Maurizio Casagrande

Nato a Padova nel 1961, insegna lettere alle superiori. Ha pubblicato, per la critica: In un gorgo di fedeltĂ , interviste a 20 poeti italiani
(2006); Antologie: In classe, con i poeti (2014) e Un altro Veneto (con Matteo Vercesi, 2014). Per la poesia: Sofegon carogna (2011), Pa’ verghine ave (2015), Soto ’a nogara, ma fora stajòn (2015), Soto ’a nogara (ristampa con minime varianti, 2016), In senare (2018), Dassea ’nare (2019), Co ’a scùria (2021), Belès (in uscita nel 2024). Esiste inoltre un’inedita versione in spagnolo della raccolta In sènare (a cura di Marco Fioratti), mentre un mannello di testi non ancora pubblicati è stato tradotto da Stefano Strazzabosco, sempre in spagnolo, per destinarlo a portali di poesia latinoamericana. Restano ancora inediti Ai fedeli d’amore (chiose su 13 testi poetici d’autore) e la silloge Meopà.

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DAL VOLUME (INEDITO) AI FEDELI D’AMORE

Poesia

FLASHBACK SUL CORNO

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Poesia

FLASHBACK SUL CORNO

Quanto segue nasce dall’esperienza di straniamento e precarietà, per quanto provvisori e volontari, che venivo maturando nel ristretto arco di un biennio (2019/2020) in ragione del mio temporaneo trasferimento come docente di lettere presso la Scuola Italiana di Asmara, in Eritrea, nazione che deve fare i conti, in aggiunta ad una cronica instabilità comune all’intero Corno d’Africa, con un’economia non certo florida e con gli anacronismi e le rigidità di un regime tra i meno concilianti dei nostri giorni. Tali contingenze venivano ad assumere per me la valenza di un autentico nostos nel condurmi lontano dalle mie radici (il Veneto e l’Italia) per portarmi a riattingerle con maggior consapevolezza a partire proprio dalla lingua (il mio pavano ruspante, codice elettivo in poesia, piuttosto che l’italiano), consentendomi ad un tempo di approfondire la conoscenza di me stesso quando ogni certezza sembrava venir meno. Vinte le prime comprensibili difficoltà grazie al sostegno di qualche collega, o di nuove amicizie locali, e superata non senza fatica la tentazione di sottrarmi ad una prova che sembrava di gran lunga superiore alle mie forze, come alle residue riserve di pazienza di cui disponessi, dovevo presto misurarmi col convitato di pietra di un nazionalismo pervasivo ed ostile dalle punte alquanto acuminate rispetto a un passato coloniale di cui non ci si sbarazza ostentando di volerlo ignorare giacché, senza nemmeno andare troppo a ritroso, sono le stesse architetture urbane in stile littorio o modernista a rammentartelo, in aggiunta alle patetiche vestigia imperiali sopravvissute al tempo e custodite presso la Casa degli Italiani di Asmara (proclami magniloquenti, vecchie uniformi, monete d’antan fuori corso, attestati di benemerenza, foto ingiallite di reparti di Ascari), insieme alla fama sinistra del generale Graziani come di altri ufficiali distintisi per atti di barbarie, o ancora al motto in piemontese della Cuneense che campeggia tuttora sull’arcata del ponte di Dogali in omaggio al generale Menabrea («Ca custa lon ca custa», ovvero, per una retorica funesta sempre dura a morire: «Costi quello che costi»), fino all’inferriata corrosa dalla ruggine che cinge il cimitero degli «Eroi» di Cheren, la più tangibile testimonianza dell’insensata resistenza ad oltranza da parte degli italiani arroccati sulle alture circostanti, coi propri Ascari, nel disperato tentativo di far fronte all’offensiva inglese che giungeva a porre fine all’impero italiano in Africa nel Marzo del 1941, senza tacere di altri segni indelebili di calamità più recenti incisi sulla carne di tanti giovani eritrei, mutilati nel corso dei conflitti fratricidi con l’Etiopia, che si possono incrociare per le strade della città sorretti da grucce di fortuna o su carrozzine d’altri tempi, sorvolando sulla dignitosa indigenza e sul bisogno, anche di assistenza sanitaria, più che manifesti ad ogni angolo, nei giovanissimi come negli anziani.Per contro, la natura quasi incontaminata dell’ambiente, persino selvatico al di fuori della capitale (per quel poco che avevo potuto conoscerlo, visto che gli spostamenti interni ed esterni erano soggetti a severe restrizioni per chiunque, ben prima della pandemia e a prescindere del tutto da tale emergenza), in aggiunta alla naturale cordialità e disponibilità all’accoglienza di gran parte della popolazione, compensavano in qualche misura il mio difficile approccio a questa nuova