DAL VOLUME (INEDITO) AI FEDELI D’AMORE

SECONDA PARTE: Umberto Simone e Pasquale Di Palmo

Umberto Simone

Nessuneide

Nonno con gli Argonauti fece il viaggio
sul buio orlo del mondo, fra i prodigi del mare, fino ai nove
anelli del dragone, intorno al totem con il Vello,
neri e oleosi come tubi di caldaia –

e il babbo a Troia vide la guerra delle guerre,
padiglioni e bandiere, cocchi infranti nel canneto
e roghi di Pelidi, e, dall’oblò nel naso del Cavallo,
la Città ignara, sotto, come il presepio della cattedrale –

nonno con gli Argonauti, il babbo a Troia, ed io?
senza uno straccio d’avventura io, senza
un velo di leggenda, oscuramente
cacciato in questa sacca della Storia, in questa secca del destino,

in quest’epoca folta ma nana come un bosco di bonsai,
io – gioco all’Enalotto, ho la passione dell’astrologia,
seguo i gialli a puntate, ho preso una Clio a rate, e a volte batto
gli amici al flipper della pizzeria.

Da Il sacco del Curdo, Il Ponte del Sale, Rovigo 2008, p. 10.

Non è impresa agevole quella di avanzare una classificazione per un poeta sui generis quale Umberto Simone, da sempre lontano anni luce dalle mode come dalle ribalte letterarie, per muoversi piuttosto lungo una linea prossima a quella antinovecentesca anziché ad altre scuole, figlio per giunta di più patrie (la Puglia, l’Istria, il Veneto, volendo anche la Toscana e particolarmente sensibile all’intero panorama dei sapori e dei colori dell’Oriente) nonché alla musicalità naturale dei dialetti, per quanto la sua produzione, molto esigua ma di assoluto valore, si mantenga saldamente ancorata alla lingua. La lirica che proponiamo, estrapolata dalla raccolta Il sacco del Curdo (Rovigo 2008), sintetizza in maniera esemplare le diverse anime di Simone, alla pari della sconfinata apertura dei suoi orizzonti. Sin dal titolo, Nessuneide, s’impone l’accostamento implicito, pur se per antitesi, alle scaltrezze avventurose dell’astuto eroe omerico, giacché è indubbio che lo spirito d’avventura, almeno sul piano della scrittura, rappresenti una delle pulsioni distintive del poeta pisano, così come la naturale inclinazione al piacere dell’affabulazione quanto per il Boccaccio del Decameron o la Sherazade delle Mille e una notte, nella sospensione perenne fra epos e narrazione. E in effetti biglietto da visita migliore non poteva esserci, fra i tanti che si potevano scegliere, visto che nell’esiguo spazio di appena quattro quartine, troviamo condensate le direttrici principali a cui è orientata la sua rosa dei venti, in una suggestivamiscelazione che ha qualcosa tanto dell’Odissea quanto dell’Eneide, passando per il fantasy alla Tolkien: si va infatti (anche nel complesso delle sua produzione) dall’avventuroso al dolente, dall’immersione a corpo morto nelle acque rigeneranti del mito al composto raccoglimento nel sancta sanctorum degli affetti familiari, dalle fascinazioni provenienti dalla pittura barocca alle sollecitazioni olfattive ed oniriche innescate da un cesto di spezie incrociate in un suk di Tunisi come in un caravan serrai di Istanbul; il tutto trattato con tocchi di estrema leggerezza nella sospensione tra onirico, magico e fiabesco, e impreziosito da una sottile ironia onnipervasiva che non nutre soggezione alcuna per niente e per nessuno. Un’ilarità diffusa che si focalizza non di rado, come nel testo in oggetto, sulla persona stessa del poeta, restituendocene un ritratto profondamente umano e niente affatto distorto. Limitandoci a Nessuneide, è evidente l’intento dell’autore di adottare il profilo più basso possibile al fine di scongiurare il rischio di una posa innaturale e alquanto spocchiosa nei confronti del lettore, insidia che Simone aggira proponendoci un doppio di se stesso ridotto ad ultimo epigono dei maiores d’antan (si intendano le figure mitiche di Giasone, Teseo e Ulisse, o quelle anche più prestigiose di Apollonio Rodio ed Omero), ma con un tocco degno di Villon, nel finale, attraverso l’esilarante ritratto di se stesso quasi scagliato, da una sorte cieca e insensibile alla sua vocazione più genuina, nel folto di un’epoca «nana come un bosco di bonsai»: è la lezione di giganti come Ariosto, Parini e Leopardi, che Simone mostra di aver assimilato fino in fondo in maniera davvero esemplare; e tuttavia, allo stesso tempo, qui il poeta mette a frutto la lezione dei grandi romanzieri del Novecento mediante il ribaltamento in chiave antiretorica e quasi plebea della vicenda del protagonista, come della sua identità, accreditando a sé stesso le caratteristiche proprie degli antieroi del secolo breve, da Leopold Bloom a Zeno Cosini, o Vitangelo Moscarda: un «nano» tra nani, si potrebbe quasi dire, ma capace di arrampicarsi sulle spalle di giganti così da allargare quanto più possibile il proprio orizzonte, col guadagno aggiuntivo di innalzare alla dignità del poetico anche il prosaico, in piena sintonia con il gusto barocco, senza rinunciare ad un ulteriore guizzo autoironico attraverso l’accostamento antiaulico delle voci “Troia” e “caldaia”.

