
Grazie a Sara Boffito! Che su Il Sole 24 Ore Domenica 19 luglio 2026 ci dona la parola per il sentimento del nostro tempo di fronte a questo “naufragio” di valori, a queste catastrofiche prospettive di vita umana e globale, quando “per la prima volta la distruttività umana può coincidere con l’annientamento reale del mondo”. Disperanza. Parola – ci dice Boffito – che viene da un poeta, Franco Marcoaldi, il quale la “attinge” a sua volta da un altro poeta, Giorgio Caproni. Parola che rifiuta la disperazione, in quanto troppo “comoda” via di fuga, sconfinante nella rassegnazione-accettazione, nella “connivenza”, senza osare affrontare la “responsabilità”. Dunque, “il vero crimine è il silenzio”. Il quale non è segno di “neutralità”, né dichiarazione d’impotenza, ma a tutti gli effetti “una forma di collusione”. Con la disperanza, Boffito ci porge “una parola che suona come una condanna ma in fondo è un auspicio: uno stato mentale intimo che ha a che fare con una consapevolezza (…) che può produrre una nuova libertà di movimento, una spinta vitale –urgente appunto – alla creazione poetica del mondo. È una “passione del possibile”, per dirla con Kierkegaard”.
Disperanza, parola di poeti.
Francesca Mannocchi, giornalista inviata sui teatri di guerra più disumani e massacranti, ha scritto il libro di poesie Crescere, la guerra (Einaudi 2026), in cui l’orrore non va in cerca di una pietà letteraria, né l’autrice se ne fa testimone mediatore per una tanto facile quanto esterna condanna. Ce lo dice da subito, nel Prologo, che, se “vedere non è mai neutro”, “non basta guardare per sapere”. Ci invita a sederci al “fuoco” delle parole, mentre bruciano perché “non reggono più il peso del mondo”. Ha paura che non siano più “capaci di portare un volto, / un respiro, una pena”, così come teme che non esista più “in chi ascolta / un punto dove la mia voce possa posarsi”: vorrebbe trovare un “arpione” capace di trattenere “la memoria”. Ed ecco la grande luce: “si racconta sempre / da una ferita. / La propria: dunque l’altrui. [sottolineatura mia]”. Io guardo l’altro in sofferenza, sono la sua sofferenza. Per dirlo senza mediazioni autorevoli come Lévinas, Francesca va “in cerca della soglia, / dove la lingua può essere casa e prigione.”. E di colpo “Lì, tra le tende, Asma/ mi ha trovata.” Asma occupa tutto lo spazio, l’aria, il sentire: “Allattava un neonato, / diceva addio a tutto ciò che aveva un nome. // Il suo corpo parlava prima della sua voce. / Le mani si sollevavano / poi cadevano –boom – / poi si chiudevano sulle orecchie / poi la testa oscillava / sinistra, destra, sinistra. // (…) // Quella notte ho scritto sul mio taccuino: / “Come si racconta il rumore di una bomba / dentro il pianto di un neonato affamato?” // Poi ho cancellato la frase. / E ho scritto soltanto: // “Non si racconta”. // Perché la lingua, da sola, non basta. / Serve un corpo / che l’ascolti, / una memoria / che la accolga, / una ferita / che la riconosca. // Solo una ferita riconosce un’altra ferita. / Sono le ferite a fare da specchio.”. Francesca ha capito, ci dice, che “il testimone non è chi parla. / È chi porta.”; ha capito che è necessario “che la lingua si ferisca / per fare posto all’Altro.”. Allora ci invita ancora, noi lettori, ascoltatori, a sederci, a stare sulla “soglia che non si chiude”, nella “ferita”.
Soglia tenuta aperta dalla poesia.
Francesco Rigatelli, nel suo articolo su Mannocchi (La stampa, 26-7-2026, p.28), apre con queste parole: “C’è il senso di inadeguatezza della parola davanti all’orrore della guerra, ma anche la tenacia di una giornalista in cerca di altre forme di raccontare per coinvolgere nuovi pubblici dietro lo spettacolo teatrale e il libro di poesia Crescere, la guerra.”. In seguito riporta queste parole della giornalista: “Ho scritto un lungo poema, che sto portando in scena con il violinista Rodrigo D’Erasmo (…) per raccontare i pensieri, i dubbi, e i fardelli rimasti fuori dai reportage. La poesia rispetto alla razionalità del giornalismo segue meglio l’andamento irregolare dei traumi: memoria e dolore non sono lineari. (…) È la forma più precisa di scrittura (…) È stato utile poi condividere il poema nei teatri d’inverno e nelle piazze d’estate, riportando la scrittura all’oralità e alla collettività.”
Poesia sentita e portata nella sua matericità originaria di voce, fisico trait d’union, souffle d’union tra due volti, due corpi, due anime in quei due corpi. È anche per questo che la poesia riesce a ‘incarnare’ Francesca nelle ferite affiorate ai versi, ma che, soprattutto, riesce a farci entrare noi, lontani comodi lettori, nei versi col ruolo protagonista di chi ha responsabilità dell’orrore.