realtà, che solo molto lentamente avrei iniziato a comprendere e ad apprezzare. Come già in altre circostanze, ben più dolorose, era la poesia a venirmi in soccorso, a cominciare da quella di altri che avessero conosciuto prima di me esperienze analoghe: sia col fornirmi alcuni preziosi strumenti per una lettura della realtà, sia consentendomi di elaborare il trauma che venivo vivendo mio malgrado alla luce di un’ottica meno eurocentrica e ristretta di quella che mi era abituale.Per una di quelle involuzioni storiche distintive di questo piccolo e tormentato paese, il destino ha poi voluto che non avessi a disposizione tutto il tempo necessario a calarmi per intero in culture, mentalità e costumi così lontani da me, visto che nell’estate del 2020, cogliendo a pretesto il flagello globale della pandemia, il Governo Eritreo poneva fine ad annosi contenziosi diplomatici con l’Italia stabilendo unilateralmente l’inadempienza agli accordi da parte del nostro paese, col determinare a questo modo la chiusura senza preavviso e in via definitiva della Scuola Italiana operante da quasi un secolo sul territorio, con le conseguenze che si possono facilmente immaginare per gli studenti che la frequentavano (circa 1200 alunni, fra elementari e superiori) e, più in generale, per quelle attività dell’indotto che ne ricavavano qualche piccolo vantaggio, senza contare il danno macroscopico per la nostra immagine, mentre per il sottoscritto ciò comportava il trasferimento d’ufficio presso l’IMI (Istituti Medi Italiani) di Istanbul. A prescindere da tutto però, se ad Asmara non è più attiva la Scuola Italiana, le responsabilità non sono da ascrivere integralmente soltanto al Governo Eritreo: anche le nostre Istituzioni hanno avuto la loro parte di  colpe, ma non lo riconosceranno mai.E tuttavia due anni rappresentano un arco temporale sufficiente per un approccio dall’interno e non di pura superficie, parziale quanto si vuole e magari anche un po’ di parte, ai caratteri distintivi di una gente e di una terra, rinunciando in partenza alla pretesa di arrivare all’obiettività assoluta per aspirare semmai al risultato di una semplice testimonianza, benché individuale, quanto mai soggettiva, condizionata da molteplici contingenze e affidata al registro altamente connotativo della poesia in un codice per giunta quanto mai ostico, quello di un dialetto ispido e dalla patina arcaica qual è il mio.Resta, per converso, il bilancio di un’esperienza che se da un lato mi aveva costretto alle corde, pur muovendo da una posizione di indubbio privilegio, dall’altro mi ha sicuramente arricchito, ragion per cui non ho motivo di rimuoverla o rinnegarla, senza per questo misconoscere le mie contraddizioni, né l’incrociarsi di prospettive a volte inconciliabili tra loro. Le risorse cui mi aggrappavo come a una zattera di salvataggio erano, come già si diceva, la poesia e il mio dialetto, grazie alle quali sarei riuscito ad elaborare il mio «lutto» con l’organizzare tale coacervo di emozioni nella forma di un poemetto dal titolo Belès, ovvero «Fichidindia».Alcuni temi s’impongono nel libro, su tutti la frequenza con cui ritorna il leit motiv dell’icona di mia madre e, di riflesso, lo stilema del dialogo a distanza coi vivi e coi morti. Se la chiave di lettura più cifrata rimane questa, altre vi si sovrappongono, a partire dalla modalità nella quale s’era evoluta, per forza di cose, la mia relazione con la natura: essendo un’oggettiva rarità gli spazi verdi, i fiumi e i boschi, sostituiti salvo sporadiche eccezioni da un paesaggio collinare arido e uniforme intervallato da sterpaglie, palme di ficodindia, cespi di acacia o più comuni piante di eucalipto, l’unica valida alternativa si rivelava per me l’abbandono alla distesa degli spazi siderali notturni e al candore della luna, in parallelo alle immagini impresse nella mente, con valore di antitesi permanente ed ossimoro inscritto nel sangue, dei miei Colli fitti di vegetazione e fauna (gli Euganei, già cari, tra gli altri, a Byron, Foscolo o Zanzotto), dei miei fiumi o delle mie valli, senza trascurare le molteplici suggestioni esercitate sui poeti, nell’arco dei secoli, dai temi del paesaggio e degli astri; e soltanto in seconda battuta l’apertura ai volatili, peraltro non meno pregnante, muovendo dai falchi, dominatori incontrastati dei cieli asmarini, fino ai corvi non meno presenti, e a una variegata quantità di passeriformi multicolori.Va tuttavia riconosciuto, per onestà, che ai primi del Novecento la mia stessa Padova