
In questo piccolo libro, di poche pagine, ma denso di riflessioni, introdotte con una scrittura lucida e radicale, Nada Elia, scrittrice palestinese della diaspora e ricercatrice presso la Western Washington University, affronta il pensiero femminista delle donne palestinesi, mostrando come la loro lotta all’interno di una società patriarcale non possa essere disgiunta dalla lotta contro l’occupazione coloniale che segna drammaticamente le loro vite. In questo senso l’autrice si rifà al pensiero di Angela Davis (sesso, razza, classe), di bell hooks e di tutte le pensatrici razzializzate sottoposte a violenza plurima: non c’è libertà femminile se non c’è liberazione dal contesto ostile ed aggressivo; nel caso delle donne palestinesi se non c’è la consapevolezza che “Israele non è una democrazia assediata, ma uno stato coloniale di insediamento violentemente razzista”. Non c’è giustizia per le donne palestinesi, se non ci sarà per tutto il popolo di Palestina: la giustizia è unica e indivisibile.
L ‘autrice inizia le sue riflessioni a partire dal grande dolore di questo momento storico: “Come supereremo il dolore, l’amarezza, il trauma? Quanto ancora può continuare questo genocidio? Un genocidio accelerato perché esso non è iniziato il 7 ottobre in cui i miliziani di Hamas, attaccando i coloni, hanno violato un blocco illegale, ma ha avuto inizio con la Nakba nel 1948”.
Un genocidio che Nada Elia paragona a quello dei nativi dell’isola della Tartaruga del nord America, mostrando così come le lotte dei popoli contro il colonialismo di insediamento siano interconnesse e come questa consapevolezza si vada diffondendo dopo la tragedia palestinese in un movimento che l’autrice chiama Intifada globale: non tanto e non solo il desiderio di avere uno stato, quanto una necessità incontrovertibile di libertà dall’ingiustizia e di una sovranità come popolo.
“In questo momento cruciale, mentre le proteste contro la violenza di stato continuano a gonfiarsi, dobbiamo già iniziare a pensare al futuro…non possiamo tornare ancora una volta ai politici, ai mediatori, ai negoziatori che hanno fallito nel garantirci giustizia, che non sono riusciti a porre fine a 70 anni di sfollamento, 58 di brutale occupazione e 18 di soffocante assedio di una striscia di terra, intenzionalmente de sviluppata, ultimo martoriato approdo di generazioni di rifugiati”.
Secondo l’autrice, la Palestina sarà liberata dai suoi giovani, dai contadini, da chi non abbandonerà la propria terra, cui appartiene.
L’ autrice avanza una severa critica al femminismo occidentale che rappresenta le donne palestinesi come oppresse dal fondamentalismo islamico, senza prestare alcuna attenzione alla violenza israeliana, in larga misura violenza di genere.