Nella chiusa, inoltre, la legittima aspirazione al riconoscimento che appartiene ad ogni scrittore risulta costretta e quasi castigata in un crescendo di temi quotidiani e concreti che non ha nulla di aulico (l’Enalotto, i gialli a puntate, la Clio a rate, le partite a flipper in pizzeria): è la modalità con cui Simone manifesta il proprio distacco dai valori imperanti e persino da se stesso, visto che quando dice «io», in realtà ci propone una variante quasi reificata dell’ego che si vanifica nelle cose fino ad annullarsi, con una velata polemica, forse, rispetto ai poeti celebrati, tronfi e sicuri di se stessi. Il che non implica alcuna deriva nella direzione del qualunquismo o della faciloneria, dal momento che Simone resta tetragono nella sua ostinata fedeltà alla paziente decantazione dei propri versi e ad un lavoro di lima dai tempi quasi biblici, a garanzia non solo di una vena tra le più genuine, ma altresì di profonda onestà intellettuale e di provata serietà nel proprio impegno di scrittura. E infatti, a conferma dello spessore del testo, la voce «Clio» non allude banalmente al noto marchio di un’utilitaria d’oltralpe, ma chiama direttamente in causa la musa della storia, immortalata su una tela del suo periodo napoletano anche da Artemisia Gentileschi, che la raffigurava cinta d’alloro a simboleggiare l’immortalità e in atto di stringere una tromba in mano ad evocare la fama imperitura, connotati che Simone ribalta totalmente su se stessi attraverso la sarcastica allusione ad un’icona del consumismo dei nostri giorni, ridimensionando alla radice la lettura della storia fin nella sua essenza. Ma l’azione corrosiva e dissacrante di questa metafora di sapore secentesco investe implicitamente un’ulteriore dimensione delle arti, quella della stessa poesia che troppo spesso s’è prestata all’encomio più servile, palesando a questo modo la più interessata delle sue ambizioni – quella alla fama, appunto – alla quale sono soggetti in egual misura tanto i poeti che aspirano alla gloria, quanto i loro committenti, di ieri come di oggi. L’argomento appena formulato si presta inoltre a confutare una lettura superficiale, riduttiva e fuorviante non solo e non tanto di questa lirica, ma dell’intera poetica di Simone quando venga intesa per quello che non è né vuole essere, ovvero una posa scanzonata che si appiattisce sul registro comico ed ilare: nulla di più falso, perché sarebbe come se ci fermassimo al senso puramente letterale di capolavori quali la Commedia, il Baldus o il Gargantua di Rabelais, buttando alle ortiche tutto il resto, quasi che nemmeno esistesse. Ma non esiste unicamente per chi non abbia occhi per vederlo. Risponde alle medesime finalità stilistiche anche l’uso parco ma sapiente della rima, con particolare evidenza nella quartina di chiusura in cui Simone coniuga opportunamente «astrologia» con «pizzeria», o «puntate» con «rate», con chiaro intento ironico. Un’ironia con cui Simone, in altri contesti, arriva a toccare anche la sfera del sacro, o del religioso, ma sempre allo scopo di mettere in luce la componente umana nel fitto intreccio di debolezza e di grandezza che la distingue e che a tutti appartiene, incluso il poeta. È il caso della lirica La monaca imbizzarrita inclusa nella raccolta inedita Turisti nella luce: costretta ad assumere il velo dal padre, questi nulla può sul prepotente richiamo del sangue cui la figlia alla fine si abbandona.

