Costruire un giallo su un fatto reale è sempre difficile. Ma il vertice di difficoltà si raggiunge, in termini di inventiva e di narratività richieste come strumentazione al giallista, quando il fatto storico è di rilevanza mondiale. E non basta: quando si tratta di un caso leggendariamente irrisolto da 40 anni. Stiamo parlando del romanzo Tenebre su Stoccolma di Daniele Astolfi (edito dallo storico editore abruzzese di D’Annunzio, Croce, Pirandello, Salgari nonché della giallista Agatha Christie, Carabba, di Lanciano, 2025) al quale, se non avesse dato prova di saldo equilibrio nel reggere il manubrio della narrazione per 290 facciate, verrebbe da chiedere come gli sia venuto in mente di por mano al vertice degli assassinii irrisolti, secondo solo a quello di John Fitzgerald Kennedy  – ma di esso ancor più nebbioso, più coperto da una coltre  “tenebrosa”: l’uccisione rimasta senza autore del premier svedese Olof Palme, avvenuta nel 1986.

Una risposta, troppo facile per un narratore nonché giornalista della perizia di Astolfi, sarebbe stata quella di costruire la storia virando sul cronachistico, cioè raccontando le indagini e riportandole, dopo un diligente puzzle di acquisizioni, che sembravano definitive, al punto morto di una irresoluzione. Un’altra risposta sarebbe stata quella di “giustapporre” (usiamo quest’arcaismo per nobilitare il verbo “appiccicare”, come con disinvoltura fanno parecchi giallisti) una fiction, con determinati protagonisti, alla riapertura di un vero cold case: operazione pericolosa perché comporta l’innesto nella c.d. realtà di una inventio, spesso stridente con la prima. Un’ultima sarebbe stata quella di proporre un’analisi politica del caso, perdendosi in nebbiosità tali da ammazzare il racconto, portando il lettore a passeggiare sulle nuvole del commento storico-politico per non dire della fantapolitica, dove tutto può essere affermato e tutto può essere negato perché nulla può essere provato; col che si sarebbe recata doppia offesa alla narrativa e alla politica, giacché l’innesto non riesce (quasi) mai.

A tutti questi pericoli si sottrae Tenebre su Stoccolma per una ragione che impone una conoscenza dell’autore, al di là del suo valore nella scrittura. Daniele Astolfi appartiene ai narratori appassionati e al caso Olof Palme si è “appassionato” attraverso lunghe frequentazioni della Svezia per ragioni professionali, prima di avvertire la pulsione a scriverne. Il suo innamoramento aveva cioè raggiunto quella rara armonia in cui il racconto stesso non viene mai soverchiato dalla severità, palpabile pagina dopo pagina, nella ricostruzione storica della rete di rapporti, professionali e personali ramificatissimi intorno al premier. Né Astolfi si fa trattenere dal formulare una ipotesi sull’omicidio. Ne dissemina indizi, qua e là, e li fa avanzare a mano a mano che il racconto procede, criptandoli e depistando a volte il lettore con l’abbandonare vie d’indagine che sembravano strade maestre fino alla pagina precedente. È dunque un poliziesco Tenebre su Stoccolma? Assolutamente sì, nel senso più nobile del termine. È un giallo d’indagine in cui il laico protagonista Leonard (unico casuale testimone del delitto, non appartenente alle forze dell’ordine) improvvisatosi investigatore, insieme con l’affascinante gallerista viennese Nicole si avventurano in una indagine ben calata nel loro vissuto, che è una storia d’amore, con alti e bassi, iniziata col sacro fuoco della passione e poi, come spesso avviene, trasformatasi in una fitta complicità tra partner…non senza qualche affaccio sul mistero. Così si entra nel loro mondo, nella loro frequentazione reciproca ora a distanza, ora nello stesso letto; ora in eleganti ristoranti di Stoccolma, ora lungo i vecchi quartieri della capitale svedese (prima popolari, poi recuperati dalla movida); ora nei bar, ora nei ristoranti ora nella cucina di casa in compagnia del ben apprezzato… alcool, anche, perché venendo uno dalla mediterranea terra di Bacco, l’Italia, l’altra dalle colline austriache del bel Danubio blu,  si trovano in una dimensione prediletta davanti al bicchiere. Tutto in contrapposizione al freddo clima scandinavo che nella patria di Alfred Nobel accompagna a un alcoolismo endemico, un tasso di suicidi da contraddire il welfare. E’ anche un poliziesco di ambientazione Tenebre su Stoccolma perché ha come set i commissariati di polizia (dove Leonard e Nicole incontrano, o recuperano dalla pensione, investigatori occupatisi del caso), e insieme, ambientato nei vicoli della Città Vecchia; in singolare simbiosi, per quanto riguarda il primo aspetto, tra il solare Simenon parigino (Astolfi ne è un conoscitore) e la cupezza alla Duerrenmatt; in ogni caso, scrupolosamente,  evitando lo splatter a basso costo di una certa giallistica o noiristica nordica di basso profilo. 

E qui bisogna tacere per evitare di far intravvedere ai lettori, più di quanto devono scoprire leggendo. Con una sola avvertenza: nessuno di loro sarà in grado di intuire il finale, come è d’uopo in ogni buon giallo; ma che qui Daniele Astolfi conduce a un punto di sorpresa veramente singolare, anche rispetto a gialli abilmente costruiti, mirando a un bel coup de théatre.

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