la sua pelle, i suoi sensi hanno incontrato e conosciuto un tempo antichissimo che si è fatto sentire presente, attuale, ricco di vita, proprio riportandole accanto quegli uomini e donne e bambini, le cui intenzioni, motivazioni, i cui gesti li hanno incarnati alla roccia, restituendoglieli condivisi, anelli come lei di una grande unica catena. La Grande Madre non è mai nominata, ma è come una palpabile compresenza che si avverte nel respiro delle grotte, che si trasmette al tatto della mano sulla roccia, e – perché no? – che si materializza nelle sue “mamme”. Le mamme della ragazza hanno caratteri particolari: pur tessendo i nodi del lungo viaggio, pur sollecite e presenti ai bisogni della figlia, restano comunque sempre sullo sfondo, anche quando passano molti giorni insieme (ad esempio praticamente recluse in uno strano ‘rifugio’), senza particolari esibizioni di affettuoserie mammone, senza spiegazioni sapienziali o specialistiche, senza sollecitazioni o imposizioni al fare della ragazza che non siano strettamente indispensabili a una specifica situazione. Anche la ragazza le pensa e le nomina senza contorni smielati, senza mai sottolinearne lo status inconsueto, quanto piuttosto decisamente soddisfatta di una condizione familiare che vive così naturalmente da non esserle ‘diversa’. Le mamme non intervengono direttamente nemmeno sull’itinerario interiore che la ragazza dovrà compiere nella cura. Semplicemente ci sono. Anche se lontane. Continue, attente, non incombenti. Pilastri di base che sostengono e non obbligano. La ragazzina non le chiama, non le invoca, non le vuole lì accanto – nemmeno limitrofe, visto il necessario isolamento della cura –, ma quando dice, come en passant tra altri ragionamenti, “le mamme” fanno “le mamme” dicono “le mamme” vanno, c’è nella sua pronuncia una sicurezza, una condivisione, un affidarsi così naturale e certo che dà sollievo e appagamento al bisogno di rassicurazione di chi legge.
Esterno alla situazione anche l’affetto grande, tipicamente adolescenziale, per l’amica Helena (che ha nome, invece, perché le amiche del cuore di quell’età sono assolutamente uniche e tali resteranno per sempre, anche se distanziate dal tempo e dalle vicende esistenziali), anch’essa essenziale pilastro alla difficile avventura interiore – cioè dentro la unitaria connessione di corpo e psiche – della ragazza in cura.
C’è un terzo occhio, però, che la guida, l’affianca, l’aiuta a tastare con puntualità emozioni e sensazioni, a zappare il tempo trascorso –non ‘passato’, qui più che mai: per una ragazzina è quasi un’impossibilità logica – nelle grotte, per farne il giusto terreno ai semi del tempo a venire. È la penna, la scrittura, è la poesia, che, non a caso, qua e là tra i quadretti si mostra proprio a versi. Mi si lasci dire che solo una poeta poteva doppiare una giovane donna con tanta leggera abissalità nella tempesta di una possibile morte.
Molto bella la grafica e l’impaginazione di questo libro. Oltre alla chiara scansione interna, con tanto di quadretti a sfondo della scrittura della ragazzina, molto forte è l’immagine di copertina: una mano nei colori e nella postura delle tante mani nelle caverne preistoriche, del tutto percorsa da spirali, che sono il segno universale della Grande Madre. Un QR code nell’aletta posteriore del testo permette di accedere online ad una lettura del testo – accessibile quindi ai nonvedenti – (di Anna Maria Farabbi), nonché alle numerose schede di approfondimento.
Lascia un commento