Il femminismo bianco/occidentale, il femminismo liberal, che l’autrice paragona al sionismo, tenta di cancellare il contesto politico delle donne palestinesi, ignorando la loro resistenza nel “loro posto speciale all’inferno”, intendendo la lotta nazionale solo come resistenza armata. Ma la resistenza delle donne è antica, inizia già negli anni 20 contro il mandato britannico, nella formazione del“hannone delle Donne Arabe di Gerusalemme, fondata nel 1929 e poi nella Unione Generale delle Donne Palestinesi, fondata nel 1965, tuttora attiva; unioni che formarono una rete in cui le donne “hanno mantenuto le reti sociali essenziali al funzionamento di una società in cui molti uomini erano costretti a nascondersi o venivano esiliati…”, aprendo scuole per educare le bambine ad essere indipendenti e per preservare l’eredità culturale palestinese. Queste organizzazioni rimasero attive anche quando Israele consolidò il suo dominio sulle loro vite. E l’apporto femminile fu cruciale nella prima intifada (intifada delle pietre), attraverso una resistenza civile, non violenta, volta alla liberazione nazionale e all’uguaglianza di genere , ma anche attraverso un ruolo fondamentale nel sostenere e coordinare la sollevazione popolare, sfruttando la minore probabilità di essere perquisite ed arrestate dopo il coprifuoco; per questo potevano trasportare volantini e stoffe con cui cucire le bandiere: esse tagliavano porzioni di stoffa di colori diversi in abitazioni differenti , in modo che, in caso di perquisizione da parte dei soldati israeliani, venisse trovata solo stoffa rossa, o verde, o nera, quindi assemblavano i pezzi raccolti in una unica casa. Tutto ciò è rappresentato nel documentario Naila and the Uprising di Julia Bacha che offre un altro sguardo, per lo più ignorato, sulla storia ufficiale in cui i protagonisti sono giovani uomini che lanciano le pietre. “La prima intifada non fu solo un movimento di resistenza civile non violenta, vitale, strategico e duraturo; per mesi fu guidata da una rete di donne palestinesi impegnate in una doppia lotta per la liberazione nazionale e l’uguaglianza di genere”. Troppo spesso dice l’autrice, il lavoro delle donne viene marginalizzato o ignorato e le telecamere si concentrano sugli uomini armati, creando una narrazione distorta.
Il fallimento degli accordi di Oslo fu comunque un duro colpo alla loro emancipazione e alle conquiste sociali, anche per una esclusione della leadership femminile dagli accordi, come osserva la regista Bacha nel filmato. Molte donne hanno pagato duramente in termini di negazione di diritti, anche con il carcere e la tortura.
Nada Elia ricorda in particolare la figura di Rosmea Odeh che ha raccontato la sua detenzione, lo stupro subito con un manico di scopa davanti a suo padre, la condanna all’ergastolo. Liberata è diventata una figura della diaspora attiva nella comunità di Chicago.
L’attenzione delle donne è anche verso il mondo dei queer e della diversità di genere: se ne occupa attivamente l’associazione AlQaws (arcobaleno) contrastata dalla stessa ANP (Autorità Nazionale Palestinese) e che spesso deve affrontare i pregiudizi patriarcali della società, resi più acuti dal contesto di oppressione, cercando di sviluppare la consapevolezza che “il patriarcato è oppressivo, perfino omicida,e non semplicemente parte delle nostre tradizioni e che deve essere abbattuto affinché la società palestinese possa essere sana e resiliente”.
L’autrice, pur non credendo che la lotta armata sia una soluzione per la liberazione (lotta armata che comunque ritiene legittima), cita una combattente, Wafa Idris, prima donna attentatrice suicida, per mettere in luce le asimmetrie tra la glorificazione delle donne israeliane che combattono in un esercito illegale, coloniale e omicida e la riduzione a mero terrorismo della lotta delle donne palestinesi che usano il proprio corpo.
Ma è soprattutto verso le femministe del nord globale che Nada Elia punta il dito, verso quello che chiama un “femminismo egemonico” che caratterizza il mainstream.
“Il rifiuto di affrontare le questioni delle donne palestinesi come questioni femministe, così come la sistematica liquidazione dei loro reiterati appelli alla solidarietà contro un occupante brutale, indica che il femminismo del nord globale è ancora impreparato a confrontarsi con una agenda delle donne che denunci il colonialismo, anziché il patriarcato endogeno.”.
Proprio quel femminismo che è partito da “il personale è politico” nega che il politico abbia un impatto sulle vite personali: esso si concentra sul microambiente, ovvero sulla società araba, spesso con sguardo islamofobo, e ignora completamente il macroambiente, vale a dire l’occupazione israeliana, le sue dure misure discriminatorie e le violazioni dei diritti elementari: quello all’istruzione, al lavoro, al cibo, all’acqua potabile, alle cure mediche nella propria terra. Non si vuole introdurre la politica quando questa riguarda Israele. L’autrice fa qui, in particolare, riferimento alla interazione fra una delle più autorevoli femministe arabe Nawal al-Saadawi e Betty Friedan, icona del femminismo occidentale: quest’ultima, in una conferenza delle donne tenutasi a Nairobi, si rivolse alla femminista egiziana dicendo: “Per favore non parlare della Palestina nel tuo intervento.”
