Un tramonto vissuto sotto una quercia.  La ragazzina di tredici anni nel suo zaino ha il tablet e tra le mani il cellulare. Sedute per terra da un’ora: io con gli occhi nella luce, pensando, lei con le dita ininterrottamente a rimbalzare tra i tasti e i messaggini. Stiamo aspettando un pulmino che la porti in una struttura. Sono qui per accompagnarla.

Ho ricevuto ieri sera da Enrica Dorna il suo ultimo capolavoro editoriale, un pacchetto postale che ha attraversato mezza Italia: Michelangelo Buonarroti Emilio Isgrò, Madrigali, Coup d’Idée Edizioni d’Arte, 2025. Sono entrata nel buio con la luce del libro. 

Sotto la quercia, mentre la ragazzina è inghiottita nel cortocircuito digitale, penso a come posso accompagnarla. Come possiamo accompagnare la nuova generazione verso il futuro, consegnandole oltre le guerre, le violenze, i cannibalismi sociali, oltre i vampirismi generati da un sistema socio politico che invasivamente disumanizza, devitalizza i nutrimenti, le sostanze della relazione, della creatività, della capacità critica, anche disubbidiente? Come accompagnare questa nuova generazione alla colta bellezza corporea, come scrive Renzo Piano, propria dell’estetica e non della cosmesi?

Come far incontrare il corpo di questa ragazzina con il corpo del libro che mi sono portata, al suo profumo, alla grammatura della carta che tattilmente suona sfogliandola, alla tonalità degli avori, come introdurre in lei il significato della sottrazione di Michelangelo, della cancellazione di Isgrò, della radice musicale della poesia che nel madrigale si innesta al liuto?

Taccio. Non per scelta, ma perché sono avvolta da un filo spinato di dolore, dentro cui sento l’incolmabile. Apro il libro. La luce tocca le formiche brulicanti che dimorano le pagine, una a una, il loro nero opalescente tra la nerezza lucida, rispecchiante, di alcune. Sembrano muoversi sulla terra lattescente della pagina. Appare qui una coccinella rossa, là una maestosa farfalla gialla maculata, una due tre mosche verdognole, api, un lombrico arcobalenico, un maggiolino, vespe, e un brulichio di formiche rosse.         

Sono pagine sonore dentro cui, tra le cancellazioni di Isgrò, emergono le cime dolomitiche dei versi di Michelangelo.

Mi prende improvvisamente il libro. Si è accorta. Lo percorre con il dito come fosse il bastone dei ciechi tra le parole, gli animali, il bianco. Poi lo chiude guardando in faccia la testa riccioluta del David, su cui due formiche nomadi viaggiano.  Ciò che comunamente si definisce copertina e che io nomino “il volto del libro”, che non è un oggetto ma un corpo organico nomade come quelle formiche.

È passata la meraviglia negli occhi di quella ragazzina, che mi guarda dicendo “Bello!”. Sorrido, mentre saliamo sul pulmino. Non basta.

Quest’opera di preziosa qualità connette mondi, vegetali e animali, gli infiniti della poesia della musica e dell’arte e il sapere raffinato di un editore che lascia il mercato consumistico, concretamente pone in vita un atto di resistenza, di qualità, di storia del fare, storia del pensare, storia dell’essere, energia del divenire nella responsabilità di cogliere e trasmettere la creazione creando. Nonostante le macerie che stiamo assistendo.

Questo è anche un gesto politico di cui sono grata e commossa. Un gesto spirituale. Un’impronta artistica.

Non è solo la nuova generazione che scompare nel tramonto, siamo noi che non abbiamo la forza e le parole, non crediamo più “nell’alba dentro l’imbrunire”.

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