Alexandra David-Néel adolescente. Wikipedia

Vorrei provare a raccontare qualche figura di donna che per me è stata importante, maestra o esempio di tenacia e determinazione, fuori dallo stereotipo del femminile debole e da proteggere.

Nasce a Saint Mandé (Parigi) il 24 ottobre 1868 e muore a Samten Zong (Digne), l’8 settembre 1969. Il padre Louis è un comunardo, libero pensatore, mentre la madre Alexandrine, belga, indirizza la figlia ai pensionati calvinisti e poi al convento del “Bois Fleuri” di Bruxelles. Mentre studia i classici del pensiero antico, Alexandra manifesta anche la sua passione per il canto.
Stringe una forte e duratura amicizia con Eliseé Reclus, un amico del padre, geografo e scrittore. Legge i suoi libri che le aprono conoscenze sul mondo e sollecitano una forte attenzione per l’Oriente.
A Londra si reca per imparare l’inglese e conosce la setta di occultismo, La suprema Gnosi, senza lasciarsi coinvolgere dai loro propositi di vita. Li chiama “piacevoli stravaganti” e si convince che, per scoprire le verità che si celano anche nelle più strane situazioni, occorrono indagine e riflessione. Entra in contatto anche con i membri della Società Teosofica che era stata fondata a New York nel 1875 da Henry Steel Alcott, americano, e da Helena Petrovna Blavatsky, russa, e che aveva il suo quartier generale in India. Dal 1891 la presidenza della Società Teosofica sarà assunta da Annie Besant.
Di ritorno a Parigi nel 1888, Alexandra studia sanscrito alla Sorbona e al College de France con grandi maestri che la iniziano alla conoscenza del buddismo tibetano. Studia con passione le opere del Museo Guimet sulla cultura orientale e, a ventuno anni, con l’eredità avuta da una madrina, si reca in India per un viaggio di cui ci restano poche notizie, ma che deve essere stato il viaggio classico che veniva compiuto all’epoca: Ceylon, Madras, Benares… dove studia le Upanishad e la Bhagavadgita.
Di ritorno, entra al conservatorio di Bruxelles per lezioni di piano e per coltivare la voce da soprano. Completa a Parigi la formazione e diventa ‘prima cantante’ dell’Opera di Hanoi. Compie tournees in Nord Africa, ad Atene, nelle colonie francesi. È molto apprezzata da Jules Massenet e la Thais di Massenet e Anatole France è l’opera a cui è più legata.


A Tunisi, in qualità di direttrice del Teatro di Tunisi, conosce nel 1900, Philippe Néel, affascinante ingegnere capo delle ferrovie tra Tunisia ed Algeria.
Lo sposa nel 1904.
Il padre di Alexandra scrive a Philippe che ne aveva chiesto la mano:

La vostra lettera mi ha causato grande stupore. Sinora mia figlia ha sempre mantenuto la ferma determinazione di non rinunziare alla propria libertà, opponendosi caparbiamente alla condizione di inferiorità che la legge impone alla donna sposata. La vostra opinione mi induce a credere che Alexandra abbia mutato radicalmente opinione e, se è così, non vedo alcun motivo, signore, di rifiutare il mio consenso ad un’onesta unione.