La resistenza che le donne cercano di tramandare con ostinata determinazione nasce dalla conoscenza di ogni filo d’erba della propria terra, terra che non viene vissuta come una proprietà, ma come il luogo cui appartengono da generazioni, come si può comprendere dalla voce di Fatmeh Breijeh: “Ho deciso di continuare a resistere fino all’ultimo respiro e di continuare ad esortare le persone a resistere; e di insegnare ai miei figli a resistere, gettando le basi di questo fin dal latte materno: le nostre radici sono fissate qui. Noi, questa terra, questa terra, siamo di questa terra. Guardate la terra, il suolo, scoprirete che è il nostro colore. Conosciamo ogni filo d’erba. Loro non conoscono nulla. Sanno solo portare armi e rubare, rubare l’acqua, rubare le benedizioni della nostra terra, ovunque”.
L’autrice osserva come per le femministe del nord globale, in particolare le europee, il trauma irrisolto dell’olocausto e la sofferenza che ne è derivata, appartenga ad una categoria a parte e di fatto superiore a qualsiasi altra sofferenza ,ignorando come l’imperialismo europeo abbia causato la morte violenta di milioni di persone: “In altre parole quando gli europei devastano paesi non europei i loro crimini non vengono riconosciuti come tali ma vengono invece rappresentati come “scoperte” (la conquista spagnola delle americhe), “mandati” ( come nel caso della disinvoltura con cui la Gran Bretagna decise il destino della Palestina) o “missioni civilizzatrici” come nella devastante colonizzazione francese di Algeria, Marocco e Tunisia. …In nord america, negli attuali Stati Uniti, il 90 per cento dei popoli indigeni fu ucciso entro centocinquant’anni dall’arrivo di Cristoforo Colombo. Eppure Colombo viene celebrato come scopritore, non come conquistatore assassino”.
In un contesto così ripulito e addomesticato del nord globale anche le donne razzializzate spesso assimilano la resistenza del popolo palestinese a episodi di antisemitismo e di continuazione della persecuzione del popolo ebraico, così come spesso sono silenziate e sorvegliate.
L’egemonia femminista bianca iniziò ad incrinarsi con le opere di Audre Lorde e Bell Hooks, i cui saggi cominciarono a circolare e ad essere letti, ma, spesso, con una interpretazione dei pericoli multipli come “problemi delle minoranze” e non della maggioranza delle donne di tutto il mondo. A tutt’oggi resta forte anche nelle comunità razzializzate la incomprensione delle ragioni delle donne palestinesi, rinforzando così il discorso egemonico sionista e favorendo, nel tempo, la formazione di organizzazioni che, anche all’interno di scuole e università, diffondono una educazione distorta sulla questione palestinese, al punto che i palestinesi vengono percepiti come gli invasori.
Esiste però una forma particolare di potere, dice l’autrice, nel non avere nulla da perdere: “Private di patria, libertà, dignità e autodeterminazione, le donne palestinesi hanno continuato a parlare…” affinché altre femministe, attiviste, studiose, donne impegnate nelle organizzazioni vedessero non solo “oltre il velo”, ma soprattutto oltre la hasbara (termine che in ebraico significa propaganda).
Nel descrivere la crescente violenza di Israele, si continua a parlare di un numero sempre maggiore di vittime fra le donne e i bambini, ma il femminismo non dovrebbe essere focalizzato su un solo segmento della società: anche gli uomini, i queer, le persone LGBT sono oppressi: la giustizia è una e indivisibile, la libertà è un diritto di tutti e tutte. Il femminismo intersezionale non si limita a migliorare le condizioni di vita di alcuni: garantirle ad alcuni e negarle ad altri sarebbe privilegio.