non doveva apparire molto diversa dall’Asmara di oggi, se si eccettuano  i volatili summenzionati, i cumuli di fieno e sostituendo agli improbabili vitelli le più comuni pecore, se non le capre, gli asini e i cani randagi, come si evince da alcuni passi di una prosa lirica di Diego Valeri dedicata alla propria città elettiva all’interno del volume Città materna: «C’è nei miei più lontani ricordi una città vasta e profonda [...] bruna bruna sotto un candido sole d’estate, carica di silenzio, di paure, e d’una sua dolcezza triste e, non so come, materna. Tutt’intorno, il mistero della campagna, la pianura infinita, donde arrivano le vecchie mendicanti scalze, i vitellini legati sul carretto, i cumuli traballanti di fieno» (Diego Valeri, Padova, allora, in Città materna, Ronzani/Padova University Press, Vicenza/Padova 2023, p. 11). Di conseguenza potrei azzardarmi a dire che al mio arrivo in Asmara nel cuore di una tiepida notte di Gennaio, passando repentinamente dai 5 gradi di casa ai 10/16 locali, provavo quasi la sensazione di essere salito sulla macchina del tempo.Dall’incrocio dei testi, poi, è possibile ricavare uno spaccato dell’Eritrea e si potrebbe arrivare persino a leggere il poema nella veste di un romanzo in versi nel quale campeggia come protagonista assoluta la città, la Piccola Roma come amano definirla gli Eritrei, restituita al lettore in tutta la sua grazia (perché c’è davvero!) come nelle sue miserie attraverso la dissolvenza dei suoi molteplici volti, mentre la voce narrante si riduce a comparsa o si annulla in una fusione, per niente panica, con la  realtà che la circonda.Non mi erano peraltro mancate, insieme a non poche amarezze, le minime gratificazioni che un insegnante aspira ad ottenere dal proprio lavoro grazie ad alcuni studenti dotati di un’insospettabile capacità di analisi critica di un testo, in aggiunta a discrete competenze linguistiche. E anche questo costituisce un motivo di rimpianto.Il dialetto, lingua tra la babele delle lingue (tigrino, inglese e italiano) che, lungi dall’essere un vezzo o una forzatura, mantiene proprio nella vocazione orale un legame molto stretto con la lingua e la cultura eritree, oltre a rivelarsi lo strumento migliore nel sostenere tale sfida sul fronte della scrittura, ha funzionato per me da bussola e passepartout nel consentirmi di mettere insieme le tessere frammentate di un complesso mosaico senza che disponessi del disegno originale né di una sua approssimativa imitazione. Inoltre, premesso che la scrittura si può considerare – soprattutto nel caso del dialetto – la fossilizzazione del linguaggio, mi preme sottolineare il forte radicamento all’oralità di entrambi i codici (tigrino e dialetto), precisando che l’alfabeto tigrino non contempla segni di interpunzione, integralmente rimpiazzati dall’intonazione, e che altrettanto accade nell’utilizzo estremamente parco della punteggiatura in poesia da parte del sottoscritto.Quanto al titolo, «Belès», si tratta di una voce tigrina che conserva qualche lontana ascendenza rispetto all’italiano, come del resto altre parole eritree afferenti soprattutto agli ambiti della meccanica e della cucina. Per un orecchio italico il lemma evoca immediatamente l’eco del termine «bellezza», che spesso si occulta nelle pieghe meno appariscenti del reale. Restando alla lettera, invece, esso rinvia ai frutti del fico d’india che in larga misura contribuiscono da soli, nella stagione opportuna, al sostentamento della popolazione più povera della capitale: a venderli per le strade solitamente sono i bambini, l’unica vera ricchezza di cui disponga il paese, che ancora deve valorizzarla come meriterebbe.Una scelta indubbiamente antiretorica anche quella del titolo, che costituisce altresì un atto d’amore per questa terra, seppur tardivo, controverso e per giunta «de loinh» (con qualche attinenza, non solo tematica, al celebre topos provenzale), ma la sua natura è questa e non ho timore a riconoscerlo. O forse dovrei piuttosto ripiegare più realisticamente sull’odi et amo con Catullo? Sarà il mio lettore a valutarlo, confidando nella sua indulgenza.ltro non ho da aggiungere, se non il rammarico per un epilogo imprevisto e prematuro che non avevo messo in preventivo al momento della mia partenza per Asmara, città che, a dispetto delle sue molteplici criticità, s’era venuta rivelando per davvero a misura d’uomo.Ieracbenna Asmera!, che dovrebbe equivalere al nostro «arrivederci», in tigrino.

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