Subito dopo le nozze, il padre muore a Bruxelles e, per la figlia comincia una “notte oscura dell’anima”, un incessante attivismo.
Nel 1906 è a Roma al primo Congresso delle donne e scrive articoli vari sulla condizione femminile.
Nel 1910 si trova a Londra, dove lotta a favore del suffragio femminile e tiene conferenze alla London Buddhist Society e a Edimburgo.
Forse proprio il crescente interesse per la ‘Via di mezzo’ di Siddharta Gautama allevia, attraverso la meditazione e i momenti del ‘perfetto distacco’, il dramma di quegli anni bui.
Philippe le offre la possibilità di compiere un lungo viaggio che inizia il 10 agosto del 1911, documentato dalla scrittura quotidiana a ‘Mouchy’ (Philippe) che catalizza i suoi pensieri ed è la tela su cui proietta visioni, paure, ambizioni.
Ceylon, la Società Teosofica, nell’atmosfera mista di oriente e di Luigi XVI, l’ashram di Sri Aurobindo a Pondicherry (Aurobindo è per lei uomo di rara intelligenza e lucidità), il Gange, Belur, Calcutta, l’incontro con la vedova di Sri RamaKrishna… ovunque è attesa come una celebrità e gli obblighi sociali spesso interrompono la desiderata solitudine.
Riesce a vedere molteplici strati di significato in tutto ciò che le sta intorno e le sue descrizioni si connotano di una forte cifra visiva, man mano che diventa esperta nell’uso della macchina fotografica.
Nel 1912 Alexandra conosce tre persone molto importanti per la sua vita in un breve lasso di tempo: Sidkeong Tulku, il XIII Dalai Lama e il Gomchen di Lanchen. Quest’ultimo la guida a riflettere sulla pienezza dell’esperienza, a partire dall’Ecclesiaste e dalle massime di Epitteto.
Scrive a Mouchy che, salendo a cavallo nella luce dell’alba, si sente come don Chisciotte in partenza per le sue avventure. Al posto della lancia impugna un rametto strappato a un arbusto e si augura che anche i mulini a vento siano in proporzione.
Consapevole di compiere un pellegrinaggio, dice di seguire una stella. A Kalimpong alloggia in un’ala del bungalow abitato dal giovane maharajah in esilio e dal suo seguito; Sidkeong Tulku ha ventisette anni, è colto, ha studiato a Oxford ed è fondatore di una setta buddista riformata. Diventa caro amico di Alexandra, la considera sua sorella spirituale.

Il primo periodo del mio soggiorno in Sikkim lo dedicai alla visita dei monasteri sparsi per la foresta, pittorescamente costruiti sugli speroni delle montagne. Mi fecero profonda impressione, e mi piaceva immaginarli come dimore abitate da pensatori, liberi da ogni ambizione, estranei alle lotte che si combattono nel mondo, e che passano le giornate in pace e in profonda meditazione.
(Mistici e maghi del Tibet, Astrolabio, 1965, p. 20)

A kalimpong viene anche ricevuta dal XIII Dalai Lama, il “grande tredicesimo”, che è lì in esilio per l’invasione del Tibet da parte dei Manciù e si mostra sorpreso della formazione buddista di Alexandra.
Da Gangtok, capitale del Sikkim, Alexandra raggiunge le montagne costeggiando i confini del Tibet che gli inglesi proibivano di superare. Accampandosi sulle montagne himalaiane, con un equipaggiamento minimo, sente il desiderio di nuove esplorazioni: sta imparando a conoscere la natura, la luce di una smisurata regione che è forse la proiezione del suo paesaggio interiore, la scoperta di appartenere a quei luoghi.
Discute con padre Owen, missionario protestante, di temi attuali con autonomia di pensiero rafforzata dal messaggio di Avalokitesvara, il bodisattva della ‘suprema Compassione’. Padre Owen la fa incontrare con il Gomchen di Lachen, impegnato come il maharaja nel movimento di riforma del buddismo dalle incrostazioni di superstizione, folklore e magia che gravavano sugli originari insegnamenti di Budda.
In questo periodo Alexandra parla spesso, nelle lettere a Mouchy, dei suoi sogni; ne descrive pochissimi, ma lascia intendere come il mondo dei sogni, alle grandi altezze, si faccia più vivido e la realtà acquisti i caratteri del sogno. La sovrapposizione delle immagini, i più livelli simultanei, gli stimoli visivi che vengono dal mondo naturale fanno da supporto alla saggezza delle idee che va formulando.
Comprende intanto che le sue frequentazioni insospettiscono gli inglesi, perciò scende a Darjeeling, per recarsi in Nepal, stato indipendente che tollera la presenza britannica. Qui nepalesi e inglesi fanno a gara per agevolare il suo soggiorno: carrozze, cavalli, attendenti, guide, interpreti le consentono di raggiungere Lumbini, il luogo natale di Buddha e di esperire la concentrazione profonda nella meditazione.
Ormai è a fuoco la sua idea dell’‘impermanenza’, su cui aveva già riflettuto nel suo primo viaggio in India. ‘Impermanenza’ piuttosto che nomadismo (il nomade perde ogni interesse per la terra che lascia alle spalle): una predisposizione alla lontananza che trasforma lo spazio in un allusivo esercizio sulla nostalgia, come appello interiore alla perdita (perdita d’occhio, perdita di orizzonte, perdita di confine e perdita dell’origine).
Dal Nepal si reca a Benares, dove soggiorna nove mesi, concentrata sullo studio del sanscrito. Poi torna a Gangtok, in Sikkim, dove apprende la lingua tibetana, esplora monasteri che recano le vestigia di Padmasambava, il grande maestro dell’VIII secolo, e infine sceglie di sostare in un eremo e riflette a lungo sulla differenza culturale tra Europa e Oriente.
Sogna il Tibet proibito, così vicino, appena oltre un confine maldefinito. Conosce bene l’esistenza di una censura inglese, ma si organizza, compra una giumenta e parte. Il 16 luglio 1916 è a Shigatze. Il Tashi Lama l’attende per tributarle onori, ma
la notizia della sua fuga irrita Sir Charles Bell, il console inglese in Sikkim, che le ordina di lasciare il paese entro quindici giorni con un dispaccio:

Il governo indiano mi ordina di deportarla a Darjeeling, poiché ha attraversato la frontiera del Sikkim-Tibet, senza passaporto. La invito a lasciare il Sikkim per Darjeeling nei quattordici giorni seguenti il ricevimento di questa lettera. Se non lo farà sarò costretto a malincuore a espellerla.

Il mondo è fatto di ‘impermanenza’ e di perpetuo cambiamento, come la sabbia che scorre tra le dita.
La sua scorta è Aphur Yongden un giovane aspirante monaco che la seguirà ovunque e che lei chiamerà sempre figlio.
Nel novembre del 1916 è a Calcutta, poi si reca a Rangoon; nel febbraio del 2017 è a Kobe in Giappone e spera che Mouchy la possa raggiungere.
Si interessa al Buddismo Zen e studia le religioni in forma di comparazione. Si reca in Corea e poi a Pechino, dove incontra il lama Gurong Tzang che sta tornando verso le terre che Alexandra da tempo desidera visitare: il lago Koko Noor e il Kumbum di Taersi nella regione del Qinghai. Tra varie peripezie, riuscirà a raggiungere queste mete solo nell’estate del 1918.

… un brusio di passi precipitati s’ode in tutte le piazze della città monastica: i lama vanno all’ufficio del mattino.
Quando arrivano davanti al peristilio del vestibolo, il cielo impallidisce, il giorno sorge.
Togliendosi le calzature di feltro che lasciano ammucchiare qui e là, al di fuori, i religiosi, siano professi o novizi, si prosternano immediatamente fin dalla soglia della gran porta o sul sagrato, e tutti raggiungono rapidamente il loro posto.
A Kumbum e in altri più grandi monasteri, si trovano riuniti insieme parecchie migliaia di monaci. Folla maleodorante, disordinata, scomposta, singolarmente in contrasto con i costumi sontuosi, dalle gonne di drappo d’oro, indossate dai grandi lama e i mantelli ornati di pietre preziose dei capi eletti a governare la Gompa.
Bandiere e bandiere pendenti dal soffitto, e dalle gallerie, issate ad ornare le alte colonne, sospese al di sopra dell’assemblea di tutto un popolo di Buddha e di deità, e gli affreschi dei quali le mura sono coperte, le serrano tra coorti di altri eroi, di santi e di demoni, dagli atteggiamenti benevoli o terrificanti.
(Mistici e maghi del Tibet, Astrolabio, 1965, pp.82-83)

Trascorre tre anni nel suo alloggio adiacente il tempio; si sveglia prima che i monaci suonino le trombe della chiamata a raccolta, passeggia, prende il the e fa la sua toeletta (fin qui Alexandra riesce a portarsi la vasca di zinco per il bagno), legge, studia, traduce e medita.
Poi il 5 febbraio 1921 lascia il Kumbum in direzione di Lhasa, a piedi, seguendo sentieri tortuosi, le orme nella polvere subito cancellate dal vento.

