Un altro tempo è la quinta raccolta di Lino Angiuli, pubblicata, nel 2025, nella prestigiosa collana “Licenze poetiche” dell’editore Nino Aragno, corredata da un’approfondita e puntuale postfazione di Claudio Toscani. Con questo libro l’Autore festeggia venticinque anni di relazioni editoriali con le edizioni Aragno; cinque volumi, uno ogni cinque anni. Un altro tempo, per la qualità della scrittura, l’ampiezza e la profondità dei temi e delle riflessioni che suscita, onora, come meglio non si potrebbe, questo traguardo simbolico e concreto. La parte centrale del libro, Un altro anno, richiama l’altro tempo del titolo e si articola in sette almanacchi che si appoggiano, per così dire, sulla prima e ultima sezione, intitolate rispettivamente Terre promesse e Fuorisacco. Quest’ultima è preceduta da Canto zero, un omaggio a Dante Alighieri.

Nella sua scrittura, pervenuta all’adozione di un modulo espressivo di rigore formale e rigogliosa fioritura poetica, oltre al registro dell’ironia, dei giochi di parole, dell’uso dei codici espressivi colti e popolari, si sentono gli echi di sapienze e tempi che oggi appaiono persi dentro dimensioni relegate in un altrove lontano e indistinto; un altro tempo di un altro mondo. Ma, è bene precisarlo subito, non siamo di fronte a nostalgie, rimpianti o recriminazioni quanto, piuttosto, ad una diversa, altra appunto, visione dell’essere umano e delle sue relazioni con i mondi viventi non umani.

La prima sezione, Terre promesse, pone fin dal titolo un tema, che il tempo che viviamo vede declinare in conflitti, guerre e pretese di dominio che dovrebbero trovare legittimazione e fondamento, in un tempio di dogmi che non ammettono altro che sé stessi. A questi presunti assoluti va contrapposta la legge che non cerca mica appigli/ né fa ricorso a scribi sacerdoti/ per dire in faccia a chiunque nossignore/attento a non restare tra gli idioti/che manco sanno cosa ha in testa un fiore/quando sbottona il corpo sotto il sole. Se le promesse diventano catene, possono essere spezzate con un occhio aperto che ha fame di altrove per aprire un cielo vero. Per riuscirci occorre chiedersi cosa cercare, cosa tenere e cosa lasciar andar via; scelte che implicano un’assunzione di responsabilità, verso sé stessi e gli altri. E la responsabilità è, forse, l’unica terra dove le promesse possono trovare dimora senza nutrirsi delle uccisioni [che] fanno ancora i lupi lasciati correre dietro gli agnelli.

E, ancora, la responsabilità è il legame che tiene insieme le terre del passato e del futuro, memorie e semi, e che permette, perciò, il transito di altre possibilità a bordo dei vascelli delle speranze.

La serie delle sette sezioni di Un altro anno si apre con un esergo dal “Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere”, tratto dalle Operette Morali di Giacomo Leopardi. Ogni sezione è composta da dodici poesie, una per ogni mese e, in questa sezione, sono accompagnate dai relativi proverbi popolari; nelle altre, invece, troveremo citazioni di filosofi, poeti, scrittori, padri della Chiesa, pittori, santi. Gli eserghi, qui, non sono soltanto delle soglie significanti, ma si integrano con le poesie, delineando un itinerario parallelo, in cui ogni autore citato è una sorta di nume tutelare e ogni citazione appare parte, necessaria, di un disegno che, pagina dopo pagina, prende forma. Nel primo degli almanacchi, lo snodarsi dei mesi compone un canto in cui si avvertono risonanze e echi della cultura popolare, dando vita ad un componimento in  cui fatiche e saggezza antiche dialogano e interrogano le parabole di chi affonda la vanga piĂą giĂą nel terreno e di quel pettirosso pezzente che cerca molliche di luce. Un arco lungo di giorni per nuove fatiche e, forse, per qualche nuova saggezza.

Il secondo almanacco, che si apre con la citazione di Dante tratta dal Canto IV del Purgatorio, si sviluppa attorno al tema del tempo e del suo fluire, che lascia tracce di diversa ampiezza nei nostri avvenimenti quotidiani. Se Dovunque è gennaio ci può stare l’alba/ di un oggi assoluto che prima non c’era questo apre la porta ai momenti che e poi se per caso succede la gioia/ conoscono il giusto alfabeto per dire/ che il nostro confine non può mai finire. Il tempo accartoccia i giorni con facce di turno e se le pieghe delle fughe possono stratificarsi fino ad innalzare labirinti, ciò che ci aiuta a risorgere in piedi/le volte che arriva un acconto di morte è, potrebbe essere se ne avessimo sempre consapevolezza, comprendere quello che fa di noialtri scintille di pace. E di scintille, di tante scintille di coscienza, abbiamo bisogno per recuperare quelle conoscenze, antiche e modernissime, che ci fa sentire parenti del muschio e del geco dell’aria e di questo cotogno; sapere che ci può far vincere il malanno covato da chi vuol mangiarsi un pianeta/ a quattro ganasce spolpandone l’osso.

Il terzo almanacco è tutto all’insegna della luce che si irradia a partire dalle citazioni poste in capo ad ogni poesia, da San Francesco d’Assisi a Ungaretti, da Simone Weil a Platone, per citarne solo alcuni. La luce, però, per accendersi e accendere richiede quella responsabilitĂ  di cui si è giĂ  fatto cenno. Dovrai quindi tu provvedere a capare/e a sciogliere il cappio di certe giornate e ancora tu appiccia una fiaccola lungo la strada.  Ogni luce, ma potremmo dire anche ogni ombra, nasce dalle scelte che dettano direzioni, soste, deviazioni e inversioni del nostro cammino.