Umberto Simone è nato nel 1949 a Monfalcone da padre pugliese e madre istriana. È morto a Pisa nel 2023. Ha trascorso in Puglia infanzia e adolescenza, quindi si trasferiva a Padova per laurearvisi in medicina, mentre successivamente aveva messo radici in Toscana.

Ha pubblicato le raccolte: L’isola delle voci (2001, premio “Diego Valeri” 2002) e Il sacco del curdo (Il Ponte del Sale, 2008, premio “Massa città fiabesca” 2010, premio di Civitella “O. Pelagatti” 2012). Negli ultimi anni, e prima della morte, stava lavorando al libro della vita: Turisti nella luce.

Pasquale Di Palmo

Adesso che ti xe qua
vardàndome sensa capir
chi semo dove semo cossa femo
fermi in sto reparto per ore e ore

adesso che no ti gà più parole
come se ti fussi deventà muto
da un giorno per staltro
crocifisso in sto povero leto

proprio adesso, papà,
penso che no te gò mai capìo
penso che no ti me gà mai capìo
che per tutta la vita, pur volendose

ben, se gavemo solo soportà.
Ma vorìa continuar a no capirte,
a no esser capìo, adesso che te tegno per man
e te domando in silensio: «Fame un piassèr, no sta andar via».

Adesso che sei qua / guardandomi senza capire / chi siamo dove siamo cosa facciamo / fermi in questo reparto per ore e ore // adesso che non hai più parole / come se fossi diventato muto / da un giorno all’altro / crocifisso in questo povero letto // proprio adesso, papà, / penso che non ti ho mai capito / penso che non mi hai mai capito / che per tutta la vita, pur volendoci // bene, ci siamo solo sopportati. / Ma vorrei continuare a non capirti, / a non essere capito, adesso che ti tengo per mano / e ti domando in silenzio: «Fammi un favore, non andartene».

Da La carità, e altri motivi di ordinario funambolismo, Passigli, Firenze 2018, pp. 28-29.

Solitamente il poeta veneziano adotta come codice l’italiano, da lui sottoposto, nel tempo, ad un severo processo di decantazione muovendo dalle scelte lessicali spesso elitarie delle prime prove, agli esiti più colloquiali e musicali delle ultime, per spingersi ad un ricorso occasionale al dialetto lagunare nei testi dedicati al padre, come nel nostro caso. L’esito a cui approda è una poesia che non pretende per sé il possesso di alcuna verità assoluta, col garantirci piuttosto la formulazione da parte dell’autore della verità di se stesso nelle sue aspirazioni più genuine, come nei propri fallimenti o negli atti mancati in quel percorso ad ostacoli che chiamiamo vita, unitamente al recupero dello strumento abituale di comunicazione con il genitore deceduto, il dialetto veneziano, appunto. Uno dei momenti più alti all’interno di tale percorso, quello che ci mette alla frusta tutti, è la lirica in oggetto che vale, allo stesso tempo, da estremo congedo, da supplica, da auspicio e da preghiera rivolta ad un padre che non è semplicemente quello di sangue.

L’intera composizione, nell’equilibrata e quasi tetragona disposizione in quartine, vorrebbe erigere un argine al disordine focalizzandosi, oltre che sulla figura paterna, sul tema della difficoltà/impossibilità di comunicare allorché le facoltà fàtiche vengano a trovarsi irreversibilmente compromesse a causa della malattia (l’alzheimer). Di conseguenza, quello che intendeva proporsi come dialogo, si converte in monologo del poeta con se stesso e con ciò che rimane dell’ombra inconsapevole del padre, ospite di un centro per anziani e avvolto in un manto plumbeo e impenetrabile di afasia e inconsapevolezza di sé.

L’insistenza sull’anafora «adesso», se da una parte rimarca, sulla scorta di Proust, l’assoluta parzialità della nostra percezione del tempo (un tempo che non passa mai, quasi pietrificato per il malato, mentre risulta incalzante e colpevolizzante per il figlio), funge d’altro canto quale catalizzatore di ogni possibile precarietà, concretizzandole quasi nell’umanissima via crucis conosciuta da ogni anziano, vale a dire la condizione di isolamento e solitudine forzata, il difetto incolmabile nella parola o nell’udito, la costrizione allo spazio claustrofobico di una stanza, o a quelli, altrettanto disumani e alienanti, di un letto o di una carrozzina per disabili.