La zona che stavo attraversando era interessante e la sua storia meritava di essere studiata. Quali nemici avevano tentato di infilarsi in queste strette valli strozzate tra ripide montagne? Perché erano state costruite quelle fortificazioni. Da dove venivano? Dove andavano? Si incontravano spesso mura di uno spessore non comune, torri di guardia che svettavano da tutte le parti sorvegliando i sentieri, e i paesini erano circondati da enormi cinte di mura. Tutta quella edificazione difensiva stava cadendo in rovina. Velate dalle piogge o avvolte nelle brume notturne, illuminate dal pallido chiarore della luna dietro le montagne, accentuavano quella fantomatica atmosfera.
(Nel paese dei briganti gentiluomini, Voland, 2000, p.109)

Percorrere quelle selvagge regioni è la metafora perfetta per il suo viaggio interiore. Il suo desiderio è diventare invisibile, lasciarsi alle spalle riconoscimenti e applausi, essere un’anonima pellegrina in quelle impervie solitudini.
Anche Lhasa poteva essere rimandata all’infinito per entrare nella ‘Via’, senza una meta. Lhasa non è il luogo prioritario, né dal punto di vista religioso, né dal punto di vista filosofico. Il Potala e il suo abitante, il Dalai Lama, sono visti da lei con lo scetticismo di una francese repubblicana. La attrae piuttosto il mistero che avvolge la ‘città proibita’, vuole riparare al torto fatto agli abitanti di Lachen per lo sconfinamento a Shigatze nel 1916 e, inoltre, non disdegna il ‘colpo di teatro’ in una sorta di gran finale di tutto questo vagare.

Ben presto Yongden e io, ci sistemammo ognuno in un lato del focolare col grande fuoco che ardeva in mezzo a noi. Il calore che si diffondeva mi sembrava delizioso dopo le notti glaciali passate nella sa phuog. Con gli occhi chiusi, in silenzio, ne assaporavo la carezza, ascoltando con una divertita indulgenza fremere voluttuosamente in me l’epicureo sempre rannicchiato in agguato, persino nelle carni dei più austeri asceti.
(Viaggio di una parigina a Lhasa, Voland, 1997, p. 189)

Alexandra David-Néel e Yongden

Si avvia, sola con Yongden, come madre di un lama tibetano, portando una pentola, due ciotole, due cucchiai, un coltello, la tzampa (orzo e burro di yak), il the, il cuoio per risuolare gli stivali, qualche cinghia e una piccola tenda. Superano la sete, i disagi e i brutti incontri. Non abbandonano le pratiche religiose e cantano litanie a gola spiegata.
Giungono a Lhasa in una tempesta di sabbia:

Il nostro ingresso a Lhasa sembra protetto da una specie di prodigio. L’atmosfera, fino a quel momento calmissima, improvvisamente si intorpidisce. Nello spazio di pochi minuti, si alza una furiosa tempesta che solleva nuvole di sabbia fino al cielo. Ho visto il simun nel Sahara e questo terribile rovescio asciutto mi dà l’impressione di essere tornati nel grande deserto. Incrociamo ombre indistinte, gente piegata in due che si copre il volto con e le lunghe maniche o con il lembo del loro abito. Chi potrebbe vederci arrivare? Chi potrebbe riconoscerci?
Un immenso sipario giallo, fatto di sabbia sospesa è steso davanti al Potala, accecando i suoi ospiti, nascondendo loro Lhasa e le vie che vi conducono. Lo interpreto come un simbolo che mi promette una completa sicurezza e il futuro si farà carico di giustificare la mia interpretazione. Per due mesi avrei circolato per la Roma tibetana, ne avrei percorso i templi e avrei passeggiato sulle terrazze più alte del Potala senza che nessuno potesse sospettare che, per la prima volta da che mondo esiste, una donna straniera abbia contemplato la città proibita.
(Viaggio di una parigina a Lhasa, Voland, 1997, pp. 242-243)

  1. Avatar beatrice trenti
    beatrice trenti

    Non posso che ringraziarti mille volte per averci fatto conoscere questa donna quasi incredibile, che certamente ci incoraggia ad osare: osare per conoscere, osare per conoscersi, provarsi, trovarsi. Spero che altre figure capaci di questo incitamento, ci farai conoscere. Magari, avendo tu tanto viaggiato, qualche figura potrebbe essere prelevata dai tuoi ricordi personali.

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