Sempre accompagnati dalle coordinate offerte dalle citazioni, dove  troveremo, tra gli altri, Jack London e Konrad Lorenz, Paolo di Tarso e Marcel Proust, entriamo nel quarto almanacco dedicato allo spirito, che deve trovare la sua dimora tra terra e cielo, aprendo la scatola degli intestini per dar corpo e ali alle domande che in alto disegnano punteggiature/ e danno del tu pure al nome di dio, e dischiudono sentieri così che finanche le umane emozioni/colorino il  mondo con lingue diverse/ e ai verbi gli pigli la voglia di uscire/ a fare due passi tra bocca e budella/un transito senza catene nĂ© nodi per arrivare a capire di quanto sia davvero umano lo spirito santo. Traguardo, questo, che suggella la congiunzione delle diverse dimensioni, dando vita ad un’altra e diversa loro declinazione. 

L’amore, tema del quinto almanacco, è l’incarnazione del nodo che tiene le due dimensioni e le citazioni, anche qui ne segnalo solo alcune, dal Dalai Lama a Marco Aurelio, da Frate Indovino a Lev Tolstoj, ci forniscono ulteriori rotte per addentrarci   in un sentimento che, in realtĂ , è un continente di forme, lingue e luoghi.

Definizione, questa, che ci pare, ben si attaglia anche alla natura, tema del sesto almanacco che si avvale, come i precedenti di citazioni/indicazioni, fra gli altri, di Leonardo da Vinci, Eraclito, Jules Verne e Quinto Orazio Flacco  e che reca, in apertura una frase del filosofo e poeta tedesco Novalis: ‹Il poeta comprende la natura meglio che lo scienziato››; affermazione che, a ben vedere,  ha una valenza generale nella poetica di Lino Angiuli, che quindi, va ben oltre una specifica sezione.  In questo almanacco troviamo il racconto della vita e della ricerca del suo senso piĂą profondo, affidato ad una sorta di catalogo arboreo e floreale che innerva e lancia le sue radici, e le sue ragioni, dentro riti, feste, abbandoni, slanci,  incastonati nel ciclo delle epifanie delle stagioni che non narrano il ritorno del  sempre uguale, ma, nei luoghi del sangue umano e animale nonchĂ© vegetale, ricordano che la vera sfida di ogni nostro giorno, in ogni volgere di anno, è di stare quaggiĂą non per essere schiavo/ o per venerare vitelli dorati/ma solo per mettersi in tasca la vita/ e farne una cosa abbastanza infinita. Questi versi fanno da ponte ideale per entrare nel settimo e ultimo almanacco, dedicato alla gioia, una delle emozioni primarie che, spesso, facciamo scivolare via dalle mani tenute strette attorno a funi che reggono solo fumi.

Cercare la gioia è impresa che richiama quel mettersi in tasca la vita e andare a cercare/il lasciapassare che porta oltre il mare, con la bocca incantata a cercare stupore, andando ben oltre i confini dell’occhio per vedere e, finalmente cercare di capire, che la sfida dell’erba che rompe la crosta delle macerie e dell’indifferenza è l’offerta, umile e tenace, di un altro tempo per questo mondo.

Nel Canto zero dedicato a Dante Alighieri, composto da centosei endecasillabi in terza rima, seguendo lo schema metrico della Divina Commedia, Lino Angiuliintreccia, dopo la preliminare dichiarazione Esserti figlio riscalda le vene/di ogni parola, un dialogo serrato con il Poeta, interrogandosi sul ruolo della poesia e componendo la nostra contemporanea commedia umana.

La sezione intitolata Fuorisacco, chiudendo un ideale cerchio aperto con Terre promesse, è dedicata alla pace. Anche qui, le citazioni, dai genitori Peppino Angiuli e Iuccia Santacroce a Marie Von Ebner-Eschenbach, da Mario Rigoni Stern a Martin Luther King, segnano, come pietre miliari, anzi come pietre d’inciampo – come tutte le altre citazioni del testo – l’itinerario della lettura.

Le lingue delle stagioni e quelle degli umani accadimenti si uniscono per narrare le eterne faccende del melo e gli spettacoli degni d’un album speciale/ in grado di sciogliere i grumi del male perché, ad ogni stagione, la cruna d’ago entro cui far passare ogni giorno è alimentare, fuoco sacro e laico, la voglia d’essere un essere umano.

In queste righe ricorrono spesso tre parole: tempo, altro e altri. Il tempo che ci è dato vivere è l’unico spazio in cui esprimere e coltivare le scelte che ci identificano e che danno corpo alla responsabilità di esserci, qui e ora. Altro e altri sono i due poli incandescenti attorno a cui si aggrumano paure e speranze di questo tempo. Ma non ci sono scorciatoie possibili: siamo tutti altri e altro e tutti abbiamo bisogno di altro e di altri. Su questo binomio e su come si configurerà ogni sua possibile declinazione, si plasmerà il profilo di questo secolo. Allora, anche un libro di poesia, di poesia autentica, diventa un prezioso contributo per capire il tempo che viviamo, per poter desiderare e costruire un altro tempo. Questo libro è come una melagrana:ogni chicco/verso è necessario al frutto/opera, così come ognuno di noi è necessario, nonostante i tanti risorgenti e violenti negazionismi, a quel frutto che chiamiamo umanità.

INCONTRO CON LINO ANGIULI

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