L’esito che ne consegue, al di là della sincera presa d’atto della propria impotenza – e con toni meno accorati che altrove in virtù di uno sguardo rivolto a Raboni e Sereni, piuttosto che agli amati Surrealisti francesi – è l’onesta assunzione delle proprie responsabilità di figlio in una sorta di «mea culpa» laico che assume, nel finale, le forme dissimulate della supplica e della preghiera. E tuttavia, paradossalmente, proprio nel momento dello scacco, Di Palmo riesce nel miracolo di convertire in risorsa ciò che obiettivamente appare quale un limite invalicabile: è nella dimensione del silenzio, infatti, che ha luogo l’intesa più profonda tra padre e figlio, grazie alla quale diventano superflue tanto le domande quanto le risposte. È un livello nuovo e ulteriore di alfabetizzazione quello attinto dal poeta, alla severa scuola dei muti, dei sordi, dei down, o di altri marginali della nostra società, opulenta ma distratta, ai quali il veneziano ha votato i propri versi a partire da Trittico del distacco (Passigli, Firenze 2015), con un sensibile scarto, di conseguenza, rispetto agli esordi allucinati focalizzati sulle ossessioni dell’ego, con derive quasi psicotiche e intrise di surreale. Ed è da loro, sembra suggerirci, che occorre ripartire per dare un senso anche alle nostre esistenze. Da loro, e dalla lezione di artisti tormentati come Tancredi o di poeti misconosciuti quali Thierry Metz.

Pasquale Di Palmo (Venezia, 1958), poeta, critico e traduttore, ha pubblicato le raccolte poetiche Horror Lucis (Edizioni dell’Erba, 1997), Ritorno a Sovana (l’Obliquo, 2003), Marine e altri sortilegi (Il Ponte del Sale, 2006), Trittico del distacco (Passigli, 2015 – Premi Alda Merini 2016 e Ceppo di Pistoia 2017), La carità (Passigli, 2018), Vertebrae (l’Obliquo, 2020) e l’antologia Breviario delle rovine (Medusa, 2021 – Premi Gradiva New York 2022, Europa in versi 2022, Casentino 2022, Catullo 2023, Dino Campana Rubiana 2023). Del 2023 è l’antologia Days of Cruel Separation. Selected Poems, traduzione inglese di Leonard J. Marino, Gradiva Publications. Sue poesie, apparse in numerose antologie e riviste tra cui «Nuovi Argomenti», «Poesia» e «Paragone», sono state tradotte in diverse lingue straniere.  Ha stampato i saggi I libri e le furie (Joker, 2007), Lei delira, signor Artaud. Un sillabario della crudeltà (Stampa Alternativa, 2011), Venezia. Nel labirinto di Brodskij e altri irregolari (Unicopli, 2017), Le bonjour de Robert Desnos. Dalla scrittura medianica al Lager (MC Edizioni, 2020), Rubare la lingua. Artaud, Desnos e altri eretici francesi (Ronzani, 2023) e Regesto dei fantasmi. Autori francesi tra modernità e inattualità (Medusa, 2023). Ha curato e tradotto diversi volumi, tra cui opere di Artaud, Céline, Corbière, Daumal, Desnos, d’Houville, Gilbert-Lecomte, Huysmans, Jullian, Metz, Michaux e Radiguet. Ha inoltre curato I surrealisti francesi. Poesia e delirio (Stampa Alternativa, 2004), I begli occhi del ladro di Beppe Salvia (Il Ponte del Sale, 2004), Neri Pozza. La vita, le immagini (Neri Pozza, 2005), Saranno idee d’arte e di poesia. Carteggi con Buzzati, Gadda, Montale e Parise di Neri Pozza (Neri Pozza, 2006), Album Antonin Artaud (Il Ponte del Sale, 2010), Di alcune comparse, a Venezia di Carlo della Corte (Ronzani, 2021). Collabora al quotidiano «Il Manifesto», all’inserto culturale «Alias» e alla rivista «Filigrane» come redattore, Dirige la collana poetica «Gli insetti» di MC Edizioni.

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