Esiste una declinazione di genere del colonialismo che va compresa per “riconoscere che la lotta per l’autodeterminazione palestinese e per la sovranità Indigena è a tutti gli effetti una questione femminista”, così come le alleanze con gli altri popoli che lottano per la libertà non sono parallele, ma sono intersezionali, convergenti in vari nodi.
“Continuiamo a confrontarci con la sfida di comprendere i modi complessi in cui razza, classe, genere, sessualità, nazione e abilità si intrecciano, ma anche di capire come andare oltre queste categorie per cogliere le intersezioni tra idee e processi che sembrano separati e non correlati. Insistere sulle connessioni tra le lotte e il razzismo negli Stati Uniti e le lotte contro la repressione israeliana dei palestinesi è, in questo senso, un processo femminista.” (Angela Davis 2016)
Nell’ultimo capitolo del testo viene riportata una intervista a Nada Elia, in cui lei descrive il percorso che l’ha portata ad essere una femminista de coloniale: “…non c’è stato alcuno spostamento, né alcuna traiettoria, sono semplicemente nata contro. Nata contro la religione organizzata, contro le gerarchie, contro l’oppressione in tutte le sue forme. È dunque del tutto naturale che io sia una femminista decoloniale… Sono nata femminista anche se allora non conoscevo questo termine…Non ricordo un momento in cui non fossi consapevole dell’ingiustizia. Tuttavia essere consapevoli è una cosa, l’attivismo è un’altra”.
Nada è figlia di genitori originari di Gerusalemme rifugiati dopo la Naqba. È nata in Iraq, ma ha vissuto e studiato in Libano. È cresciuta in una famiglia di donne dove la madre, alla morte del padre, ha cresciuto nella diaspora le 4 figlie e lei ha potuto “vedere e comprendere la nostra lotta, così come constatare che la società preferiva rappresentarci come deboli e prive di capacità di azione”. Ha fatto parte di molti collettivi in particolare Tal’at, in cui la lotta era rivolta al crescente patriarcato, conseguenza della occupazione e militarizzazione, anche se riconosce che l’eteropatriarcato, l ‘omofobia e la trans fobia esistevano nella società palestinese prima della comparsa del sionismo.
L’ autrice osserva come l’ipermilitarizzazione abbia intensificato le tendenze patriarcali anche in Israele perché il militarismo è un fenomeno patriarcale, gerarchico, violento. Nel riconoscersi come attivista che ha lasciato la propria terra, Nada Elia riconosce un ruolo fondamentale alla diaspora nella liberazione della Palestina perché permette di vivere in una condizione privilegiata e quindi lascia la libertà di “spiegare, ripetere, parlare forte e chiaro, e dare voce a chi, in Palestina, è oscurato dal rumore delle bombe”.
Il femminismo per l’autrice è un atto d’amore: “Personalmente non ritengo che la lotta armata sia la soluzione: non otterremo la liberazione attraverso la lotta armata, anche se abbiamo il diritto alla resistenza, inclusa quella armata. Ritorno qui all’idea del femminismo come forza di trasformazione, come pratica fondata sulla cura e sull’amore. Dobbiamo pensare alla guarigione, alla creatività, alla forza della vita”.
Un’ultima nota: l’edizione italiana di questo testo, la cui prima pubblicazione è in inglese, è frutto di un intreccio di fili fra alcune donne che hanno fondato un piccolo gruppo spontaneo di appoggio alla Palestina: Aysenur, donne guerra e pace. L’iniziativa ha potuto divenire opera concreta grazie alla relazione fra l’autrice Nada Elia, l’amministratrice del gruppo Maria Caterina Cifatte che ha scritto l’introduzione al libro accompagnandola con un suo disegno dedicato alle donne di Palestina, e Milena Furini, mia cara amica, che lo ha tradotto. Mi piace interpretarla come un tributo alla resistenza delle femministe palestinesi.
4 agosto 2026
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