Del premio vinto al Viareggio-Rèpaci di quest’anno da Crescere, la guerra, Francesca così commenta: “Sono contenta e al contempo a disagio, perché il riconoscimento si associa a esperienze difficili. La soddisfazione personale non porta nessuna riparazione a chi mi ha consegnato il proprio dolore e abbandono.”. Non mi aspettavo di meno da una persona che sempre, nei suoi resoconti di guerra, nei suoi libri, nel suo documentario sull’Ucraina, anche nel suo libro sul male- “danno” che l’ha colpita, non si è mai limitata a ‘documentare’, né, pur lasciandosi portare da una partecipazione sincera, profonda, sofferta, e scevra da ogni retorica, ha mai cercato di solleticare l’emozionalità facile del lettore, chiamandolo piuttosto alla corresponsabilità di quanto mostrato.
Be’, in un tempo come questo dove sulle pagine di cultura dei giornali, nei talk show – veri dibattiti non ce n’è più –, sui palcoscenici, nelle trame dei libri, nei festival, nei film, è rarissimo incontrare pensieri soprattutto di scrittori, poeti, intellettuali autorevoli – fanno eccezione alcuni giornalisti, cantanti, attori, saggisti del settore e il Papa – che prendano aperte posizioni di condanna degli orrori a Gaza, in Cisgiordania, a Cuba, negli Usa, nelle tante guerre innominate, dimenticate, trascurate, nei disastri del clima e delle foreste abbattute, nella cancellazione di fatto di istituti internazionali preposti al controllo della bestialità umana, nella follia di ricchissimi narcisi disposti a far fuori il mondo per il proprio capriccio o interesse economico, nei semprepiù morti di fame, di migrazione, di emarginazione, di bestiale carcerazione. Soprattutto se il rischio è di offuscare la compiacenza più o meno velata verso chi dirige il potere (alla catastrofe!), o il rischio di mettere in pericolo o in competizione un passaggio promozionale televisivo, una nomination a qualche Premio importante, la partecipazione a kermesse festivaliere, un incarico di prestigio, ecc.
Sarebbe un tempo, invece, in cui dovremmo assistere ad una gara esplosiva di indagini, di proposte, di tavoli di confronto, di investimenti nelle più varie ricerche, anche avveniristiche, anche utopiche, con cui inondare ogni mezzo di comunicazione, ogni palco, strada, piazza, libreria, cinema, spazio pubblico e privato, per abolire la logica disastrosa e inutile delle guerre, delle violenze, degli odi etnici, religiosi, razzisti, per smascherare la progressiva gratuità falsificante degli eccidi, delle stragi e la santificazione delle pretese in nome del possesso, del potere, della forza bruta. Per dare futuro a un pianeta abitabile da esseri umani. Per convincere gli umani alla condivisione paritaria con tutte le creature della Terra.
Ce ne sarebbe davvero bisogno, perché sono tanti che stanno come accasciati, dispersi, confusi, spaventati, senza prospettive, bloccati a non reagire, magari convinti che a dare tutto in mano a forzute politiche autoritarie si possa avere qualche drastica soluzione dei problemi dell’umanità e del globo, tendenza che pare confermata da alcune riflessioni di specialisti. Nella crisi mondiale che culminò nel 1929 si lasciarono emergere dittature e totalitarismi – Mussolini, Franco, Salazar, Stalin, Hitler, nonché loro satelliti in Austria, Francia, per non tacere di gruppi filonazisti in Inghilterra, Usa, ecc. Si individuarono capri espiatori di tutti i mali negli ebrei, negli zingari, negli omosessuali, nei portatori di handicap, in tutte le minoranze maltollerate di diversi. Nazioni e industrie si volsero agli armamenti e alla guerra, e in Germania si arrivò fino alla pianificazione del genocidio che chiamiamo Shoah, che abbatté gli ultimi ‘paletti’ etici della specie sapiens sapiens. Oggi si tace a livello istituzionale e politico su Gaza e la Cisgiordania, magari discutendo animatamente sull’uso consentito o meno di parole come ‘genocidio’, ‘sterminio’, ‘antisionismo’ ecc.; si considera ‘normale’ routine ammissibile il blitz contro uno Stato – comunque sovrano, nonostante capi corrotti e sanguinari – come il Venezuela o l’Iran, pure se il mondo intero ne va a fuoco; si tollera che un vecchio uomo stramiliardario si metta a farneticare per rivendicare come sua una fetta di mondo artico; che lo stesso sguinzagli per città politicamente ‘nemiche’ energumeni capaci di fermare – fino alla morte – per strada inermi innocenti cittadini; si apprende come notizia sportiva che siano tenuti in frigo centinaia di cadaveri di persone comuni, ma di etnia ‘nemica’ per usarli come ostaggi marketing in eventuali future trattative di scambio. Un caldo torrido brucia letteralmente l’Europa, ma se ne parla solo nei meteo, in qualche confronto per ‘il mese più’ del secolo, ‘la secca più’ del Danubio o del Po. Fa più audience l’eclisse o l’invasione dell’Europa da parte dei migranti da Ceuta.
Per fortuna qualcuno sceglie testardamente la poesia per dire parole umane, anche se in libreria le si dedicano scaffalature di pochi centimetri e nei supermercati dotati di zona libraria la poesia è del tutto assente. Per fortuna qualcuno usa ancora il teatro per la sua antica funzione di affrontare problemi della collettività.
Potrei usare termini come ‘coraggiosa’, ‘impegnata’, ‘eticamente presente’, per congedarmi da Francesca Mannocchi, ma da donna che riconosce l’autorevole apporto di alcune donne a guida delle strade verso il futuro, mi limito a leggerla e a chiamarla Maestra di disperanza.
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